Informativa
Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.
Se vuoi saperne di più negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi.
Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie. Cookie Policy   -   Chiudi
03/06/2017 06:30:00

L'ingerenza della magistratura a Trapani che fa godere i manettari

 Da 22 anni in città non c’era un arresto nella pubblica amministrazione, ma la città sembra inerte”. L’impeto manettaro con cui l’edizione di Repubblica di ieri raccontava – e celebrava – il terremoto giudiziario che ha sconvolto la campagna elettorale delle amministrative di Trapani dice molto, tutto, dell’atmosfera che il capoluogo siciliano sta vivendo a pochi giorni dalla chiamata alle urne (11 giugno). Un terremoto che ha spinto il governatore siciliano Rosario Crocetta a chiedere (seppur con successivo passo indietro) nientedimeno che il rinvio delle elezioni perché “la situazione non assicura più un vero voto democratico”. A non assicurare il voto democratico sarebbe la massiccia iniziativa di cui si è resa protagonista la magistratura.

Appena conclusi i termini di presentazione delle liste, prima la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha disposto il soggiorno obbligato al candidato e senatore di Forza Italia Antonio D’Alì, ritenendolo “socialmente pericoloso” nonostante sia stato assolto in appello a settembre dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, poi i colleghi della procura palermitana hanno scoperchiato un presunto caso di corruzione nel trasporto marittimo che ha portato agli arresti domiciliari un altro candidato trapanese, Mimmo Fazio (già sindaco dal 2001 al 2012), ha costretto alle dimissioni il sottosegretario alle Infrastrutture Simona Vicari e ha toccato il presidente regionale Crocetta, indagato per concorso in corruzione.

Due candidati trapanesi su cinque sono stati oggetto dunque di misure di prevenzione o cautelari, restrittive della propria libertà, in piena campagna elettorale. La scorsa settimana sono iniziati gli interrogatori delle persone arrestate, a partire dall’armatore Ettore Morace, ritenuto al centro di un giro corruttivo fatto di tangenti e regali in cambio di provvedimenti a favore della sua Liberty Lines, gruppo che gestisce il 90 per cento delle tratte in Sicilia. Di questa vicenda è per ora solo possibile constatare il carattere pagliaccesco e fanfaronesco. Secondo i pm, in cambio di un Rolex regalatole da Morace, la sottosegretaria Vicari avrebbe presentato un emendamento che abbassava dal 10 al 4 per cento l’Iva sui trasporti marittimi, determinando un risparmio di milioni di euro per la società dell’imprenditore.

L’emendamento in questione però, come ha notato lo stesso ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, non solo era finalizzato a sostenere un settore bisognoso di aiuti come quello del trasporto marittimo (e non la Liberty Lines), ma soprattutto è passato attraverso una miriade di mani, uffici e organi (dal ministero dell’Economia a Palazzo Chigi) prima di essere approvato. Se poi la sottosegretaria ha sostenuto platealmente al telefono con Morace di essere stata l’unica vera fautrice dell’approvazione del provvedimento, forse si è più di fronte a un caso di vanteria spiccia che di corruzione. Parimenti comico è il caso che riguarda il governatore Crocetta, al quale viene contestato di aver ricevuto una mazzetta tramite bonifico: “Sono il primo presidente della regione che prende una tangente con un bonifico. Mi autoproclamo il primo presidente coglione della regione siciliana”, ha sottolineato comprensibilmente Crocetta.

Sul caso di Antonio D’Alì, invece, è possibile avanzare riflessioni su alcuni profili giudiziari, a partire dalla decisione della procura di notificare l’obbligo di dimora un’ora dopo la chiusura della presentazione delle liste elettorali, nonostante il provvedimento pare fosse già pronto da diverso tempo. Ma si conferma, soprattutto, la discutibilità delle misure di prevenzione dal punto di vista del rispetto dei diritti di difesa e del principio di innocenza: il senatore D’Alì è infatti stato assolto due volte dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (l’ultima a settembre, ora in attesa della Cassazione), ma nonostante ciò la procura di Palermo ha disposto l’obbligo di dimora, come a voler ripiegare per vie traverse la sconfessione delle proprie tesi in sede penale. E’ noto, d’altronde, che le misure di prevenzione si basino su uno standard probatorio di molto inferiore rispetto ai provvedimenti adottati nel procedimento penale. La misura di prevenzione quindi, da una parte, contrasta con il risultato delle due sentenze di primo e secondo grado che hanno assolto D’Alì, dall’altra, pur ammettendo (come hanno fatto i giudici) che D’Alì abbia avuto contatti (prescritti) fino al 1994 con esponenti mafiosi – cosa che deve ancora essere confermata dalla Cassazione – non si comprende dove sia la “pericolosità sociale” del candidato forzista, dal momento che le stesse sentenze, assolvendolo, escludono oggi legami di D’Ali con la mafia (si punisce una pericolosità sociale di 25 anni fa?). Se consideriamo che il Parlamento in queste settimane sta esaminando una proposta finalizzata a estendere il ricorso dei magistrati a queste discusse misure di prevenzione anche nei confronti di semplici indiziati e indagati di reati contro la Pubblica amministrazione, i fatti di Trapani fanno preoccupare e non poco.

Ermes Antonucci - Il Foglio, 31 Maggio


Ti potrebbe interessare anche: