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24/09/2017 06:00:00

Il viaggio del paradosso in Sicilia da San Vito Lo Capo a Mozia

Ho sempre pensato che, se fosse amministrata con rigore per esempio svizzero, l’Italia sarebbe il posto più bello del mondo dove vivere. Il breve viaggio che ho fatto di recente in Sicilia mi ha confermato che siamo un popolo davvero strano. Siamo seduti su un giacimento d’oro e non lo sfruttiamo, anzi a volte ci sputiamo sopra. Ecco la succinta cronaca di una recente vacanza fra San Vito Lo Capo, Erice, Segesta, Trapani, Marsala e Mozia, luoghi così pieni di arte, storia e bellezze naturali da togliere il fiato.

Detto che a San Vito è in corso fino al 24 settembre la XX edizione del Cous Cous Fest al quale partecipano decine di paesi del mondo, che va evitata dai refrattari alla folla perché con i suoi tre chilometri di spiaggia sabbiosa è un po’ la Rimini della Sicilia, che il mare è bellissimo e basta spostarsi ai bordi per trovare poca gente, ma purtroppo anche abbandono o menefreghismo, vorrei parlare di San Vito come una metafora dell’inspiegabile masochismo che affligge una parte del Bel Paese, argomento di grande attualità viste le prossime elezioni regionali in Sicilia.

Oltre alle meravigliose spiagge del Bue Marino, alla riserva dello Zingaro (mezza bruciata eppure affollatissima), al monte Cofano (chiuso per paura degli incendi e qui bisognerebbe chiedersi che cosa fanno i 22mila forestali siciliani ai quali Crocetta ha appena elargito un aumento mensile di 80 euro e che sono più numerosi che in tutta Italia), San Vito è circondata da gioielli nascosti o maltrattati. Volevamo vedere le grotte con graffiti rupestri del paleolitico superiore, roba che in Francia ci avrebbero già costruito attorno un’industria (vedi grotte di Lascaux), peccato che non ci siano né cartelli, né guide, né visite organizzate.

Allora siamo andati alla ex tonnara del Secco e qui bisogna fare un inciso sulla raccolta differenziata che a San Vito ci sarebbe, ma fatta così. Non esistono bidoni per carta, vetro, plastica, umido e generico, ma ognuno mette sulla porta di casa i sacchetti a giorni alterni. Quando ho chiesto a un negozio i sacchetti dedicati, mi hanno risposto che non li avevano tanto tutto andava bene per tutto, e allora c’è da chiedersi che differenziata sia mai. In paese la raccolta bene o male funzionava, ma quando siamo andati verso la tonnara, trovata con fatica perché i cartelli sono minuscoli, abbiamo visto un branco di mucche che attraversava la strada con questa modalità. Ogni mucca si fermava davanti a ogni sacchetto lasciato sul ciglio ore prima, lo sventrava per bene, mangiava il mangiabile e il resto andava alla mercè di vento e traffico svolazzando per la strada e i campi.

Arrivati alla tonnara, che potrebbe diventare un luogo di cultura e/o vacanza da sogno, tutto era sprangato, cadente, infestato da erbacce. Qualcuno aveva tentato di limitare l’accesso con una sbarra che, spezzata, pencolava dai sostegni e accanto aveva un enorme cumulo di spazzatura abbandonata con sopra un cartello degli Amici della Tonnara che dicevano di aver pulito il luogo venti giorni prima.
Non tutto ciò che abbiamo visto era così. Erice e Segesta sono perfette, Trapani pencola fra palazzi dai fasti passati, struscio elegante e puzzo di fogna, Marsala si difende; potrebbe fare di più come, per esempio, fornire il bel museo di guide, ma ci hanno risposto che aspettavano l’autorizzazione della Regione perché tutto dipende da lei. Poi, quando arrivi a Mozia, isola di origini fenice e gestita da un privato, la Fondazione Whitaker, capisci che cosa potrebbe diventare tutta la Sicilia. Allora ti viene da chiedere ai siciliani colpevoli di sfregio una cosa sola. Perché vi trattate così?

Mariangela Mianiti, "Il Manifesto" del 19 Settembre 2017 (qui il link originale)


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