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05/07/2017 04:05:00

"L'imbarcadero per Mozia" di Sabrina Sciabica

“L’imbarcadero per Mozia” il primo romanzo di Sabrina Sciabica, edito da L’Erudita, Giulio Perrone Editore sarà presentato il prossimo 8 luglio alle ore 18,30 presso Chiesa di S. Antonio Abate, in Via XI maggio n. 132 Marsala.

 Nel quotidiano “bollettino di guerra” che caratterizza il nostro vivere: fra allarmi ambientali, femminicidi, terrorismi, drammatici sbarchi di disperati lungo le coste della nostra Isola, la lettura del primo lavoro letterario di Sabrina Sciabica “L'imbarcadero per Mozia”, edito in maggio dall'editrice “L'Erudita” in Roma, è stata una tregua, come un ramoscello d'ulivo, non a caso offerto dalla voce calma e suadente di una donna.
Già nel titolo si prefigura l'inizio di un viaggio che da subito ci rapisce, liberandosi dal frastuono e dal senso di frustrazione con i quali siamo costretti a convivere e che pure sono parte delle nostre certezze.

“Non c'è marinaio
che non accetti l'incognito
al cemento delle banchine”.

Questi versi, tratti dal romanzo, indicano e sintetizzano il percorso del viaggio tra mito e storia, sogno e realtà che procedono lungo i meandri di un paesaggio incantato.

Lo Stagnone, Mozia e “le isole sorelle”, la cripta di Crispia Salvia, l'ipogeo si san Giovanni ma anche angoli del centro storico dell'antica Lilibeo, nel romanzo perdono la connotazione di “siti” per assumere quella di “eventi”, quasi “epifanie”, perchè vivono nella suggestione della “bellezza”, del “rapimento” che suscitano in chi si immerge nella “magia” della parola, che è la cifra della “poesia” non più intesa come imitazione o riproduzione di un mondo, ma come apertura di un mondo che diviene “evento”.
La cifra del suo linguaggio è quella dell'aprirsi alla coscienza di chi si coglie nel mondo senza porlo innanzi a sé oggettivandolo, allo scopo di dominarlo.
Solo così la “parola” acquista autenticità; “dice di sé”, recupera quella forza espressiva capace di cogliere le “cose” per quel che sono, non per quel che valgono.
Il pensiero che “calcola” non capisce la “parola” e il mondo che esprime, non ne comprende il senso.
L'uomo ridotto a “funzionario” del pensiero che calcola non scorge il rischio che investe la sua “essenza” di essere libero.

In questa funzione salvifica consiste l'esercizio dell'Arte: strappare l'uomo al naufragio della coscienza di sé, restituendogli il linguaggio che “dice”. Certamente altro dal linguaggio che “serve”.

Da questo “dire”, che costituisce l'agile ordito della scrittura de “L'imbarcadero per Mozia” emergono, come per incanto: lo Stagnone, Mozia, gli antichi ipogei, la via Caturca.

Sono gli effluvei salmastri e inebrianti di una “Madre Natura” generosa, “i polsi d'acciaio dei marinai punici”, i responsi arcani di mitiche sibille, i lavacri rigeneratori di “misteriose fonti”, la memoria struggente di due innamorati, Crispia e Demetrius.

In questa dimensione i muri crollano, le differenze svaniscono, le gabbie si aprono, il pensiero vola libero dalle prepotenze del cuore e dagli schemi della ragione.

Antonio, Gisella, Vincenzo, Ignazio, nel romanzo, si muovono con la loro passioni, personalità e sensibilità, i loro problemi, calati però in questa dimensione di libertà.

Tutti personaggi e tutti protagonisti che incarnano una storia unica fatta di amore, amicizia, rispetto, comprensione, sia pure in un'articolazione varia e diversamente vissuta.

Anche nei momenti di più acuta tensione, di scoramento, mai viene meno la conside-razione dell'altro come persona.

Nei numerosi dialoghi che costellano la storia, lo scambio di opinioni, la diversità di vedute, il confronto tra fede e ragione, non assumono mai i toni dello scontro ideolo-gico aspro e prevaricatore, al quale ci hanno oggi abituati i “media”.

Domina nel romanzo un sentimento di amicizia che nelle sue sfaccettature e coloritu-re esprime un “Eros” che abbatte steccati, colma distanze, raffina sentimenti e ci fa sentire tutti in cammino, pronti a cogliere la voce del mistero che domina la fragile esistenza delle nostre “anime difettose, imperfette, bucate.”

Di particolare pregio è la scrittura di questo romanzo, concepito con un alternarsi di capitoli in prosa e parti in poesia.

Scelta ardua in sé e in specie per un’esordiente, eppure efficace e riuscita nella complessiva economia dell'opera.

Si tratta di versi pregni di giovanile impulsività lirica.

Disinvolta la scrittura delle parti in prosa che, senza ricercatezze o compiacimenti narcisistici, sviluppa un discorso piano e scorrevole, nel quale non mancano efficaci quanto simpatiche espressioni dialettali, peraltro in tono con un'intenzionalità narrativa venata di un lirismo mai esibito, sempre delicato e discreto.

Massimo Del Puglia

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