11/10/2019 02:30:00

Scrive Giuseppe, che risponde al pastore valdese sul "fine vita"

 Intendo rispondere all'articolo del pastore valdese, Alessandro Esposito dal titolo “Fine vita, il mondo cattolico si ribelli alle falsità del Vaticano” pubblicato dalla Vostra redazione.


Ciò che colpisce immediatamente dal tono (oltre che dal titolo) dell’articolo del pastore valdese sono i toni sprezzanti ed ingenerosi nei confronti del “vaticano” (vedasi ad esempio l’espressione “Il Vaticano, in tutta onestà, la coscienza non sa nemmeno dove stia di casa”) reo di aver sostenuto l’inammissibilità morale dei suicidio medicalmente assistito. L’impressione generale, leggendo l’articolo, è che si tratti di una polemica dal sapore antico che risale probabilmente alla riforma protestante e forse anche prima.


Ciò che, per inciso, rimane per chi scrive un mistero è come un cristiano, come nel caso del pastore valdese, possa affermare lecito il contrario di quanto la Bibbia afferma a chiare lettere non esserlo, cioè che solo Dio, quale Creatore, è padrone della vita. Ma questo è un problema che poco interessa ai più. La chiesa cattolica, d'altro canto, che piaccia o no, afferma quello che ha avuto insegnato dal suo fondatore Gesù e lo farà sino alla fine dei tempi.
Ritengo sarebbe stato più interessante riflettere sul fine vita e sull'opportunità di aprire o meno questo “foro nella diga” che attualmente blocca il suicidio medicalmente assistito. La questione è complessa e meriterebbe di essere approfondita spiegando ai lettori le varie questioni etiche e morali in gioco e le relative ripercussioni concrete, su cui il Comitato Nazionale di Bioetica si è pronunciato lo scorso 18 luglio.


Sulla questione è anche intervenuto recentemente il premier Giuseppe Conte affermando, da giurista, che “mentre non ho dubbi che esista un diritto alla vita, perno di tutti i diritti della persona, dico che è da dubitare ci sia un diritto alla morte". La questione, infatti, riguarda più in generale il diritto alla vita e alla cura mentre non può in sé affermarsi il sussistere di un diritto alla morte e pertanto al suicidio, anche se medicalmente assistito.
Molti in questi mesi hanno sostenuto che in taluni casi e in talune situazioni il suicidio medicalmente assistito dovrebbe essere garantito. La stessa cosa si è sostenuta negli anni 70 circa la spinosa questione dell’aborto. La realtà ha poi mostrato che praticando “il foro nella diga” nessun limite è stato poi possibile tener fermo in maniera convincente. Basta solo citare il caso del cosiddetto aborto a nascita parziale che è attualmente consentito in ben 20 Stati Usa che, di fatto, consentono la pratica dopo la 21° settimana di gestazione e sino al 9° mese di gravidanza.


Nel caso dell’eutanasia o del suicidio medicalmente assistito si assisterebbe ad una evoluzione diversa? Sembrerebbe proprio di no. In Belgio dove l’eutanasia è legale dal 2002 (solo più recentemente anche quella sui minori) l’opinione pubblica è stata più volte scossa da scandali che hanno rivelato come la pratica si sia diffusa fuori da ogni controllo e abbia riguardato anche casi pediatrici come raccontato da Ferdinando Cancelli su un articolo comparso
sul il foglio il 12 settembre 2019.

In conclusione credo necessario che sull'argomento si facciano serie e approfondite riflessioni comprendendo meglio i termini della questione ed evitando di accusare chi che sia di oscurantismo. Stiamo parlando di vita umana, quindi leggersi pure: “maneggiare con estrema prudenza”!

 

Cordialmente Giuseppe Sorrentino