29/02/2020 18:00:00

Ashraf Fayad come Torquato Tasso. Tra carcere e “Khaaba”, la poesia

Come “quando l’autunno è diventato disoccupato … dopo la caduta di tutte le foglie!” ecco che il poeta Fayad, in carcere per apostasia e ateismo, senza pronunciare “bismilah” (“in nome di dio”), inizia un colloquio e riflessione con la poesia “Khaaba e le sue sorelle” (Khaaba, “essere deluso”). “Khaaba e le sue sorelle” è uno dei testi di poesia che si trova nel libro “Epicrisi” (DiFelice Edizioni, 2019). Il libro, nella sua versione italiana, è a cura di Sana Darghmouni che n’è sia traduttrice che postfatrice (prefazioni di Paolo Branca e Massimo Campanini). Con “Epicrisi”, il poeta Fayad (in carcere) sembra dire che la vita è ciò che accade! Proprio come è successo a Torquato Tasso un po’ di secoli prima (XVI secolo), mentre nel XIX secolo, il poeta Leopardi ne traeva occasione per un dialogo.

Nel giugno del 1824 Giacomo Leopardi – rielaborando la nota vicenda dell’incarceramento (1579) come pazzo di Torquato Tasso nell’ospedale ferrarese di Sant’Anna per ordine del duca Alfonso II d’Este – scrisse il famoso «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare» (si diceva che il poeta Torquato, avendo profferito delle parole lesive per la dignità della corte estense, in realtà avesse di mira il potere, il duca Alfonso). Il giovane poeta palestinese Ashraf Fayad, in atto è nelle carceri dell’Arabia Saudita, perché le sue prime poesie, pubblicate nel 2008, e poi raccolte e tradotte in Italia con «Le istruzioni per l’uso, 2016» (la versione italiana è di Gassid Mohammed e Sana Darghmouni), sono state dichiarate e giudicate blasfeme e offensive dal potere saudita: commentavano e criticavano le questioni sociali nel mondo arabo, l’esilio, l’amore, la situazione dei profughi.

L’analogia fra le sorti dei due poeti è fuori dubbio (potrebbero essere citati altri casi…, la storia che ci appartiene ne ha diversi in archivio…). Il poeta che osa sfidare il potere è un pazzo, e chi sfida il potere del governo, fosse anche con il potere della parola poetica, è un pericolo e un esempio da mettere a tacere. Il soggetto va accusato, processato (anche con prove prodotte ad hoc), rinchiuso e condannato a morte (anche se poi può essere ridimensionata). Torniamo ora alle poesie del libro «Epicrisi» di Ashraf Fayad.

Pubblicato in Italia (2019) «Epicrisi», in futuro, forse, darà materia a un altro futuro Leopardi per scrivere un altro dialogo di universale interesse sui rapporti tra poesia e poteri. Nell’opera, come Torquato Tasso, Fayad, facendo interagire poeticamente un “io e un tu”, riflette e risponde su ciò che gli accade, per ciò che dice e scrive, mentre davanti gli si innalza una marea di delusioni (khaaba), «Epicrisi».
Non cosa diversa, tra amarezza e speranza, fa Leopardi nel «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare». Il dialogo cioè in cui il “Genio” – a fronte del «cicalare» del poeta sulle vanità e le miserie della società degli uomini – risponde che il suo «tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti, quello di chi ti opprime».

Per un semplice rimando al vocabolario italiano, la parola “epicrisi” viene dal greco «ἐπίκρισις, der. di ἐπικρίνω» e porta tre accezioni significanti quali «distinguere, giudicare, decidere»]. Ora (e solo per citare qualche passo), il poeta in carcere scrive che «da quando l’autunno è diventato disoccupato … dopo / caduta di tutte le foglie! // Dal cielo, // la pioggia cade in quantità variabili a seconda dell’umore / delle nuvole … // […] senza bisogno di dire bismilah prima di fare qualsiasi / cosa! // Allontanati …// La terra è occupata in altro.» (Khaaba e le sue sorelle,”pp. 48, 50, 51); che «La morte è un’idea semplice … / La morte significa che è senza valore / tutto ciò per cui hai vissuto! / la morte non è affatto passibile di comprensione / perché la nostra mente in quel momento smetterà sem- / plicemente di funzionare // Per tua informazione / la vita non è così brutta come nei film / e nemmeno bella come in un sogno compiuto. / E sempre per tua informazione / dopo un po’ di tempo, non potrai più essere sicura della / mia esistenza / non perché sarò altrove a praticare la felicità / come succede spesso nella vita reale, / ma perché la vita reale è l’unica cosa / che non mi potrà mai accadere, nemmeno per quello sba- / glio / che insisto finora a commettere.» (Separazione automatica, pp. 18-19).

Un giudizio e una posizione conclusivi! Un dialogo tra l’io e il tu (che poi si estende per tutto il libro) che si desume da una somma di giudizi parziali, non meno eloquenti le ultime battute che chiudono il dialogo tra Tasso e il suo genio familiare. Quelle cioè in cui il poeta denuncia il suo tempo «notte oscurissima, senza luna né stelle» e, chiedendo al Genio dove trovarlo quando ne avesse bisogno, si sente rispondere: «Ancora non l’hai conosciuto? In qualche liquore generoso». Fayad, come Tasso, ha capito di averlo trovato nella poesia e nella sua parola di riflessione personale e politica come interesse comune e, nel tempo, trasversale denuncia di vite spezzate.

Il poeta palestinese Fayad (sinteticamente e per inciso), con Epicrisi, dà prova ancora di come non sia sufficiente immergersi solo nel tema portante per scrivere poesia. Necessita infatti anche l’apporto della tecnologia poietica! E Fayad n’è consapevole, dove, per esempio, usa gli esclamativi, i parallelismi grammaticali, sintattici e strofici (spesso nella forma delle anafore), la reticenza retorica, l’enjambement e il ricorso a tmesi (spezzamento di una parola composta, o non composta) etc. I puntini di sospensione possono connotare un insieme di densa significanza (titubanza, insinuazione, paura, evasione, inganno, esitazione lasciata indefinita …), come lo spezzettamento delle parole a limite del verso può diventare un’ulteriore schema per iconizzare il come si spezza una vita. Iconizzare cioè l’azione violenta del potere e dei poteri, che, opprimendo mediante l’esecuzione dei suoi organismi complici, bloccano il conflitto individuale e sociale, ovvero mettono a tacere la critica o la voce di denuncia di quanti si provano a metterne in atto i propositi.

Antonino Contiliano