06/04/2020 06:00:00

Il coronavirus, le nostre vite a casa. E io che posso fare? Accendere le luci della sera

 Ogni sera, appena “scura”, faccio il solito giro della casa. Chiudo le imposte, abbasso qualche serranda. Per noi miopi è, quello del crepuscolo, il momento in cui la vista si abbassa un po’, i contorni delle cose sfumano, e con l’incedere della penombra sale una piccola ansia antica.

Accendo le luci del portico, poi quelle del viale, e del cancello di casa. Da un po’ di tempo, ogni sera, appena “scura”, mi trovo a fare, sorridendo, lo stesso ragionamento: per chi accendo le luci sulla strada, se non aspettiamo nessuno, se noi non usciamo, se qui fuori tutto è fermo?

Poco dopo,  esco ad esporre i rifiuti (per fortuna la raccolta differenziata non si ferma…). Guardo la strada ripida che porta a casa mia, mi sembra San Francisco, se solo San Francisco avesse lo Stagnone davanti e qualche buca in più. 

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Chissà cosa starai scrivendo, mi dicono un sacco di amici, in questi giorni. E’ il vostro tempo, aggiungono. Il tempo di voi scrittori, pensatori, di voi che immaginate le cose, che ci guardate dentro. D’altronde lo ha detto anche Baricco: audacia, ci vuole audacia.

Io però sono uno di quelli che non ce la faccio. Non ho pensieri profondi, cose da scrivere, idee, ho mille cose che mi passano per la testa, nessuna (tranne questa) che prenda forma.

Invidio quelli che ce la fanno, gli scrittori che hanno il libro pronto, le lucidissime analisi, coloro che sanno leggere nelle viscere della contingenza. Anche quelli della battuta pronta, invidio. O quelli che hanno teorie calzanti, scrivono concetti profondi, fanno analisi in punta di fioretto, anche in diretta su Instagram. 

Io proprio non ci riesco. Ho molte cose in testa, confuse, faccio schemi e poi li butto, vorrei scrivere per incoraggiare, scrivere qualcosa in bello stile per dire che andrà tutto bene, creare un hashtag tutto mio, poi ho bisogno di qualcuno che mi dia conforto, una pacca sulla spalle, proprio ora che abbracci non ne possiamo ricevere, neanche l'abbraccio di una madre.

Per ora sono al fronte, il fronte è il mio lavoro di giornalista impegnato con la sua eccezionale squadra, ogni giorno, a raccontare questa emergenza, smontare i proclami delle autorità, dare voce al disagio, lottare contro le falsità che girano. 


Penso che verrà un tempo di un’altra scrittura, non so. D’altronde, quanto ci ho messo a raccontare della strage di Capaci? Era il 1992, avevo 15 anni, ne ho scritto la prima volta quando di anni ne avevo il doppio, 30.
E allora mi prendo il tempo necessario, penso, ancora una volta, mi faccio scudo e forza con questa regola: prendersi il tempo necessario.

Davvero non ce l’ho un pensiero. Altri, si. E quanti. Perché sono tutti virologi, in giro, tutti esperti di contagi, di statistica, di economia. Tutti che sanno qualcosa in più di quell’altro, e ci tengono a dirla, a voce più alta, a condividerla, perché loro hanno studiato all’università della strada, e se ne vantano, lo mettono anche nelle informazioni del loro profilo sui social. La quarantena, che rende molti di noi forzati sul divano, amplifica tutto questo. E quindi condividiamo, condividiamo, condividiamo. Ogni giorno ricevo decine di video, tutti virali (che ironia…), tutti imperdibili. Tutti inutili. Uno degli ultimi è di Tullio Solenghi, il comico, proprio lui, che dice la sua sugli Eurobond. Avete capito bene, Tullio Solegnhi che parla degli Eurobond (ma lo sapete già: è arrivato anche a voi). Insieme ai meme, ai gruppi di preghiera, ai flash mob dai balconi di casa, agli appellli dei medici, a quelli che in strada riprendono gli altri che stanno in strada, alla verità rivelata sul fatto che è tutto falso, è tutto vero, è tutto preparato in laboratorio, e colpa della kasta!1!, è la fine del mondo, è tutto già esistito, è la natura che si vendica, è colpa dello smog,  è tutto come prima, non è nulla, moriremo tutti.

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Hemingway diceva che ogni generazione è contraddistinta da un evento gigantesco che la segna. Per lui era la guerra civile in Spagna, per quelli un attimo prima la Grande Guerra, poi la Seconda Guerra Mondiale. La mia generazione è stata segnata dalle bombe del ‘92. Quando ne parlo con i ragazzi che incontro nelle scuole, o nei  corsi, quando il discorso cade sulle accuse che generalmente noi adulti facciamo alla loro generazione,  apatica, distratta, assente, penso che forse dipende da questo. Dalla mancanza di un grande evento, un trauma collettivo. Adesso ce l’hanno. Magari loro ci racconteranno qualcosa di importante su tutto ciò che stiamo vivendo adesso. Non noi. Loro, magari, si.  Ci racconteranno cosa significa questo tempo sottratto, e chissà che, un secolo dopo, la loro non sia, sempre per citare Hemingway, un'altra "generazione perduta". 

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Io dal canto mio che posso fare, adesso. Accendere le luci del viale all’imbrunire, quelle del portico, e quelle del cancello. Come se.
Uscire fuori con gesti lenti, per esporre il mastello dei rifiuti, prendere una boccata di aria buona della sera, intercettare l’ultima luce del tramonto,
fare i paragoni tra la mia “sdirrupata” contrada e San Francisco.

Ieri, uscendo, mi sono ritrovato a pensare al Papa, alla sua preghiera, qualche sera fa, nella piazza San Pietro enorme e vuota, anche lui, all’imbrunire. Chissà se il Papa fa la differenziata, mi sono chiesto. E poi ho pensato anche alle sue parole, dette mentre avanzavano le tenebre davanti a lui e nel mondo. “Nessuno si salva da solo”. In questi giorni in tanti si chiedono, e ci chiediamo, “Dov’è Dio?”. Forse è l’unica domanda alla quale Google ancora non risponde. Dov’è Dio?

Forse Dio è proprio nel silenzio di questi minuti. D’altronde nelle scritture, al profeta che lo attende come un tuono, una potente eruzione, come la folgore o il terremoto, un qualcosa di pauroso e strabiliante insieme, il Signore si presenta, cito letteralmente, “come una voce di silenzio sottile”.

Forse c'è qualcosa di sacro in questa luce che accendo ogni sera, penso. La luce di casa. Anche se non aspettiamo nessuno, anche se da qui, per ora, non si esce.

Giacomo Di Girolamo