28/03/2020 15:00:00

Diario dal disastro. Positivo anche io, forse che sì forse che no

di Domenico Cacopardo

28 marzo 2020

Sono entrato anch’io nel vortice nazionale. Il medico mi ha detto subito: «Ci sono due opzioni: vai in ospedale. Ma dovrai aspettare più di ventiquattro ore per il tampone e la tac. Rimani a casa e puntiamo sul fatto che può non essere. La sintomatologia, benché pesante, è piuttosto anomala per il corona.»
Naturalmente, ho scelto la busta n. 2 e sono rimasto a casa con mille dubbi e preoccupazioni, complice incombente il pessimismo siciliano, cui si aggiunge integrandolo il pessimismo personale. Tutto è successo ieri verso le 4 del pomeriggio. Avevo dormito un’oretta sulla comoda poltrona dei riposini, e quando mi sono alzato sono stato scosso dai brividi. Ho messo il termometro: 39°.

“Ci siamo”, mi sono detto benché dal 7 marzo sia rimasto tappato in casa, uscendo solo, tutto bardato di maschere e guanti di lattice, per comprare i giornali o per andare in farmacia. E ho telefonato al dottore.

Terapia aggressiva: vari antibiotici, tachipirina e aspettare.

Insomma, stamattina sto quasi bene, nel senso che sto in piedi, non ho la febbre, ma mi sento molto strapazzato.

Visto la piega che ha preso questo diario, e la sua natura terapeutica (soprattutto per me), riprendo per raccontare un’altra storia di famiglia. Una storia che non poteva che essere accaduta nell’isola. Forse a Napoli.

Per farla breve, un fratello di mio nonno s’era prodotto in una scena di folle gelosia nei confronti della moglie, agitando con la mano un revolver. Un figlio s’era frapposto ai due e ne aveva pagato le conseguenze: un colpo aveva reciso la sua giovane vita. Naturalmente, si andava a processo. L’unico argomento di difesa, alquanto debole, era la preterintenzionalità, cioè un evento non voluto dal responsabile, nel quale era incorso a dispetto delle sue intenzioni.

La mia bisnonna era una donna religiosissima e, ascoltando il suo confessore, aveva deciso di impegnarsi con un voto: se il figlio fosse stato assolto, un altro figlio, lo zio Totò, scapolo e noto a questo diario, avrebbe compiuto un pellegrinaggio in Terra santa, secondo gli usi medievali.

L’insperata assoluzione arrivò, anche per merito di un avvocato di particolare facondia e prestigio, e venne quindi il momento di procedere col pellegrinaggio. Prima di tutto la madre doveva informare Totò del voto assunto a sue spese.

Totò, naturalmente non ne volle sapere: scapolo, dopo avere corso la cavallina in gioventù, era l’amante di una nobil-donna messinese e trascorreva tranquillamente in città settimane e mesi, interrompendoli per due soli eventi: il viaggio a Firenze per le camicie; il viaggio a Londra per gli abiti in Savile Road, la strada dei sarti.

È facile immaginare il suo fermo proposito. Uno sconvolgimento totale del suo felice tran-tran e uno strapazzo sicuro, dato che il pellegrinaggio doveva avere luogo a piedi, partendo da Messina, sino a raggiungere Gerusalemme.

La bisnonna consultò il confessore, un gesuita che ne sapeva una più del diavolo. Concordò con lui la proposta alternativa: da Messina a Napoli a piedi, da Napoli alla Palestina in nave. Così il ritorno.

Anche in questo caso Totò rispose picche. E a quel punto il confessore ebbe l’idea geniale: il pellegrinaggio virtuale. Calcolata la distanza tra Messina e Gerusalemme, calcolato un cammino di una decina di chilometri al giorno, Totò non si sarebbe allontanato da casa sua. Ogni mattina avrebbe percorso la distanza programmata e, più o meno, in un anno e mezzo il pellegrinaggio andata e ritorno sarebbe stato compiuto.

L’interessato non poteva più rispondere picche. Mugugnando, accettò, a condizione che la “base” dell’operazione fosse stabilita nella masseria della Praiola e che gli fosse possibile assumere un assistente. Quanto alla domestica ci avrebbe pensato sua sorella Clemenza.

Un giorno di fine agosto, Totò, accompagnato dal giovane Liborio, dopo una ricca colazione all’inglese, lasciò l’ampio porticato della masseria e si incamminò. Liborio aveva una bertula con generi di conforto vari, per quando al signorino fosse venuta fame o sete e recava, legato di traverso come uno schioppo, un bell’ombrello, quasi un ombrellone, nel caso in cui fosse piovuto o il caldo fosse tale da rendere necessario un riparo dal sole.

A ottobre, tuttavia, sorse un problema. Liborio non abitava alla Praiola: ogni mattina vi arrivava a cavallo di una scecca, che poi lasciava lì in attesa del suo ritorno. Totò, che l’aveva adocchiata, propose al giovanotto di seguirlo con l’asina in modo che gli fosse risparmiata la fatica della bertula piena di cibarie. Così il pellegrinaggio si arricchì della cavalcatura. E il giorno stesso, mentre iniziavano la ripida salita della Sciarudda, Totò, lanciato uno sguardo feroce a Liborio, saltò in groppa alla scecca e, rivolgendosi al ragazzo gli lanciò una specie di anatema: «Se parli con qualcuno, fosse tua madre, la pagherai cara. E se ti comporti bene, dopo che tutto sarà finito, ti darò …» Non sono in grado di quantificare la somma, ma sta di fatto che il pellegrinaggio assunse il carattere picaresco di una scampagnata, che zio Totò che, in fin dei conti, sperava di perdere peso, si ritrovò cresciuto di diversi chili. Già, non vi ho detto che, con le cibarie, c’erano varie bottiglie di vino rosso di casa, che la sete si faceva sentire e che, quindi, i due ne tracannavano un paio di bottiglie.

Quanto alla riservatezza, essa si scontrò con il fatto che, a quei tempi, tutti si muovevano a piedi o, al massimo, a cavallo di un cavallo o di un mulo o di un asino. E che il viaggio di don Totò era diventato di dominio pubblico. Così di dominio pubblico che anche la mamma del pellegrino venne informata della piega che aveva assunto il rito espiatorio.

Preoccupata, consultò il confessore che la liberò di ogni scrupolo, sottolineando che il fedifrago era il figlio e che era ora che si facesse vedere in chiesa per confessare i suoi molti peccati.