14/11/2019 09:07:00

Giovanni Puglisi: "Voglio dimostrare che le cose in Sicilia si possono fare"

 di Marco Marino

Il Muro di Berlino era ancora saldamente proteso a dividere il mondo in due, quando quarantacinque anni fa, con la prima edizione del Premio Mondello, Palermo inaugurava il sogno di un cosmopolitismo possibile, che avesse come anima le pagine di un libro. La letteratura era immaginata come una nazione senza confini o barricate, la cui costituzione si basava sulla necessità del dialogo e sul desiderio di alterità.

Dopo quasi mezzo secolo, quel sogno letterario e cosmopolita non si è esaurito; il Premio Mondello continua a essere, infatti, una delle maggiori istituzioni culturali del paese. Perché, parallelamente alla selezione dei libri più interessanti del momento, è riuscito di anno in anno a creare intorno a sé una comunità ideale, in cui ancora tenacemente si crede che un parallelepido di carta possa fare la differenza, in questo nostro distratto mondo.

Oggi pomeriggio, alle 17, alla Società Siciliana di Storia Patria verrà proclamato il vincitore del Premio SuperMondello. Nella terna «La lettrice di Cechov» di Giulia Corsalini, «I vivi e i morti» di Andrea Gentile e «L’innocente» di Marco Franzoso.

Oggi abbiamo l’occasione di parlare dello spirito che anima il Premio Mondello con il Presidente della Giuria, nonché Presidente emerito della Fondazione Sicilia, il professore Giovanni Puglisi. Che abbiamo incontrato qualche giorno fa nel suo ufficio di Palazzo Branciforte. 

Viviamo un tempo di forte crisi democratica. Quotidianamente sui giornali leggiamo di una realtà italiana abbrutita, violenta, razzista. Di fronte a questo contesto, che ruolo assume il Premio Mondello?

Il Mondello ha una motivazione “genetica”. Non è un caso che quarantacinque anni fa un gruppo di tre personaggi - un poeta, un letterato e un magistrato - abbia sentito il bisogno di creare un cenacolo letterario a Palermo che non fosse chiuso nella nobiltà della solitudine siciliana, ma aperto a una letteratura più ampia, italiana e non solo. Ricordiamoci che in Italia il Mondello è stato il primo premio letterario internazionale. Misurarsi con la letteratura del mondo, questa è la sua motivazione genetica. Non so se quei tre personaggi si posero il tema con questa lucidità, però credo che inconsciamente in loro risiedesse il bisogno di trovare un “milieu linguistico”: nella difficoltà della comprensione del mondo, un luogo convenzionalmente condiviso per evolvere un discorso che andasse oltre la realtà, partendo dalla realtà stessa. In parte costruendo o scoprendo mondi fantastici, in parte aiutando a costruire nuovi mondi.

Questa definizione di “milieu linguistico” è un’idea di letteratura tanto affascinante, quanto difficile da trovare e perseguire.

La letteratura è un’occasione, un’opportunità, un laboratorio in cui è possibile costruire, o almeno sognare, nuovi mondi. Nell’auspicio che questi mondi non siano sempre delle isole fantastiche, ma che possano diventare la realtà. Oggi, quarantacinque anni dopo, questo tema è di grande attualità. Perché un mondo come il nostro, in piena comunicazione continua, è finito col diventare un mondo sordo a qualsiasi forma di ascolto, privo di qualsiasi desiderio di condivisione.  

Per scongiurare un mondo così, il Mondello come interviene sul presente?

Il Premio Mondello non è una mera competizione tra scrittori. C’è anche questo aspetto, ma è marginale. Il Mondello è soprattutto uno spazio vocato all'educazione alla lettura. Si rivolge ai lettori delle librerie, i cosiddetti lettori forti, ma in particolare si rivolge ai giovani. Io sono fissato con l’idea che in Italia lo spazio del cambiamento sia riservato ai giovani: una gioventù che è necessario aiutare a crescere, non soltanto nella sua evoluzione gnoseologica, ma soprattutto nella sua coscienza critica. È per questa ragione che il Mondello comprende 18 scuole e 180 ragazzi: una fiera dei giovani, che è una fiera di lettura, di riflessione, di progettualità, incontro, dialogo.

È ancora possibile, allora, pensare che l’educazione alla lettura, la letteratura, siano in grado di cambiare la realtà in cui viviamo.

Stando attenti a non confondere ogni testo pubblicato in ambito letterario con letteratura. Per poter parlare di letteratura non basta avere davanti un testo scritto. Dentro quel testo deve esserci un’anima, e dentro l’anima ci deve essere anche una passione alla scrittura per il cambiamento. Se la mettiamo su questo piano, gli scrittori si riducono molto. Di gente che scrive ce n’è tanta. Ma sono pochissimi i libri capaci di cambiare il nostro modo di percepire ciò che abbiamo attorno. 

Dovrebbero essere i premi a trovarli. 

Il Mondello cerca di dare un contributo a individuare quali possano essere i testi che hanno l’ambizione, la possibilità, la capacità di dare un contributo al cambiamento. È il compito di tutti i premi letterari degni di questo nome.

Mi piacerebbe chiederle qual è la sua visione della Sicilia. Si ritiene un siciliano di scoglio o di mare aperto?

Sono sempre stato della categoria dei siciliani d’alto mare. Dico sempre che Palermo va presa a piccole dosi, come l’omeopatia. Perché Palermo è una città difficile, è una città molto legata alla sua interiorità. I palermitani vivono molto dell’apparire, a me l’apparire non piace, preferisco l’essere. Preferisco costruire, non mi piace inaugurare. E trovo che la vera “sicilitude” sia la capacità della Sicilia di mettersi a confronto con il resto del mondo. La Sicilia è stata grande quando è uscita dai suoi confini, non quando s'è chiusa dentro se stessa. 

 

Nonostante tutto, però, lei pervicacemente continua a lavorare in Sicilia e per la Sicilia.

 

Voglio dimostrare che le cose in Sicilia si possono fare. Il luogo dove ci troviamo, Palazzo Branciforte, ne è la prova concreta. Nel 2005, per come era ridotto, Gae Aulenti lo definì il peggiore scempio mai visto nella sua vita. Nel 2012, dopo il nostro restauro, Giorgio Napolitano disse che era un posto meraviglioso, che da solo vale una visita a Palermo. Significa che anche a Palermo si può fare. A fronte alta, senza particolari eroismi e senza fare nessuna porcheria. Anche a Palermo è possibile fare cose che restano. Ho sempre diviso la cultura delle istituzioni dalla cultura degli eventi. Gli eventi sono mostre, mostricine, mostriciattole: si fanno, iniziano, finiscono. Le istituzioni sono qualcosa di più stabile, non muoiono. Permangono nella solidità, nel senso della continuità della memoria.