27/03/2020 07:10:00

Le parole che valgono. Intervista a Giulio Ferroni

 di Marco Marino

In questi giorni di forzato isolamento e riflessione, saltano spesso alla memoria alcuni versi dell'Inferno dantesco, come spiacevoli reminiscenze: 

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
(Inf. VII, 58-60)

Dante si riferisce ai prodighi e agli avari a cui Dio ha tolto la possibilità di accedere al "mondo pulcro", il Paradiso, ponendoli nella "zuffa" infernale. A colpire è soprattutto il commento del poeta, che non vuole sprecare il suo tempo tentando con i versi di abbellire (il meraviglioso verbo "appulcro") una condizione così infelice. 

Dicevo che reminiscenze del genere risultano spiacevoli, perché restituiscono ancora una diapositiva lucidissima di quello che stiamo vivendo oggi, tutti noi, prodighi di tempo e avari di solidarietà. Basti pensare al diffuso clima di delazione delle ultime settimane: Dante aveva ragione, non ci sono parole che possano "appulcrare", rendere bello, un mondo di questo tipo. La Commedia ogni volta ci stupisce e ci conquista e, allo stesso tempo, ci condanna ai gironi luciferini di sempre. Benché siano passati più di settecento anni dalla loro poetica istituzione.

Della consapevolezza e dello studio di questa contemporneità, nei suoi tratti positivi e negativi, uno dei maggiori custodi è sicuramente Giulio Ferroni.

Docente universitario e critico letterario, è autore di una fortunata Storia della letteratura italiana che da anni accompagna generazioni e generazioni di studenti nell'indagine dei classici della nostra Italia di carta. Poche settimane fa è tornato in libreria con due volumi che potrebbero apparire l'uno il satellite dell'altro: La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere (Salerno Editrice, pagg. 73) e L'Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia (La Nave di Teseo, pagg. 1226). Libri entrambi imprescindibili per provare a orientarsi entro una realtà - non solo di carta - sempre più complessa, veloce e indecifrabile. 

Ho avuto l'occasione di parlarne - seppure a distanza - con l'autore. Partendo dalla Solitudine del critico per arrivare, infine, a Dante.  

Solitario e tenacemente inattuale: è questa la figura del critico che profila. Ma così la critica non corre il rischio dell’invisibilità?

È una scommessa, quella che facciamo: cercare di farsi sentire pur nella solitudine. Non è semplice, naturalmente. In un certo senso, il nostro rapporto con la tradizione precedente, con il lavoro critico che è stato fatto prima, oggi ci garantisce almeno la possibilità di continuare.

Da cosa dipende il lavoro critico di oggi?

È legato alle circostanze esterne più varie. Le situazioni cambiano rapidamente, pensi a quella che stiamo vivendo in questi giorni. Altro che la solitudine del critico, la solitudine qui è universale. Anche se si cerca di superarla con la tecnologia.

A proposito di tecnologia, in questi giorni impazzano sui social i consigli di lettura. Siamo ormai tutti recensori e critici.

Quello che si è perduto è la distinzione tra i livelli: tutte le parole sono legittime, però non tutte si equivalgono.

Uno non vale uno, nemmeno in letteratura.

In nessun campo, e tantomeno in letteratura. Tutti quanti, allora, dovremmo essere scrittori di capolavori. E va benissimo, intendiamoci, ma tanto a che cosa servono questi capolavori se sono talmente troppi che non li legge nessuno? Il vero rischio è che poi tutto diventi autoriflesso. Il fatto che tutti possano parlare, non significa affatto che tutti vengano ascoltati. Anzi, parlano tutti e non ascolta nessuno.

Ma un critico militante, che si occupa delle novità editoriali, può essere un critico inattuale?

Il critico militante è legato sempre a una contraddizione. Da una parte esercita un servizio pubblico, dice dove sono i valori in campo; dall’altra è uno che difende una propria posizione culturale, con una sua idea di cosa sia cultura, letteratura, del proprio essere nel mondo. Quindi non si esce da questa contraddizione. Uno dovrebbe leggere tutto, parlare di tutto, riconoscere i valori in maniera oggettiva. Ma l’oggettività, poi, non esiste. E in realtà si tratta soltanto di lottare per un proprio punto di vista con il mondo. La letteratura, in questa chiave, è uno strumento di dialogo che abbiamo a disposizione. In astratto forse è vero, un critico militante forse non può essere inattuale, ma il fatto stesso che esercita la critica in qualche modo lo rende anche inattuale. Ci troviamo di fronte a un paradosso.

Lei che lettore è stato? Che lettore è?

A guidarmi è stata la passione per la circolazione della parola letteraria e per gli aspetti esistenziali che la letteratura porta con sé. Cercavo la densità esistenziale che si trasmette attraverso la parola, attraverso la scrittura. Metteteci la vita, diceva De Sanctis, nella letteratura. La vita non nel senso di un vitalismo di tipo dannunziano: la vita nella sua semplicità, nella sua fragilità, nella sua povertà.

In questa vita è la letteratura, allora, a salvarci?

Non ci salva individualmente. Ci permette di capire le contraddizioni in cui siamo implicati, in cui siamo irretiti. Ci fa prendere coscienza di cosa ci manca, di cosa non ha funzionato nel modello di sviluppo che abbiamo vissuto. Ci richiama al valore delle cose essenziali che, nella velocità della comunicazione in cui eravamo immersi, sono state troppo trascurate. «O insensata cura de' mortali», citando Dante. Si va appresso a tante cose che non ci fanno capire niente... Forse la letteratura ci fa capire questo: guarda dove stai, guarda dov’è il mondo intorno a te. Nei modi più diversi, la letteratura lo fa. Non immediatamente, non dandoci delle lezioni pedagogiche immediate. Non ci dice cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo fare, eppure ci fa capire dove sta quello che conta.

«Non si tratta tanto di istituzionalizzare geocritica ed ecocritica», leggiamo nella Solitudine del critico, «quanto di mettere in primo piano, nella critica letteraria, punti di vista geografici ed ecologici». È da questa denuncia che nasce L’Italia di Dante?

Non deliberatamente. Non ho voluto applicare un modello di geocritica o di critica geografica. È stata una convergenza spontanea di diverse istanze. Ho sempre pensato che il problema dello spazio e della spazialità sia un dato determinante. Ho sempre amato i luoghi nella loro fisicità. E amando la Commedia, non so più di preciso quanti anni fa, ho cominciato a pensare che sarebbe stato bello fare un viaggio nei posti che Dante menziona. Andando in pensione, c’è stata finalmente l’occasione di fare questo viaggio. Mi sono reso conto dopo che convergeva questa necessità di interrogare lo spazio, tanto più che nella Divina Commedia è un elemento determinante. Sia quello immaginario, del mondo ultraterreno; sia quello reale.

È appena trascorso il primo Dantedì, il 25 marzo. Non pensa che il giorno di Dante vada incontro agli stereotipi di tutte le altre giornate “dedicate a...”?

C’è la possibilità che abbia un aspetto formalmente celebrativo, che vengano fuori cose pompose e retoriche. Può diventare, però, un’occasione per riportare le generazioni giovani a leggere la Commedia. Un modo per dimostrare che Dante non è fermo nelle pagine di un libro o nella difficoltà di decifrare certi linguaggi, certi canti: nella sua poesia c’è tutto il mondo che abbiamo attorno, c’è l’Italia. Bisogna cercare di farlo vivere proprio in rapporto allo spazio contemporaneo. Il mio libro vuole essere un contributo in questo senso. Non è un libro scientifico su Dante; è il mio modo di leggerlo interrogando l’Italia di oggi.

Ne L’Italia di Dante, il capitolo sulla Sicilia appare come un libro parallelo, un libro dentro il libro. «E la Trinacria, che caliga/ tra Pachino e Peloro...». Qual è l’idea che Dante ha della Sicilia?

In questa perifrasi dell’ottavo canto del Paradiso, si sente la traccia di Virgilio, di Ovidio. Risale a echi classici, che continuamente confronta con quello di cui intanto sentiva parlare.

Ad esempio?

Penso ai Vespri, che avevano agito fortemente sull’immaginazione dei contemporanei in tutt’Italia. «… mosso Palermo a gridar: “Mora mora!”», è un riferimento proprio ai Vespri siciliani. Tanto più che Dante si trova ormai in una situazione di esilio, che è stato motivato in fondo pure dagli Angioini che hanno aiutato i neri di Firenze. Inoltre, sull'immaginario influisce il rapporto con i poeti siciliani. La sua immagine della Sicilia per un verso risale all’antichità; per un altro, è molto letteraria e politica, affacciata sul mondo contemporaneo.