25/06/2021 06:00:00

Il processo Araba Fenice e l’imbarazzo di Lumia: “Antimafia di facciata”

Riserva sempre sorprese il processo Araba Fenice, che si tiene davanti al Tribunale di Siracusa. Nell’ultima udienza sul banco dei testimoni è salito l’ex senatore Pd Beppe Lumia. Cosa c’entra con questa vicenda?

Cominciamo dalla fine, ovvero dai ringraziamenti che il giornalista Paolo Borrometi riporta nero su bianco nel suo libro “Un morto ogni tanto”. Figurano in chiaro i nomi dell’ex Presidente del Senato Pietro Grasso, dei PM Alessandro Sorrentino e Valentina Sincero, del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, del procuratore Nino Di Matteo, dell’attuale dirigente della Digos della Questura di Siracusa Antonietta Malandrino, dell’ex Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, dell’ex assessore regionale in quota Crocetta Salvatore Calleri, del senatore Mario Michele Giarrusso, Don Luigi Ciotti, di diverse associazioni antimafia come la Fondazione Antonino Caponnetto, Libera, Agende Rosse, del Centro Pio La Torre, di rappresentanti e sigle sindacali come la CGIL, colleghi giornalisti e organi di stampa. Nascosto tra gli “amici di liete serate romane” figura un certo ‘Beppe’, riconducibile verosimilmente proprio a Lumia.

Al centro del processo, lo ricordiamo, l’accusa di mafia cui fanno da corollario una serie di reati contro il patrimonio e delitti connessi al traffico di sostanze stupefacenti. In particolare, l’associazione mafiosa denominata Clan Giuliano avrebbe fatto in modo di acquisire in modo diretto o indiretto il controllo e la gestione di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici, oltre il controllo e la gestione monopolistica del settore del commercio di prodotti ortofrutticoli nel siracusano. Tra le accuse, anche quella di essersi associati per fare convergere il sostegno elettorale alle amministrative di Pachino del 25 maggio e dell’8 giugno 2014, Comune poi sciolto dal Consiglio dei Ministri su proposta dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel 2019. Il tutto, all’ombra della mafia e, in particolare, a opera del clan che farebbe capo a Salvatore Giuliano e dei suoi presunti esponenti, tra i quali l’ex consigliere comunale Salvatore Spataro (per quanto concerne il “settore politico – elettorale”), Giuseppe Vizzini (vice di Giuliano) e i fratelli Aprile, partecipi dell’associazione e braccio operativo.

Sotto la lente d’ingrandimento dell’avvocato Giuseppe Gurrieri, legale di Salvatore Giuliano, Salvatore Spataro, Claudio, Giuseppe e Giovanni Aprile, un’interrogazione parlamentare del 2016 di Lumia, poi riproposta nel 2018, che riprendeva l’inchiesta giornalistica di Paolo Borrometi sulle presunte cointeressenze della mafia nel commercio dei prodotti ortofrutticoli locali, nonché le attività politiche dell’ex Senatore a Pachino considerato che nello stesso atto chiedeva all’allora Ministro dell’Interno Angelino Alfano di “verificare la regolarità delle elezioni amministrative pachinesi del 2014 e del sistema delle collusioni amministrative”, sebbene l’ex senatore, a margine del dibattimento, abbia negato tale circostanza.

«Ho fatto un’interrogazione parlamentare nel 2016 che riguardava la presenza della mafia nel territorio di Pachino, precisamente il 16 settembre 2016 (15 settembre, n.d.r.)», conferma Lumia. «Intervenivo sulla situazione generale della presenza della mafia di mia conoscenza attraverso la mia attività di parlamentare e di componente della commissione parlamentare antimafia. In subordine all’interrogazione - precisa l’ex parlamentare - partivo da due fatti. Il primo fatto è stato un protocollo che è stato assegnato alla Commissione Parlamentare Antimafia in una relazione della Prefettura di allora. E un altro fatto che mi colpì, la vicenda della famosa “Operazione Ciliegino”. Naturalmente, poi, riassumevo due sollecitazioni», aggiunge. «Una sollecitazione dell’antiracket e dell’antiusura, che è una vecchia sollecitazione che era sempre stata all’attenzione sia mia, sia della Commissione Parlamentare Antimafia», una sollecitazione legata alle estorsioni soprattutto verso le aziende agricole. «L’altra sollecitazione che ho rilevato era il contributo che avevo letto e avevo molto apprezzato come ‘rigoroso’ da parte di un’inchiesta giornalistica sul sito La Spia. Queste sono le due particolari sollecitazioni, i due documenti che ho citato: quello della Prefettura presso la Commissione Parlamentare Antimafia e l’Operazione Ciliegino. Quindi, ho evocato all’interno di questo atto una serie di richieste in indirizzo dei ministri». Non la sfera di cristallo o sedicenti poteri occulti e paranormali del senatore, ma documenti riservati che i membri della Commissione Parlamentare Antimafia avevano ricevuto e di cui il giornalista Paolo Borrometi aveva insolitamente scritto in anticipo rispetto l’interrogazione del senatore.

Come ha legato l’Operazione Ciliegino con il nome Giuliano? «Non l’ho legato», dichiara l’ex parlamentare rivolgendosi all’avv. Gurrieri. «Se lei legge l’interrogazione, faccio poi riferimento al contesto mafioso presentato in tanti report dalla Procura Nazionale Antimafia, report della DIA di Catania. Il contesto che noi abbiamo sempre osservato in questa parte a sud della provincia di Siracusa è quella della presenza di Pinuccio Trigila, poi della presenza di Salvatore Giuliano che nei report che ci vengono fatti viene considerato come capomafia locale che ha avuto rapporti nella storia tradizionale della provincia con i mafiosi di Catania, in questo caso con il capostipite della mafia che è Santapaola e Cappello, in particolare per quanto riguarda il clan Giuliano, e quindi ci vengono sottoposti questo tipo di evoluzioni: la crescita di questo clan. Nel report de La Spia c’è anche indicato questo tipo di evoluzione e quindi mi sembrava interessante riferirlo attraverso ‘virgolettate’». Curioso, a questo punto, come l’interrogazione appaia un susseguirsi di copia e incolla tratti dall’articolo di Borrometi, antecedente di una manciata di giorni.

Nell’interrogazione emerge poi il tentativo di infiltrazione da parte di Giuliano alle elezioni amministrative del 2014. Lumia infatti scrive che “Giuliano, personaggio di spicco, tenta di fare eleggere un sindaco a lui gradito” senza farne il nome, un nome sollecitato dall’avv. Gurrieri in aula. L’ex parlamentare prova a tergiversare: «L’interrogazione viene presentata nel 2016 e si fa riferimento a una nota della Prefettura del dott. Gradone del 3 marzo 2015 ma metto tra virgolette solo quella parte che era stata resa pubblica. La parte che non era stata resa pubblica dove erano indicati i nomi non li ho fatti. Quando invece, dopo, sono stati indicati i nomi, il sindaco candidato era (Andrea, n.d.r.) Ferrara contro il sindaco che poi fu eletto che era (Roberto, n.d.r.) Bruno del Partito Democratico».

Per sua stessa ammissione, ricorda di avere partecipato in veste di parlamentare alla campagna elettorale di Pachino. «Feci una puntata veloce a Pachino dove ancora non si era consumato il rapporto tra il candidato sindaco e l’insieme delle altre liste in accordo con lo stesso sindaco Bruno», confessa Lumia. «Quando in un’intervista gli fanno riferimento a questa mia presenza, il sindaco Bruno ha dovuto ammettere che io sono stato presente quando ancora non si erano consumati i rapporti con le altre due liste». L’ex parlamentare era stato eletto nel 2013 con il movimento ‘Il Megafono’, per poi confluire - come da accordo di candidatura - nel Partito Democratico. «I due consiglieri comunali che poi risultarono collegati (alla mafia, n.d.r.), a dire della Prefettura… che sono citati nel decreto di scioglimento per mafia appartenevano uno alla lista Spataro dell’UDC e l’altro a una lista civica. Non erano della lista Il Megafono. Anche se fossero stati della lista Il Megafono, per me, non cambiava niente. Quando ho potuto pubblicare i nomi l’ho fatto nella seconda interrogazione», ribadisce.

A questo punto, viene mostrato al teste un fermo immagine dell’1 marzo 2014 che lo ritraeva, oltre che con Aldo Russo, riferimento del movimento ‘Il Megafono’ a Pachino, anche con il candidato sindaco Andrea Ferrara.

«Fino al momento della scarcerazione (di Salvatore Giuliano, n.d.r.) - dichiarava il sindaco Roberto Bruno in un’intervista rilasciata a Meridionews - non sapevo che faccia avesse, poi me lo indicarono. E ho anche scoperto che vive non lontano da casa mia. Tuttavia, non ci siamo mai salutati né tantomeno si è mai presentato al Comune o mi ha fatto pervenire richieste da terzi». Puntando il dito contro la coalizione avversaria, ovvero quella del candidato Andrea Ferrara, fa notare il sostegno ‘di alti livelli’. «Beh, il mio sfidante (Andrea Ferrara, n.d.r.) fu sostenuto ufficialmente dal Megafono e a battezzarne la candidatura fu il senatore Beppe Lumia». Insomma, il ‘boss di Pachino’ e un ‘paladino dell’Antimafia’, a sostenere insieme lo stesso candidato. «Il gruppo di Giuliano, che politicamente aveva come referente il consigliere Spataro - ricordava Bruno - si aggregò in un secondo momento alla coalizione di Ferrara, mentre Lumia intervenne a inizio campagna elettorale. Detto ciò, il Megafono non ha mai tolto il proprio simbolo. Avrebbe potuto farlo».

L’avv. Gurrieri, viste le opposizioni del PM Sorrentino, si è soffermato sull’importanza di “capire se questo è uno dei tanti casi della cosiddetta antimafia di facciata”. «Il 5 settembre 2016, LaSpia scrive: “Giuliano è un mafioso”. Il 15 settembre il senatore dice: “Giuliano è un mafioso perché lo ha detto LaSpia”. Giorno 16 settembre LaSpia scrive: “Il senatore Lumia ha detto che Giuliano è un mafioso in un’interrogazione parlamentare”. Perché ho citato il senatore Lumia? Per comprendere da quali fonti lui, esercitando queste sue prerogative costituzionali, dica e affermi queste cose», fa presente l’avvocato.

«Ho ricevuto un’offesa che non mi pare opportuno in questa sede esprimere sulla qualifica di quale antimafia io faccia riferimento», sbotta Lumia. «Non penso che sia un elemento da apprezzare. Secondo - continua - io ho risposto alle prerogative costituzionali. Un parlamentare fa l’interrogazione insindacabile che non penso possa essere in discussione», e infatti nemmeno i ministri interrogati diedero mai una risposta a quell’atto parlamentare. «Confermo, lo faccio in via eccezionale ma non vorrei che si creasse un precedente sulle prerogative insindacabili costituzionali dell’atto ispettivo, che ho messo su documenti che ci arrivano direttamente come membri della Commissione Nazionale Antimafia, che sono il prodotto di Procure locali, di report nazionali della DNA e della DIA. In più, ho voluto citare in questo contesto, e non farlo diventare la fonte, anche quello che è stato scritto da parte de LaSpia. In più - ripete - ho messo anche un riferimento al report che ci aveva fatto giungere la Prefettura di Siracusa. Il resto mi pare superfluo ritornarci».

Come da gioco delle parti, il PM Sorrentino si oppone all’acquisizione della documentazione prodotta dalla difesa “non ritenendola in alcun modo pertinente ai fatti di cui ai capi di imputazione”.

«La pertinenza è fin troppo evidente perché - spiega l’avvocato Gurrieri - fa parte dell’imputazione il fatto che Giuliano insieme a Spataro Salvatore avrebbe sostenuto un soggetto candidato sindaco di cui il dottore Lumia oggi ha fatto il nome, che si chiama Andrea Ferrara che era lo stesso sostenuto da Lumia che è soggetto appartenente alla Commissione Nazionale Antimafia, alla Commissione Giustizia e vanta una militanza politica ultraventennale».

Una volta comprese le finalità degli elementi prodotti dalla difesa, il Collegio acquisisce la documentazione.

 



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