11/01/2021 06:00:00

La responsabilità dell'interpretare

di Gianfranco Perriera

“Con maggiore forza di qualsiasi altra testimonianza, la letteratura e le arti ci parlano delle ostinazioni dell’impenetrabile, dell’elemento totalmente alieno in cui ci imbattiamo nel labirinto dei nostri affetti più intimi. Esse narrano del Minotauro acquattato nel cuore dell’amore, delle relazioni di parentela, della fiducia più completa”. Così scriveva George Steiner in Vere Presenze. Intellettuale e accademico di profonda e multiforme cultura, conoscitore di numerose lingue, lettore e critico appassionato, Steiner ha davvero dedicato la vita – e costantemente insegnato – a guardare, tramite l’interpretazione di svariati testi che fanno da sfondo alla cultura mondiale, nel cuore del Minotauro: là dove la virtus creativa e rielaborativa del pensare e dello scrivere incontrano insieme le ragioni e le mancanze dell’esistere, là dove la tendenza a trascendere il dato bruto si misura con il rischio dell’assenza di senso. Forse davvero il pensare e lo scrivere diventano un tracciare – insieme disegnare e percorrere- le mura di un labirinto. Al centro si annida il Minotauro: attende di spalancare le sue fauci per inghiottire tutte le idee e le speranze dell’umano o la vocazione etica del comporre testi, vocazione per Steiner inalienabile, riuscirà a dare persino al minotauro l’aspirazione a un mondo più gentile?

Di Steiner, scomparso nel febbraio del 2020, la Garzanti ha, sul finire dello scorso anno, ristampato Nessuna passione spenta, libro che raccoglie saggi scritti tra il 1978 e il 1996. Titolo non potrebbe essere più adatto per un libro di un autore che – attirandosi talora la nomea di essere troppo âgée o fin troppo aristocratico – non ha mai smesso di interrogarsi sul rapporto fra parola e mondo e che delle parole – intrecciate in testi, rilegate in libri – non ha mai cessato di prendersi cura. Se è vero che i libri hanno bisogno di noi – come recita un suo titolo - è altrettanto vero che i libri – i testi più complessi e accurati, ovviamente – allargano gli orizzonti degli umani e li chiamano ad una responsabile presa in carico di sé e del mondo intero. “La verità della parola è l’assenza del mondo”, ha scritto Steiner. Una simile affermazione non fa, però, da viatico al disinvolto decostruzionismo che ha finito per impazzare nella cultura postmoderna. Al contrario, nel rendere sempre inquieta la ricerca di senso, nel salvare la complessità del sapere dall’abisso del banale, tale affermazione invita ad un interpretare che è anche un giudicare responsabile sì, ma che ci protegga dall’imporre un’ultima e definitiva verità, imposizione che ha finito per trasformare in fanatica dittatura anche le più generose aspirazioni.

Del decostruzionismo, ad ogni modo, Steiner è irriducibile avversario. Una procedura che si esalta nell’osservare che “non ci sono procedimenti razionali o falsificabili fra una moltitudine di interpretazioni o «elaborazioni di proposizioni» divergenti”, che riduce ogni testo a “pre-testo” ha come esito una goduriosa “carnevalata”. Essa, al tirar delle somme, finisce per trasformarsi in un nichilismo che avalla il diritto del più forte e, in nome del divertimento, abbrutisce gli animi. Alla crisi del senso, di cui il decostruzionismo è il fulgido cantore, Steiner oppone la cortese responsabilità nei confronti del testo: oggi proprio una tale crisi - afferma - “la riduzione del testo al pretesto e l’abolizione dell’auctoritas mi sembrano così radicali da sfidarci a offrire una risposta che non sia soltanto pragmatica, statistica o professionale”. Leggere come se il testo avesse un significato, questa è la scommessa e la proposta di Steiner, sapendo insieme che “soltanto le poesie deboli possono essere completamente interpretate e capite”. Bisogna compiere una sorta di salto – memoria kierkegaardiana? – fiducioso a favore della significanza e della traducibilità universale. Nulla di accademico o peggio di esaltato, in questo salto. Una profonda e curiosa cultura e un atteggiamento responsabile nei riguardi del testo, uniti alla vocazione a trascendere il dato, proteggeranno l’interpretare dall’incuria e dalla ”villania”. Quand’anche si raccontasse nella sua tragica disperazione, il senso si dà sempre come ipotesi di discorso, si offre come chiamata di una risposta al suo stesso sentirsi mancare. “Il precedente e modello dei grandi artisti – precisa Steiner e potremmo aggiungere di tutti i più responsabili pensatori – è Giacobbe, nella lotta contro il tremendo precedente e con la forza della creazione originale”. Non soggiacere al già detto e insieme non essere indifferente all’ascolto del tradito: ecco il compito del pensare e del creare artistico.

Come nota il primo saggio della raccolta, che prende le mosse dal dipinto di Chardin, Le philosophe lisant (1734), una lettura ben fatta necessita che il lettore si metta in ghingheri e accolga il testo con cortesia: solo così potrà penetrarne i significati, liberarli a nuove interpretazioni evocate dal nuovo contesto storico senza mortificarne o trascurarne lo spirito. “La relazione del vero lettore al libro è creatrice”, ribadisce Steiner. Solo dalla capacità di ascoltare gentilmente nasce una riflessione profonda e in grado, come un tempo si faceva con i marginalia sui bordi dei testi, di annotare i significati tramandati per contestarli o per rilanciarli a sensi più ampi. Persino l’amore per la grammatica, per la struttura delle lingue ci aiuta a non lasciare essiccare il pensiero e a non rendere bieca la nostra etica. In effetti brutali, ci avverte Steiner, sono divenuti i tempi. “L’atrofia della memoria è la caratteristica precipua dell’educazione e della cultura della seconda metà del ’900”. E’ la nostra l’epoca “del dopoparola”, in cui “l’avversario è soltanto la forma”, in cui gli umani sono ammutoliti dalla “routine dell’orrore preconfezionato e sterilizzato dei massmedia e dalla falsa autenticità dell’immediato”. Feroci e stolidi nazionalismi tornano a brulicare per il mondo e gli umani illanguidiscono nel livore e nella meschinità. Eppure nell’amorosa responsabilità nei riguardi dei “testi culturali”, nella consapevolezza di essere non padroni ma ospiti al pari di ogni altro del cosmo che abitano, nell’irriducibile e mai paga generosità dell’interpretare, Steiner indica la possibilità di una vita più mite e complessa.

Da Shakespeare a Kafka, da Montaigne a Wittgenstein, da Socrate a Cristo, dai classici greci a quelli contemporanei, dall’anfibolico rapporto con la testualità proprio della cultura ebraica al credo nichilistico della tragedia assoluta, il sapere e la scrittura di Steiner spaziano con vitalissima accuratezza, invitandoci a ritrovare nella cura del testo (genitivo da intendere sia in senso soggettivo che oggettivo) la possibile fessura, in tempi di malaugurata catastrofe, di una rinascenza. Per non soccombere, almeno, a tempi di cieca e dissoluta indifferenza. Non esiste criterio logico, ci ricorda Steiner, che possa comprovare i giudizi estetici o quelli valutativi, ma resta inteso che “la differenza fra il giudizio di un grande critico e quello di uno sciocco semianalfabeta o ottuso sta nella ricchezza di riferimenti impliciti o espliciti, nella chiarezza e nella forza retorica dell’espressione o nell’aggiunta incidentale del critico, che è anche un creatore con tutti i crismi”.

In tempi in cui un infido virus minaccia la vita e tende a impedire i contatti tra gli umani e a diffondere meschini egoismi, la scuola, invece che alla misura dei banchi o a diktat che impongono intruppamento nelle aule, dovrebbe probabilmente chiedersi come rendere plausibile l’invito di Steiner a letture ben fatte.



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