18/11/2019 06:00:00

Sciascia 2019. "Il cuscus dolce", un racconto di Nino De Vita

 di Nino De Vita

La mattina del 10 dicembre del 1988, prima di partire per Enna, io e mia moglie, insieme a Ferdinando Scianna, bussiamo alla porta del Monastero di Santo Spirito, nel centro della città di Agrigento (dove abbiamo dormito) e compriamo - essendoci assicurati, la sera prima, con una telefonata alle monache che lo preparassero - tre guantiere ricolme di cuscùs dolce: una per Scianna, che la porterà con sé, a Milano; una per me, che porterò ai miei, a Cutusìo; e l’altra, infine, per farne dono a Sciascia.

Enna è una cittadina che prima di conoscere, alla fine degli anni Settanta, e vi arrivai con un paio di amici, immaginavo povera, fatiscente. È, si può dire, l’unica cittadina siciliana che non ho saputo “comprendere”. La scartavo dai miei viaggi per l’isola; la intravedevo, alta sul monte, e andavo per la mia strada.

Poi, quando decisi di salirvi, venni preso dalla meraviglia: la piazza Vittorio Emanuele, ampia, così pulita, con la chiesa di San Francesco d’Assisi; e il Duomo, il Castello di Lombardia, la torre di Federico II.

La visitai, camminando ore e ore per le sue vie, gli slarghi, i cortili, e i due giorni che vi avevamo destinato (aggiungendo anche la visita a Calascibetta e al lago di Pergusa) diventarono quattro.

A Enna, dunque, la mattina di quel giorno di dicembre.

Giunti all’Hotel Sicilia, incontriamo i giurati del Premio Savarese: Sciascia, Borsellino, Tedesco, Di Grado; e i quattro finalisti: Cavazzoni, Collura, Rugarli e il polacco Andrzej Kusniewcz. C’è pure Domenico Porzio, che deve fare, per poi raccoglierle in un libro, alcune interviste a Sciascia, e Vincenzo Vitale, un giovane pretore di Catania accompagnato dalla moglie.

Sul tardi, nella sala Cerere di Palazzo Chiaramonte, ci sarebbe stato il proclama dei finalisti e le motivazioni critiche; nel pomeriggio, al teatro Garibaldi, la scelta del vincitore.

Dopo pranzo Ferdinando parte per Milano. 

Io e Sciascia lo accompagniamo nella piazzetta dell’Hotel. 

Prima di infilarsi nella macchina Ferdinando porge la guantiera di cuscùs a Sciascia, che tentenna, dice che ne ha mangiato tante volte, meglio farne dono a un altro.

«A Kusniewcz. Lo diamo a Kusniewcz» mi dice. 

Io lo invito allora a porgermi l’involto perchè più agevolmente si appoggi al bastone.

 

Tornati all’Hotel, poso l’involto sopra il tavolino del salotto e siedo.

Questi incontri che con frequenza si ripetono, questi viaggi per l’isola: spostarmi da casa per andare in altri luoghi e trovare gente amica, gente mai conosciuta, conversare, osservare. Lo stesso piacere che provo quando leggo un libro di storia o di geografia che parla della Sicilia, il romanzo, i versi, il teatro, di un autore siciliano; mi sembra, così come Sciascia dice di Racalmuto, di sapere tutto di questa terra, di essere entrato ormai, con la conoscenza che ne ho, nell’animo del popolo isolano, nei suoi affetti e nelle sue afflizioni, nelle sue contraddizioni.

Riposo, seduto sul divano; e rifletto, come tante altre volte ho fatto, sulla diversità del siciliano di una provincia dal siciliano di un’altra provincia; della pluralità della luce, della cucina, degli odori, del dialetto con le sue diverse cadenze, del nome delle cose…

Viene Kusniewcz e siede accanto a me.

«Quel pacchetto sul tavolino» gli dico, in un francese stentato «è per lei. C’è cuscùs. Il cuscùs dolce, quello che viene preparato dalle monache di Agrigento. È un dono di Sciascia».

Kusniewcz, che è un uomo di 84 anni, minuto, con le spalle leggermente incurvate, ma dagli occhietti vivaci, mi ringrazia, contento. Poi chiede spiegazioni storiche e culinarie del “piatto”. Gli racconto, per quello che ne so, del cuscùs: della sua origine araba, della consuetudine che abbiamo – ma solo nella parte occidentale dell’isola – di mangiarlo e del fatto che si può preparare, oltre che con il pesce o con la carne, anche con le verdure, con le chiocciole. Gli dico pure dell’ignoranza mia per il cuscùs dolce.

È appagato, tranquillo. L’incarto è sul tavolo. Qualcuno passa e lo guarda. Sciascia, nel salottino accanto, sta conversando con i coniugi Vitale.

Kusniewcz poggia la mano sul mio braccio, solleva il dito come a voler dire “un minuto solo”, si alza e va verso la scala che porta al piano di sopra. Nello stesso momento si alza la signora Vitale, si avvicina al tavolino e prende l’involto del cuscùs; e rivolta a me: «Spero proprio» dice «che ai miei bambini piaccia».

«Signora» accenno, imbarazzato, sottovoce, forse in modo imprudente «in verità, che io sappia, il cuscùs è destinato a Kusniewcz».

«Oddio» esclama la signora Vitale, riponendo, un po’ mortificata, il pacchetto. «Ma allora c’è un equivoco, perché Leonardo ha detto di portarlo con me, a Catania, per i bambini».

Io, ancora più imbarazzato: «Non ne dubito. Avrà il professore, di sicuro, dimenticato che aveva espresso a me l’intenzione di offrirlo allo scrittore polacco. Non si preoccupi, dunque, lo prenda».

La signora Sciascia che, seduta lì vicino in compagnia di mia moglie, ascoltava: «Ci penso io» dice, sorridendo «a chiarire ogni cosa».

Va dal marito, scambia poche frasi e ritorna.

«Leonardo dice che bisogna darlo ai Vitale, perché il cuscùs va consumato fresco e non reggerebbe  fino al ritorno di Kusniewcz in Polonia».

Mi chino allora e, preso il pacchetto dal tavolino, lo porgo alla signora Vitale che allunga le braccia, ancora intimidita.

Adesso non so come fare per scusarmi e riferire quanto è accaduto a Kusniewcz, che intanto ho perso di vista. Si è recato, apprendo dal portiere, in compagnia di Luca Liguori, che presenta il Premio, in Teatro.

Al “Garibaldi” tutti i posti sono occupati; c’è gente, in piedi, addossata alle pareti. Si cammina a stento. Si alza dalla sala un vocio allegro, i palchi traboccano. Domina l’ambiente un colore rosso smorto, l’aria è piena di fumo.

Kusniewcz siede nella prima fila e mi riesce difficile avvicinarlo, penso poi non sia questo il luogo e il momento giusto per conversare del cuscùs; e un poco, in tutta sincerità, mi appoggio alla speranza che lo scrittore possa aver dimenticato tutto; così, trovato il posto, che mia moglie aveva conservato accanto a sé, siedo.

Terminato lo spoglio delle schede, Andrzej Kusniewcz risulta vincitore della XV edizione del Premio “Savarese”. 

Sul palco, lo scrittore polacco racconta – sorprendendoci – di aver partecipato in gioventù, a bordo di una Bugatti, ad una “Targa Florio” piazzandosi secondo.

«Ora» dice, scherzando «ritornato a gareggiare, qui in Sicilia, ho compiuto in classifica un passo avanti».

Quando la manifestazione si conclude, Sciascia parte per Palermo. Altri vanno via. Restiamo, a cena, in un ristorante della cittadina, un ristretto numero di persone. Andrzej Kusniewcz è seduto all’altro capo del tavolo, vicino a Porzio.

Più volte sono tentato di alzarmi e andargli a riferire del cuscùs. E invece mi trattengo, lascio perdere. Continuo a confidare sulla sua dimenticanza.

A gruppetti di due, di tre, passeggiando, chiacchierando, ritorniamo in albergo.

L’indomani, di buon’ora, seduti ai tavoli facciamo colazione. Ho accanto Natale Tedesco e l’editore della “Pungitopo”, Lucio Falcone. Un paio di tavoli più avanti c’è lo scrittore polacco. Lo osservo, mangia lentamente, da solo.

Falcone racconta delle difficoltà che ha un piccolo editore nel far conoscere i propri libri, entrare nella giusta distribuzione, arrivare nelle librerie…

Natale Tedesco si mette a parlare di “Ore di Spagna”, il libro che sta per uscire, proprio con la casa editrice “Pungitopo”, e dell’impegno che ha messo nello scegliere, per così dire armonizzare tra di loro, gli articoli di Sciascia lì dentro riuniti.

La voce è timida, sottile, alle mie spalle.

«Monsieur, excusez-moi, Monsieur…»

Ruoto la testa e mi accorgo che è Andrzej Kusniewcz. Mi alzo, premuroso; e, presolo delicatamente per il braccio, mi distanzio di un paio di metri dai miei conversatori.

«Excusez-moi, Monsieur…» ripete ancora lo scrittore. Poi, con la voce flebile: «Et le cuscùs?»