19/11/2019 06:54:00

Sciascia 2019. Il nipote, Vito Catalano: "Cresciuto con le sue parole, amo il noir ..."

 di Marco Marino

La parola “giustizia” cela dentro di sé un’oscura ossessione. Ed è questo assillo che lega i tre protagonisti del nuovo romanzo di Vito Catalano, «La notte della colpa» (Lisciani Libri, 2019). Vincenzo, giovane avvocato alle prese con un torbido affare; Marcello che, dopo aver aperto un agriturismo lontano dal suo passato, pare finalmente trovare il giusto equilibrio nella sua vita; Daniele che lascia la Sicilia per la Polonia, comincia a insegnare italiano a Varsavia e lì conosce la donna che gli cambierà la vita. Apparentemente lontane tra di loro, la verità di queste storie si dispiega poco a poco: non c’è un detective o un poliziotto alla caccia della soluzione; sono trame che si rivelano al lettore solo dopo un disperato tentativo di soffocare il senso di colpa che le unisce.  

Vito Catalano, nipote di Leonardo Sciascia, con «La notte della colpa» sembra rievocare e richiamare al presente molti fantasmi non sopiti dell’opera di suo nonno: «Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia», recitava l’ultima epigrafe sciasciana. Se quelle possibilità continuano a sopravvivere o se si sono trasformate in terribili Erinni, è un giudizio che potrà stabilire esclusivamente la coscienza di chi legge.

A «La notte della colpa» viene assegnata l’etichetta di romanzo noir. Anche se, fuori dalla gabbia dei generi, risulta evidente il piacere puro per la narrazione, la descrizioni di ambienti, stati d’animo...

Il narrare, il raccontare, mi affascina: come lettore, come ascoltatore, come spettatore di film. Amo leggere storie, ascoltarle, vederle. E quindi mi piace anche l’idea di essere io a raccontarle, le storie. 

La narrazione ha quasi una disposizione “aritmetica”. Sbaglio?

L’aggettivo “aritmetico” mi convince. Il libro ha una struttura calcolata. Confesso che tra gli scrittori che prediligo c’è Leo Perutz. Che era un matematico che scriveva romanzi con meccanismi finemente ragionati e calcolati. Il marchingegno di «La notte della colpa» prevede diverse tessere; solo alla fine riusciamo a vedere la figura completa. 

«Aritmeticamente… ma vi sciolga qualche dubbio», ricorda proprio lo spirito del libro. Nel suo ultimo lavoro, è possibile leggere l’eco di «Una storia semplice» di Sciascia?

È un riferimento cui sono davvero molto legato. E non lo dico semplicemente per la parentela che mi lega all’autore. Penso che «Una storia semplice» sia un racconto magistrale, congegnato benissimo sia per meccanismo narrativo sia per lingua. Da studiare, quasi. 

Cosa l’ha portata a scrivere «La notte della colpa»?

Ho voluto scrivere un romanzo sulla scelta. Su quanto sia difficile valutare ciò che è giusto e ciò che non lo è; sulle conseguenze cui siamo destinati decidendo di scegliere o di non scegliere. Al centro c’è la responsabilità dell’individuo, la sua colpa. 

In alcuni punti il racconto risulta molto intimo. È possibile leggervi dei cenni autobiografici?

I luoghi di cui parlo sono tutti luoghi in cui ho vissuto, che conosco bene. Varsavia e la Polonia, la campagna etnea, Palermo. C’è molto di autobiografico. Non nel senso che racconto cose che mi sono successe…

Niente omicidi di mezzo.

No, niente omicidi. Però, nella descrizione degli ambienti, dei legami tra i personaggi, ho cercato di trasferire molto del mio vissuto.

Anche nel desiderio di andare via dalla Sicilia, come succede a Daniele?

No, non c’è in me il desiderio di andare via dalla Sicilia. Come Daniele, riesco a dividere i miei mondi: quando non sono in Sicilia, più facilmente rimuovo gli episodi, la memoria legata alla Sicilia. Ecco, sono incline a separare le realtà che abito, ma non soffro il desiderio di fuga.

Dalle pagine del romanzo traspare anche il rovello dell’essere siciliani. Lei come vive la Sicilia?

Mi rifaccio a mio nonno, che diceva, citando il poeta Ovidio: «Né con te né senza di te posso vivere». Molto spesso mi sento scisso tra ciò che amo della Sicilia e gli aspetti che non accetto. Eppure, nonostante questo quotidiano combattimento, devo dire che la condizione di siciliano mi piace. 

A Daniele torna in mente il nonno che in campagna accendeva il fuoco. La curiosità del lettore mi porta a chiederle se dietro quell'immagine c’è Sciascia.

Non proprio. È un ricordo che mi veniva naturale; nella campagna di Racalmuto ho visto tante persone anziane accendere il camino. Però devo pure ammettere che, a casa, era mio nonno che badava al fuoco. E non amava molto che qualcun altro se ne occupasse. 

La giustizia è il tema centrale del suo romanzo. Ed è anche il motivo conduttore dell’opera di Sciascia. Quanto ne è stato influenzato?

A Sciascia mi stringe non soltanto un vincolo di parentela, ma anche un intenso legame di lettura. Sono suo nipote, sono cresciuto con le sue parole, con le sue riflessioni: parole e riflessioni che ritrovo leggendo e rileggendo i suoi libri, ritrovando interviste disperse. Sì, sicuramente non è del tutto causale che mi sia voluto confrontare con un tema a lui così caro.

Come ricorda Leonardo Sciascia?

Mi piace ricordare che tutti gli ospiti, tutti i visitatori, tutte le persone che bussavano alla sua porta, sia il vicino di campagna sia il ministro o il giornalista di «El Pais», venivano accolti allo stesso modo, con eguale cordialità.

E con lei bambino?

Quando ero bambino, mi è nato un certo interesse per la figura di Napoleone Bonaparte. Mio nonno amava moltissimo frequentare i negozi di antiquariato e questa mia passione per Napoleone gli dava la possibilità di indirizzare le sue ricerche. Di ritorno dai suoi viaggi non mancava mai di portarmi una medaglia, un piccolo busto, una stampa legata a Napoleone.

Una collezione parallela a quella delle civette.

La passione per le civetta era nata perché qualcuno, dopo il successo del «Giorno della civetta», cominciò a regalargliele. Quell'animale destava su di lui molto simpatia. E non solo su di lui! In famiglia questa passione di collezionare piccole civettine s’è diffusa a diversi livelli: me, mio fratello, mia zia. Se dovessimo fare uno stemma di famiglia, penso proprio che sarebbe una civetta.

Come viveva da piccolo il clamore di un personaggio tanto importante?

Sono nato nel Settantanove e mio nonno era già molto famoso. Per me era normale avere casa piena di persone, vederlo intervistato da giornalisti che venivano da vari paesi. Non lo percepivo come qualcosa di straordinario. Certo, i nonni dei miei compagni di scuola magari non erano nella stessa situazione, ma non mi è mai sembrata una cosa così strana.

Solitamente viene descritto come un uomo molto taciturno, era così anche con voi?

Nei contesti ufficiali, sì, è vero, tra gente sconosciuta o poco conosciuta, parlava molto poco. Aveva bisogno di un clima familiare per aprirsi; in famiglia o tra amici non era più un uomo di poche parole. Sul suo essere laconico, ricordo sempre quanto sosteneva il suo amico Nicola Patito: con le poche parole che diceva, faceva bersaglio.



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