21/11/2019 06:00:00

Sciascia 2019: il suo senso della giustizia, quanto mai attuale ..

 di Domenico Cacopardo

I 30 anni dalla sua scomparsa (20 novembre 1989) si compiono in un Italia che Leonardo Sciascia difficilmente potrebbe riconoscere, immerso com’era in una stagione della storia in cui le pulsioni civili ancora animavano la penisola così tanto da indurlo a scendere in campo di persona, senza lasciare beninteso il mestiere dello scrivere ma dando il proprio personale contributo in Parlamento e nel consiglio comunale di Palermo. Nell’Italia di oggi, difficilmente si troverebbe a suo agio l’europeo di Racalmuto, l’uomo cioè che seppe passare dal particulare del natio borgo selvaggio siciliano all’universale della grande letteratura continentale, di cui fu interprete e continuatore.

Nulla è più attuale del discorso sulla giustizia, affrontato da Sciascia sia in forma diretta, attraverso la pubblicistica, sia in forma indiretta e implicita nelle sue storie. Mi rifarò a due opere significative e discriminanti (l’alfa e l’omega della sua narrativa) «Il giorno della civetta» (1961) e «Una storia semplice», consegnato alle librerie proprio il giorno della sua scomparsa. Ne «Il giorno della civetta» si racconta non il successo, ma il fallimento delle indagini per la mancata inevitabile conseguenza dell’incolpazione e della condanna di don Mariano e dei suoi amici politici. 

Qualcosa di simile a ciò che è stato messo in scena, dopo la sua scomparsa, in diversi processi arrestatisi di fronte al livello superiore. Un limite, questo, che non aveva impedito a Falcone e Borsellino di mettere insieme il più grande processo di mafia della storia con circa 500 imputati, tutti (meno una ventina) condotti alla condanna definitiva sancita dalla Cassazione. Dopo di loro, certo si è tentato, si è ottenuta qualche condanna in primo grado o in appello, ma alla fine gli impianti accusatori hanno mostrato una debolezza strutturale provocata dall’indefettibile omertà sui rapporti Stato mafia, a dispetto della normativa sui pentiti. 

Andiamo avanti, tuttavia, col testo. Salvatore Colasberna, presidente di una piccola cooperativa, viene ucciso una mattina sul presto con due colpi di lupara. Le persone che hanno assistito all’omicidio non intendono testimoniare. Così, il capitano dei carabinieri Bellodi (l’uomo rimasto senza nome - allo scopo, forse, di evitarne la banalizzazione- che prima di abbracciare la carriera nell’Arma giurando fedeltà alla Repubblica, è stato comandante partigiano) responsabile delle indagini, ha un colpo di genio: far filtrare una compromettente confessione di un indagato, che, in realtà, non c’è mai stata. Così, individuato il colpevole, non resta che incastrare il mandante, don Mariano Arena, sopracciò locale e amico di politici regionali e nazionali. Quest’ultimo passo, tuttavia, non viene compiuto: l’uomo - che non perde mai il controllo - è un osso duro, non confessa e riesce a respingere tutte le accuse. C’è un punto che ha suscitato ingiustificati commenti malevoli: don Mariano dice a Bellodi «Lei è un uomo», ricevendo in risposta un «Anche lei lo è». Un riconoscimento reciproco inammissibile, in sostanza un elogio alla mafia - ritengono alcuni. Il che, naturalmente, non è né nel caso don Mariano né nell’oltre locale, palermitano e romano. Del resto, questo capo mafioso di mezza tacca, per evitare di essere incastrato, ha usato tutti gli strumenti, anche i più spregiudicati, a sua disposizione, salvo due. L’omicidio (che in futuro sarà la sostanza della battaglia mafiosa) e l’allontanamento immediato di Bellodi.

Occorre anche dire che questo romanzo è uscito il 9 ottobre 1961, ben prima delle stagioni stragiste e del boom della droga e, perciò, Sciascia non aveva sottomano altro che i rituali della vecchia mafia agricola ed edilizia che mai e poi mai avrebbero aggredito un magistrato o un carabiniere o un poliziotto.

Il finale de «Il giorno della civetta» è desolante: «Mi ci romperò la testa», dichiara Bellodi. C’è una sorta di precognizione di come il sistema evolverà negli anni successivi.

Quanto a «Una storia semplice», voglio ricordare che c’è una frase, nel libro, che consegna al lettore lo stato d’animo più riposto e custodito dell’autore: «A un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza.» Emerge così l’alto senso drammatico con il quale Sciascia coniuga lo sfinimento della malattia con la permanente capacità di sdegnarsi e di battersi per la giustizia. È il tessuto narrativo che è pervaso da questa fervente disposizione. Colui che coniugherà, nella narrazione, i due valori, è l’insegnante di liceo Carmelo Franzò, già professore del procuratore della Repubblica e del questore. Un uomo al tramonto, in dialisi, ma non domo. Tornando col brigadiere dalla masseria di Roccella (la vittima), si propone di leggere le lettere di Pirandello trovate nella perquisizione e, poi, riprende con una sottile affermazione il richiamo all’aritmetica del militare, che stava ricapitolando la vicenda: «Aritmeticamente … ma vi sciolga qualche dubbio.»

Il dubbio che il graduato Lagandara deve sciogliere è il dubbio esistenziale anche di Leonardo Sciascia: sa, capisce, costruisce e risolve sino al punto in cui l’inchiesta, la ricostruzione del fatto rende necessario un dubbio, un interrogativo. Che è siciliano, ma riguarda l’uomo in quanto tale, capace di eroismi e di nefandezze, atteso che l’ossimoro Falcone-Riina non è esclusivo di Palermo e dell’isola, ma può manifestarsi ovunque, sotto la Madonnina o sul Ponte di Rialto. Ed è per questo dubbio, non definitivamente o marxianamente sciolto, che lo scrittore è uno scrittore europeo mai contento delle spiegazioni aritmetiche. C’è un’altra persona da decifrare in «Un storia semplice»: l’uomo della Volvo. Il testimone volontario o involontario che ha rischiato di diventare il colpevole da dare in pasto alla giustizia che dedica a se stesso le ultime parole, quelle con le quali si chiude questa storia che semplice non è, tanto è densa di significati: «Il prete … vestito da capostazione … Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio e più grosso ancora?” Riprese cantando la strada verso casa» (com’è bello, espressivo ed esauriente questo «cantando la strada»). Insomma un chi me lo fa fare col quale Sciascia, in prossimità della propria morte, scrive l’epitaffio che si attaglia a tanti siciliani, a tanti uomini: tra legalità e illegalità si sceglie l’indifferenza, quell’indifferenza così amorevolmente curata dalla maggioranza silenziosa dell’isola infelice.

Dalle due opere citate, emerge in modo chiaro che chiamare giallista o mafiologo Sciascia è un errore da matita rossa. Sarebbe decisamente una deminutio. Sia ne «Il giorno della civetta» che in «Una storia semplice» c’è sì il delitto e il turbamento dell’ordine costituito. Ma non c’è il lieto fine, quello che piace a Montalbano e alla superficialità diffusa, che rimette in ordine i birilli dell’ordine costituito. In un romanzo e nell’altro rimane irrisolto il punto cruciale, il dietro le quinte accuratamente celato, in una Sicilia irredimibile, ancorché, talora redenta. E quel po’ di redenzione che dal 1989 ha avuto, l’ha avuto anche per il contributo ineguagliato dell’uomo di Racalmuto in possesso della sapienza, dell’animo e della capacità di penetrare la Sicilia e di renderla pubblica senza infingimenti e veli. L’essere razionale e ragionevole non risolve la condizione umana. La descrive e la lascia ai posteri nella sua ontologica problematicità. 

E il senso di giustizia di Leonardo Sciascia si esercita e si afferma proprio nel non dichiarare chiusa la sua personale istruttoria nei confronti della Sicilia e dell’Italia: nessuno ha l’ultima parola, nessuno chiude alcunché. Tutto scorre in un limaccioso alveo di fiume, nel quale l’acqua pulita, quando c’è, è una effimera chiazza che si dissolve in breve tempo.

 

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