17/11/2019 07:37:00

Sciascia 2019. Stefano Vilardo: "Di Leonardo mi manca tutto ... "

 di Marcello Benfante e Marco Marino

Il pretesto - purgando la parola d’ogni accezione negativa o limitativa - è il trentennale della morte di Leonardo Sciascia.

Ma in realtà siamo anche curiosi di scoprire che ne è oggi di Stefano Vilardo scrittore e intellettuale, appartatissimo e pressoché rintanato, ma ancora attivo e produttivo (dopo la pubblicazione di “Garibaldi e il cavaliere” del 2017 ha in cantiere una raccolta di racconti sui preti di Delia).

Sicché quando bussiamo alla sua porta e viene ad aprirci una signora con un leggero accento straniero, che funge da assistente, mettiamo da parte le scadenze celebrative e ci accostiamo con rispetto e attenzione a una memoria storica ancora pregnante e lucidissima (a dispetto dei suoi 97 anni e degli inevitabili acciacchi della tarda età).

Vorremmo cominciare questa nostra conversazione chiedendole di «Tutti dicono Germania Germania». Silloge che nel Settantacinque pose la figura migrante al centro della scena poetica nazionale. Chi o cosa la spinse a scrivere un libro di questo tipo?

Il libro, intanto, conserva profonde ragioni familiari. È dedicato a mio padre, che rimase quarant’anni negli Stati Uniti. Ritornava da noi a Delia, ogni dieci anni circa, metteva al mondo un figlio, e ripartiva. E poi «Tutti dicono Germania Germania» era il mio modo per dire che non mi convinceva più la poesia come la si faceva in Italia. Volevo rispondere alla realtà del mio tempo, elaborando un nuovo metodo di scrittura; per questo ho cominciato a costruire i miei testi ricavando tutte le parole dai giornali o dalle registrazioni delle voci degli emigranti raccolte con un piccolo “Geloso”.

 

Scrivere in versi era per lei una questione privata e insieme collettiva, quindi.

 

Per me poesia significa sciogliere nodi. Quando la vita ha stretto i suoi nodi attorno a me, ho tentato di scioglierli scrivendo poesie. Infatti, ho scritto sempre dappertutto. La poesia «Albatros» è venuta fuori per caso, a casa di mia zia, vergata lungo i bordi di una copia del «Giornale di Sicilia». 

 

È del 1990 la sua prima opera in prosa, «Una sorta di violenza». Perché decide di approdare al romanzo?

 

Avevo un amico che si chiamava Lorenzo Cutaja, faceva il contadino. Era molto brutto e della sua bruttezza se ne faceva un complesso. Quando pubblicai «Tutti dicono Germania Germania», cominciò a tormentarmi perché raccontassi la sua storia. Un giorno, per togliermelo di dosso, gli dissi di venirmi a trovare per registrarla. E così, subito dopo la registrazione, cominciai a scrivere. Stavolta, però, volevo provare a farlo in prosa. 

Chi fu il primo lettore di quel suo esperimento letterario?

Il primo lettore del libro fu Vincenzo Consolo, ma se era per lui quel romanzo non avrebbe mai visto la luce. Diceva che non andava bene, si appuntava su dettagli come l’uso dell’espressione “nientepopodimeno”. Io la usavo sarcasticamente, se avesse davvero letto il romanzo, se ne sarebbe accorto.

Cosa fece, allora?

Lo diedi a Leonardo Sciascia. Il libro gli piacque molto, mi disse che lo avrebbe passato a Elvira Sellerio. Poi mi chiese perché non avessi mai scritto in prosa prima di allora. “Come potevo?”, gli dissi, “non mi sarei mai permesso di fronte a un gigante come te. Tra di noi tu eri lo scrittore, e io il poeta”.

 

Perché Consolo la ostacolò?

 

Consolo era un po’ invidioso di chi tentava di affacciarsi sul suo mondo. Erano soltanto lui e Sciascia. Eppure fu lo stesso Vincenzo che mi chiamò per avvisarmi che era uscito su una rivista di Torino un bellissimo articolo su «Una sorta di violenza».

 

I suoi lavori cercano sempre di coniugare il gusto della narrazione con il recupero delle antiche tradizioni siciliane.

 

Come insegna Tolstoj, gli scrittori non dovrebbe soffermarsi a narrare una semplice storia, ma comprendere nel loro racconto un intero paese, di conseguenza le sue tradizioni e la sua lingua. È quello che ho cercato di fare nei miei romanzi, fino all’ultimo, «Garibaldi e il cavaliere», dove il vero protagonista è il paese, dalla sua nascita in poi. Se si smarrisce questa dimensione della letteratura, che ne resta di noi?

La lingua che lei preserva nelle sue pagine è molto diversa da quella usata da Camilleri. Vi conoscevate?

Sì, l’ho conosciuto. Molto prima di diventare tanto famoso, Camilleri organizzava a Messina il Natale degli artisti. Invitava scrittori, poeti, musicisti siciliani perché venisse data loro la medaglia di “siciliano illustre”. Un giorno, rientrando a casa, mia figlia mi disse che aveva chiamato un certo Camilleri. Io non ricordavo minimamente chi fosse. Ritelefonò, e mi parlava con una certa confidenza, ma a me proprio non veniva in mente. Lo capì e mi disse: “Ste’, inutile che ti arrampichi sugli specchi, nun ti ricordi di mia? Siamo in un’antologia assieme!”. Ed era vero, in un’antologia dal titolo «Secondo Novecento», lui con una poesia, io con sette o otto. 

 

Camilleri si è sempre detto molto amico anche di Leonardo Sciascia.

 

No, non è vero, non erano così amici. Sciascia gli diede la possibilità di pubblicare «La strage dimenticata» per Sellerio. Camilleri era andato a trovare Leonardo per chiedergli di scrivere quella storia. Ma Leonardo gli rispose: “Perché non la scrive lei?”. Hanno sempre continuato a darsi del lei. 

 

A Sciascia piacevano le sue poesie?

 

In genere, non amava molto la poesia. Le mie poesie, eppure, gli piacevano. Vi racconto un piccolo aneddoto. Un giorno, rassettando il letto, sua moglie Maria fece cadere a terra un foglio. Su quel foglio c’era scritta una poesia, «Ad Antonietta». Quando Leonardo tornò a casa, un po’ risentita gli disse: “Ma come? Scrivi delle poesie così belle e non me le fai leggere?” E lui subito le rispose: “Magari l’avessi scritta io, questa di Stefano è”. 

 

Dopo questo aneddoto, saremmo davvero curiosi di sentirla.

 

Se ricordo ancora qualche verso, faceva pressappoco così: “S’infiora il mare di schiume, / odora di uno strano fermento di rose...”. Antonietta, sapete, era davvero bellissima. Una signorina calabrese che conobbi da bambino in viaggio con mia sorella.

 

Se dovesse ricordare un momento felice insieme a Leonardo Sciascia, quale sceglierebbe?

 

Momenti felici… Forse quando voleva essere accompagnato alla Noce. Appena arrivati, Leonardo si metteva a cucinare, faceva le uova sotto la cenere. Avevano un gusto che non sono mai riuscito a dimenticare.

 

Sciascia era un buongustaio, vero?

 

Sicuro. Mangiava e cucinava molto bene. Una volta, mi era capitato di arrivare in ritardo a un appuntamento con lui. Mi chiese perché avessi tardato e io innocentemente dissi che ero passato a comprare un po’ di fegatini di pollo. “E a me non li hai comprati?” mi fece, mettendomi in imbarazzo. Da quel momento, ogni volta che compravo i fegatini di pollo per me, dovevo comprarli anche per lui. 

 

Oltre ai fegatini di pollo, c’era un piatto che apprezzava in modo particolare?

 

Per rispondervi, posso raccontare di un suo compleanno di cui sicuramente si ricorderà anche Antonio Sellerio. Era sempre un problema trovare un regalo adatto per Leonardo, tutti gli regalavano una cravatta, un libro... Io, invece, mi ricordai che amava moltissimo la ‘Mpanata, che è una specie di focaccia ripiena di verdura, salsiccia e altre cose. Chiesi a mia moglie Pina se potevamo fargliene una. Leonardo era tanto felice di quel dono che lo portò orgogliosamente dai Sellerio, che avevano organizzato per la sera una cena in suo onore. Finì così che fu il piccolo Antonio a mangiarla tutta, la ‘Mpanata. Che certo sarà stata molto gustosa!

 

Tra qualche giorno ricorrerà il trentennale dalla morte, Sciascia viene sempre ricordato come l’uomo della ragione, chiuso molto spesso nei suoi silenzi. Ma era veramente così?

 

Poteva dare esternamente questa impressione, ma aveva un forte senso dei rapporti umani. Quando seppe della morte di Pasolini, ne fu sconvolto. Eravamo in macchina, io e lui, e arrivò la notizia che Pasolini era morto. Non avevo mai visto Sciascia piangere. Ma quella volta ruppe in un pianto disperato.

 

Come sono stati gli ultimi giorni passati con lui?

 

Non potevo immaginare che ci avrebbe lasciato così… Gli ultimi giorni non sono potuto andare a vederlo. Ero raffreddato, avevo avuto una brutta influenza, ma appena mi sono rimesso avevo il pensiero di portargli un barattolo di marmellata di mele cotogne che gli piaceva tanto. Avevo il barattolo in mano quando ha telefonato sua figlia Laura per dirmi che Leonardo se n’era andato. 

È vero che nell’ultimo periodo Sciascia si era riavvicinato alla fede?

 

Totò, il nostro medico, che era un comunista convinto, gli ripeteva: “Se stringi i denti, vedrai che puoi andare avanti, puoi andare ancora avanti, perché poi niente c’è”. E Leonardo, dopo, a parte, replicava con me: “Ste’, e a iddu cu ci lu dissi chi doppu un c’è nenti?” 

Cosa le manca di lui?

Tutto. Al funerale c’erano tutte le grandi personalità che aveva incontrato nella sua vita, io ero l’unico che piangeva. Certo, erano tutti addolorati, ma saranno stati più uomini di me, a quanto pare, perché io proprio non riuscivo a trattenere le lacrime. Oggi sembra che non abbia più amici io. Leonardo era tutto per me. E voglio credere che anche io ero importante per lui. 



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