18/07/2020 06:00:00

"Il giallo comincia a starmi stretto". Intervista a Santo Piazzese

di Marcello Benfante e Marco Marino

Proseguiamo oggi la nostra conversazione con lo scrittore Santo Piazzese (potete leggere la prima parte qui), scavando a fondo nella natura dei suoi romanzi e interrogandolo sui suoi lavori futuri.

Ieri ci siamo congedati parlando di Palermo, di come è cambiato il suo rapporto con la città. Lo stesso percorso ci sembra riguardare una certa ironia caratteristica del suo stile, che dapprincipio era più marcata ed evidente, ma poi è stata (almeno in una certa misura) sostituita da una vena nostalgica in cui si avverte un tono di mestizia. Come se sul noir non fosse più tempo di sorridere.

Per me, come per Lorenzo La Marca, e – penso – per molti siciliani, l'ironia è un fattore di sopravvivenza. Personalmente, non ho la percezione della nostalgia nei miei racconti, è uno stato mentale che sento estraneo. E la escluderei anche per il mio protagonista Lorenzo. Né a me né a lui verrebbe in mente di rimpiangere i bei tempi andati. Anche se lui saltuariamente ha qualche attacco di nostalgia per luoghi dove non è mai stato - e dove non sono stato nemmeno io - come la Buenos Aires del tango o la Blues Highway, da Memphis a New Orleans. Lui, a differenza del sottoscritto, se lo può permettere perché vive dentro i romanzi. Però è fatale che, man mano che si invecchia, cominci a farsi strada non tanto un sentimento di mestizia, quanto una condizione sempre più in bilico tra disincanto - che non diventa mai cinismo - e malinconia. Ho una predisposizione naturale alla malinconia, che è uno stato d'animo che considero non negativo, e propedeutico all'introspezione, e nel quale non mi dispiace di tanto in tanto crogiolarmi. Finora, per fortuna, non è mai degenerata in depressione. Non mi sembra fuori luogo farne partecipe La Marca, anche se lui invecchia molto meno di me. D'altra parte, questa inclinazione alla malinconia era presente fin dall'inizio: nei miei romanzi e racconti, il retrogusto finale, quello dell'ultimo rigo, quello che conferisce loro il sapore predominante, è proprio la malinconia. Questa, almeno è la mia percezione soggettiva. Fermo restando il diritto del lettore a interpretazioni anche radicalmente opposte.

In epigrafe al suo racconto Il viaggio segreto di Niels Bohr a Palermo leggiamo: «Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità». Quali verità persegue nelle sue indagini?

Ero rimasto affascinato dalla definizione che dà Bohr delle verità profonde, che introduce una sorta di destino all'inconoscibilità. E, secondo me, è anche un inno alla tolleranza, al riconoscere uguali diritti a un pensiero diverso - anche radicalmente diverso - dal nostro. E non può stupire che l'osservazione arrivi da un fisico teorico: basti pensare al principio di indeterminazione di Heisenberg, che codifica l'esistenza di limiti precisi alla conoscenza, che per altro ha basi probabilistiche. E se questo accade nel campo delle scienze così dette esatte, figurarsi in ambiti nei quali i fenomeni non sono soggetti a misurazioni strumentali. Segue dibattito su relativismo e pensiero debole. Ma mi dichiaro contumace.
Tornando alla domanda, nei miei romanzi mi sono guardato bene da ogni tentazione di somministrare Verità. In ogni caso, trattandosi di romanzi con delitto, ed essendo il protagonista un detective per caso, non ha nemmeno l'obbligo di arrivare a una verità giudiziaria, che non sempre coincide con l'idea di Giustizia. Gli basta capire i come e i perché. Che conducono a un chi. È questa, alla fine, la vera essenza di un romanzo poliziesco. Almeno del genere di romanzo poliziesco che piace a me.

Quanto le sta “stretto”, o quanto “largo”, il genere del giallo che solitamente colora il modo che molti hanno di approcciarsi ai suoi romanzi?

Da qualche tempo mi sta sempre più stretto come lettore, forse perché mi capita sempre più di rado di imbattermi in gialli recenti non ripetitivi, che dicano qualcosa di veramente nuovo, anche nella scrittura. E uso il termine giallo nell'accezione italiana, che tradizionalmente include tutti i generi che in altri paesi hanno nomi specifici: noir, polar, mistery, Krimi, detective story, procedural, thriller, legal thriller, etc. Non mi riferisco solo alla produzione italiana, ma anche a quella internazionale. Ormai, quando comincio a leggere un giallo, sono aperto all'idea di esserne sorpreso, ma nella maggior parte dei casi mi accontento di trovarlo una lettura non troppo "di serie". Per carità, c'è una produzione di buon livello medio, e alcuni libri di una spanna sopra la media, ma - fatte salve le solite eccezioni, e le prime che mi vengono in mente sono Romanzo criminale, Il cane di terracotta e Il Minotauro, che è un piccolo gioiello di Benjamin Tammuz, - mi mancano gli autori davvero "grandi", che segnavano un'epoca, come Hammett, come Chandler o, includendo altri generi, come Le Carré , Asimov, Dick... Pensandoci bene, forse è una valutazione che può essere estesa anche alla letteratura contemporanea Mainstream; e al jazz, alla musica classica, al cinema, che, come diceva Norma Desmond in Viale del tramonto, "è diventato piccolo". Senza avere la pretesa di ipotecare il futuro, forse le cose migliori che si potessero scrivere o comporre sono già state scritte e composte. Mi auguro fervidamente che domani spunti un Monk, un Bach, uno Shakespeare, un Orson Welles, un Fellini, un Chaplin, che mi smentiscano. Però mi consola l'idea che i Grandi del passato sono sempre lì, a nostra disposizione, e potremo sempre leggerli per la prima volta o rileggerli, ascoltarli o riascoltarli. Per fortuna, esistono più capolavori di quanti riusciremmo a leggere nel corso di una lunga vita.
Per quanto mi riguarda come autore, sì, il giallo comincia a starmi stretto. Ma non mi sento ancora pronto a passare oltre. La mia massima aspirazione sarebbe scrivere un libro per ragazzi, diciamo tra i 12 e i 14 anni, ma una storia seria, non di letteratura "giovanilista". Quando era uscito il mio primo libro avevo ricevuto una proposta in tal senso dal presidente di una primaria casa editrice, per una collana per ragazzi. Ma ho detto di no. Non so se ne sarò mai capace. Se dovessi assecondare la mia tendenza naturale nella scrittura, potrei andare avanti con centinaia di pagine di pura divagazione. Ma una storia ci vuole. Simenon docet.

I suoi tempi di scrittura non si possono certo dire serrati. E questo è già un salubre elemento di diversità rispetto a certi ritmi frenetici di produzione che troppo spesso riscontriamo in tanta letteratura, non solo di consumo. Come nasce e come si forma un suo romanzo? Prende vita per un’intuizione o viene costruito metodicamente in base a un’idea che si sviluppa progressivamente?

Avendo scritto solo 4 romanzi, anzi, 3 romanzi e l'"oggetto letterario" Blues di mezz'autunno, è arduo estrapolare una regola. Ciascuno ha avuto la sua storia individuale. Lo spunto per i Delitti è stata la voglia di scrivere un giallo con una modalità inedita nell'esecuzione di un assassinio. Alla fine, le modalità, per quanto ne so, inedite, sono state addirittura due. Però mi è toccato costruirgli intorno tutto un romanzo che non fosse solo "meccanica giallistica". La doppia vita di M Laurent è nato per gemmazione da I delitti. Mia moglie mi aveva fatto notare che il personaggio del padre di Michelle, la ritrovata donna di Lorenzo, aveva una potenzialità promettente, meritevole di uno spazio più vasto. Il soffio era in realtà il libro che avrei voluto scrivere per primo. Ma, essendo una storia con la mafia dentro, ed essendo un'epoca in cui la letteratura mafiosa era debordante, mi serviva l'alibi di almeno un romanzo in cui la mafia, sebbene non assente, non avesse un ruolo primario. L'alibi, alla fine, è stato doppio: 2 romanzi. La storia è ispirata - e solo ispirata - a un duplice omicidio di mafia realmente accaduto. Una delle due vittime era un mio amico d'infanzia il cui profilo psicologico coincideva con quello di uno degli assassinati del romanzo, ma che aveva avuto solo il torto di trovarsi nella macchina sbagliata con la persona sbagliata, un piccolo boss di periferia che era il vero destinatario dell'agguato. Invece, Blues di mezz'autunno è stato quasi un'esigenza personale, una sorta di spinta sentimentale, che ha preso lo spunto da un racconto che avevo scritto molti anni prima, in corso di stesura dei Delitti.

Un ulteriore curiosità: che tipo di rapporto ha con i suoi romanzi? Com’è cambiato negli anni? Li rilegge, li riscriverebbe?

Sì, di tanto in tanto mi avventuro a rileggerli. E mi capita di alternare, per uno stesso romanzo, giudizi del tipo "però, come sono stato bravo", con altri di colore opposto: "ma come mi è venuto in mente di scrivere 'sta cosa". In questi ultimi casi arrivo a sentirmi a posteriori imbarazzato. Questo mi capita quasi esclusivamente con i primi due. Del Soffio, del Blues e dei racconti non cambierei una virgola, e continuo a esserne soddisfatto. Però penso che se potessi tornare indietro e riscrivere sia i Delitti che La doppia vita seguendo le mie attuali tendenze, probabilmente diventerebbero due dei tanti discreti prodotti standard in circolazione. Una componente delle loro qualità - se ne hanno - mi pare che stia proprio nei loro difetti. Di questo dovevo essere oscuramente consapevole già allora, perché "sentivo" che se avevo difficoltà a tenere a bada un difetto, tanto valeva accentuarlo, con la speranza che diventasse un punto di forza.

La pandemia ci ha costretto a una lunga pausa di riflessione. Forse più intensa che lunga. È stata comunque una svolta, un elemento di discontinuità rispetto al “prima”. Come reagisce, da scrittore, a questa situazione di ripensamento del ruolo e della funzione della letteratura?

Non ho nessun trasporto per i così detti instant book. Non mi viene mai lo stimolo di leggerli. Con due sole eccezioni: 11 settembre. Le ragioni di chi, di Noam Chomsky, e l'epocale La strage di Stato. A maggior ragione, non ho l'impulso di scriverne uno. Oltre tutto, personalmente, ho l'esigenza di maturare gli eventi - diciamo - anomali, come appunto la pandemia. Avendo la fortuna di vivere in una regione, tutto sommato, toccata marginalmente dal virus, e di disporre di entrate regolari e di una casa comoda, con un bel terrazzo, migliaia di libri, di dischi, di dvd, faccio parte di quella categoria di privilegiati ai quali la clausura è pesata poco. Una condizione che renderebbe artificioso e frustrante ogni mio tentativo di interpretare i problemi e le sofferenze di chi si è ritrovato in condizioni davvero drammatiche, se non esiziali. Sono consapevole che Victor Hugo, Dickens, Manzoni, Tolstoj o Dostoevskij, non avrebbero avuto problemi a farlo. Ma questa è la misura degli autori davvero Grandi.

Se lo sente chiedere spesso, ma dobbiamo ripetere anche noi questa domanda: in questo momento ha qualche progetto in cantiere?

In cantiere, ormai da troppo tempo, ho due romanzi. Il primo, iniziato subito dopo avere finito Il soffio della valanga, ha il commissario Spotorno come protagonista. Il secondo è con La Marca, l'ho iniziato relativamente da poco tempo, ed è nato dalle ceneri di un racconto che avevo scritto per un'antologia Sellerio. Però, siccome non era un giallo, ho colto al volo il suggerimento di Antonio Sellerio di inserirlo come capitolo di un romanzo, e con pochissimi adattamenti è diventato il primo capitolo di A sud di tutti i sud, che è il titolo provvisorio di questo nuovo romanzo. A occhio e croce, credo di essere più o meno a metà con entrambi i romanzi, però penso di completare per primo, quello che ho cominciato per secondo. Sui tempi, preferisco non fare previsioni.



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