25/08/2019 06:00:00

Strage dei Georgofili. Quando Messina Denaro metteva le bombe in giro per l'Italia

Giovanna Maggiani Chelli presidente dell'Associazione dei familiari vittime della Strage di Via dei Georgofili è morta la notte del 20 agosto dopo una lunga malattia. Una donna forte, che ha lasciato un segnale altrettanto forte al nostro Paese, e del quale si dovrebbe far tesoro. Si è battuta finché ne ha avuto le forze per la verità sulla strage di Firenze e delle stragi del 1993 in generale. Si è battuta con sofferenza e sacrifici. Ha pungolato gli uomini dello Stato che dovevano indagare, si è battuta per quella verità che poteva dare delle risposte alle famiglie coinvolte nella strage e a tutti gli italiani. Senza remore ha affrontato il Capo di Cosa Nosta Riina, ma anche lo Stato, quando, nel 2011, consapevole che la verità veniva tenuta nascosta per ragioni di Stato disse chiaramente: “O il Parlamento dà più garanzie ai cosiddetti pentiti o, in alternativa, parli lo Stato. Facciamola finita di far friggere sulla graticola le vittime delle stragi del 1993. Sono gli uomini dello Stato a conoscenza dei fatti e che si trincerano dietro la ragion di Stato a dover dire la verità sulle stragi del 1993!”. 

La strage dei Georgofili - Era la notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Un'autobomba esplose in via dei Georgofili, di fianco alla Galleria degli Uffizi uccidendo 5 persone. È da poco passata l'una di notte di giovedì 27 maggio 1993 quando l'incubo delle stragi di mafia torna sull'Italia. All'1.04 viene fatto esplodere un furgone Fiat Fiorino imbottito di tritolo, parcheggiato in via dei Georgofili, a poca distanza da piazza della Signoria e dalla Galleria degli Uffizi. Firenze trema, il boato risuona in ogni angolo della città. Un minuto dopo crolla la Torre delle Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili. All'interno c’è l’abitazione del custode, una famiglia di 4 persone. Molti edifici circostanti prendono fuoco, la gente inizia a scappare in strada. Pochi minuti dopo arrivano i soccorsi. Dopo ore di lavoro si contano cinque morti. Si tratta dei coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (36 anni), con le loro figlie Nadia (9 anni) e Caterina (50 giorni di vita), e dello studente Dario Capolicchio (22 anni), bruciato davanti agli occhi della fidanzata Francesca Chelli, figlia di Giovanna. Oltre alle vittime si registrano anche 48 feriti. Non solo. L'attacco danneggia gravemente anche alcune sale degli Uffizi e il Corridoio Vasariano: il 25 per cento delle opere custodito nella Galleria viene danneggiato. A ventisei anni di distanza le oscure ragioni di quella strategia terroristica, che oltre Firenze colpì Roma e Milano, sono state quasi del tutto individuate: gli uomini che azionarono le autobombe in nome e per conto di Cosa Nostra, e chissà per quali altri mandanti, volevano costringere lo Stato a far marcia indietro sul ‘carcere durò per i boss mafiosi e sulla legge sui pentiti.

La lettera di Giovanna Maggiani Chelli a Riina - Dopo le stragi del 1993 Giovanna Maggiani Chelli non perde una udienza del processo sull’eccidio di Firenze, chiede i nomi degli uomini di Stato che nel biennio ‘92/’93 hanno armato la mano di Cosa Nostra. Nel frattempo sua figlia si laurea in Architettura all'Università di Firenze con la votazione di 110 e lode. A seguito di quel risultato Giovanna scrive una lettera aperta a Totò Riina. “Egregio Signor Riina, il suo tritolo, il vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata. Pur fra mille difficoltà, con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata. Posso oggi ben dirlo: quella mattina del 27 Maggio 1993, mia figlia doveva affrontare un importante esame di architettura. Il sistema marcio, colluso con 'Cosa nostra', colluso con lei, ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta. Una rondine non fa primavera, non ci illudiamo, non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia. Ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in architettura, per non darla vinta a lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici che hanno fatto e fanno affari con lei comprandosi barche da mille metri e ville faraoniche in mezzo al verde, a quei banchieri che i soldi li hanno messi sul tavolo di trafficanti di armi che hanno le case piene di quadri preziosi, e ancora per non darla vinta a quei capi militari che giocano a chi compra il diamante più grosso alla propria moglie e a quegli uomini di Chiesa che si sono venduti per avere più oro sulle mitre e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti anche solo per risultare più importanti, ebbene quello sforzo compiuto è riuscito”. “Questa laurea di mia figlia – concluse Giovanna Chelli - è la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento”.

Condannato il Gotha di Cosa Nostra - Nel giugno del 1998 tutto il Gotha di Cosa nostra venne condannato all’ergastolo per la strage. Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro (tutt'ora latitante), Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo. Le posizioni di altri due imputati di primo piano, come il capo dei capi, Totò Riina e il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, vennero invece stralciate (nel 2000 entrambi vengono condannati ugualmente all'ergastolo.)
Per la prima volta si parla di Trattativa “Stato-Mafia” – Con le motivazioni della sentenza di primo grado (nel 1999) del processo per la Strage dei Georgofili, per la prima volta nella storia italiana si fa cenno alla Trattativa Stato-mafia e alla strategia stragista, in cui Firenze si rivelò la prima delle città colpite nel continente. Tra le numerose pagine della motivazione della sentenza veniva spiegato, già in quell'anno, come quelle stragi del 1993 servivano per condizionare il funzionamento degli istituti democratici e lo svolgimento della vita civile del paese e ottenere un allentamento del regime del 41 bis.

Messina Denaro e le stragi - Il capomafia trapanese ha partecipato attivamente alla strategia di attacco allo Stato messo in atto dalla mafia per indurre lo stesso a trattare. Lui è stato uno dei membri di quel gruppo di uomini d'onore che Riina, già agli inizi del ’92, aveva inviato a Roma per studiare le abitudini e i movimenti di Giovanni Falcone per preparare il suo omicidio nella capitale.
Quel gruppo di fuoco fu improvvisamente richiamato in Sicilia e, visto il rapporto diretto che aveva con Riina, è immaginabile pensare che lui conoscesse il motivo di quel cambio di programma. Non solo. Nel periodo compreso fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, Messina Denaro ha trascorso diversi momenti in nord Italia con Giuseppe Graviano, già allora latitante, e poi coinvolto in prima persona nella strage di via d’Amelio. “Nel '92 Riina confidò a Brusca: 'Se dovessero arrestarmi sappi che solo Salvatore Biondino e Matteo Messina Denaro sanno del papello e della trattativa’”. A ricordare le parole del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca il consulente della Commissione parlamentare antimafia Roberto Tartaglia. L’ex pm del processo Trattativa Stato-Mafia si è soffermato, nel corso di un’intervista rilasciata alle telecamere dell’Associazione Memoria e Futuro, sul ruolo strategico del super latitante Matteo Messina Denaro nella stagione delle bombe del ’92-’93, direttamente dal paese che gli ha dato i natali, Castelvetrano.

Matteo Messina Denaro è colui che dopo l’arresto di Riina nella famosa riunione del villino di Santa Flavia decide di esportare la strategia stragista di Cosa nostra in continente. Facendola diventare a tutti gli effetti un’azione terroristica che colpisce obiettivi completamente al di fuori dalla logica di Cosa nostra.

La partecipazione di Messina Denaro, dunque, all’organizzazione delle stragi del 92 e del 93 è ormai acclarata. Messina Denaro era il pupillo di Totò Riina, la sua caratura criminale, nei primi anni '90, era tale che lo stesso Riina gli ha affidato il compito di uccidere il giudice Giovanni Falcone a Roma, dove lavorava. Messina Denaro, insieme ad alcuni uomini fidati, rimase a Roma per settimane, pedinando il giudice e seguendo i suoi spostamenti. Poi, al momento di uccidere il giudice con quella che doveva essere un'esecuzione pubblica nella veranda all'aperto di un noto ristorante dove Falcone era solito cenare, da Palermo arrivò il contrordine: Falcone doveva morire - aveva stabilito Riina - ma con un attentato particolare, clamoroso, l'"attentatuni", come fu ribattezzato, che doveva mostrare allo Stato italiano e al mondo intero la potenza di fuoco di Cosa nostra. Quando nacque l'idea dell'attentato che poi ebbe luogo il 23 Maggio 1992 a Capaci, Matteo Messina Denaro non solo fu reso partecipe da Riina sull'organizzazione, ma partecipò ad alcune riunioni, soprattutto nell'ambito di quella che possiamo definire una "Super cosa", cioè un'elite di Cosa nostra che Riina consultava per le vicende più delicate, come quelle relative alle stragi da organizzare.