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08/10/2019 00:20:00

Le tappe dell’unico disegno: vita, morte ed eternità

Sembra apparentemente che tra vita e morte ci sia una dicotomia, ovvero una contraddizione e annullamento reciproco «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello» (Victimae Paschali Laudes); la paura della morte attanaglia ogni individuo, soprattutto nel mondo occidentale, in uno spasmodico attaccamento alla vita terrena, come se fosse stato creato solo per vivere senza fine: anche nominarla può spaventarci.

Il motivo è che ci immedesimiamo con il corpo, con i beni e gli affetti che ci appartengono. Pensiamo alla loro perdita materiale e mettiamo da parte quella spirituale. Ma le cose tangibili li dobbiamo necessariamente lasciare, mentre quelle che hanno alimentato il nostro spirito: facoltà conoscitive, amore… li portiamo oltre la vita terrena.
Cerchiamo per questo di esorcizzare la morte o con riti magici, o portando addosso degli amuleti, spesso di colore rosso, o toccando ferro e quant’altro…
Di fatto il termine dicotomico indica, in questo caso, una complementarietà in quanto è la stessa identità dell’essere che si divide in due fasi, anzi si crea un terzo incluso che è l’eternità, l’immortalità. Eppure l’uomo vive questa dualità terrena come contrapposta, dimenticando che ogni essere animato o inanimato sottostà a questa duplice realtà: dove c’è vita c’è morte, si nasce per morire e si muore per “nascere”, come «nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma» (Lavoisier). Francesco Guccini in una canzone “Per fare un uomo” de I Nomadi dice: «E cade la pioggia e cambia ogni cosa, / la morte e la vita non cambiano mai: / l’inverno è tornato, l’estate è finita, / la morte e la vita rimangono uguali...».

C’è una correlazione intrinseca. Ne “Il fu Mattia Pascal”, Pirandello fa dire a Paleari: «Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte! Il criterio direttivo delle nostre azioni, il filo per uscire da questo labirinto, il lume insomma, deve venirci di là, dalla morte» (cap. X). Il ciclo dell’esistenza è come il mare che rappresenta la morte, la vita invece è come i fiumi che ad esso conducono inevitabilmente. In alcuni monasteri tuttora, quando s’incontrano due confratelli, si salutano ricordandosi a vicenda il momento del trapasso perché il loro sguardo e l’impegno della vita non si allontani da esso: «Fratello, si muore!» e il confratello risponde: «Si deve morire!»

Se c’è allora questo connubio, perché vivere come se non dovessimo morire?
Non c’è fine senza inizio. Quest’avvio, che non abbiamo il diritto di stroncare, dobbiamo saperlo coltivare fino alla fine, amando la nostra esistenza e arricchendola con il nostro impegno per lasciare un mondo migliore e apportare il nostro contributo, non solo temporale. Nessun uomo è però padrone della propria vita, a lui il compito di essere gestore dei propri talenti, del suo corpo come dell’anima. Dobbiamo rispettare la nostra esistenza quotidiana come un’opportunità a spandere il bene e non creare condizioni di morte in qualsiasi fase della nostra giornata. L’eutanasia, anche se si tratta di malati terminali o cronici, non legittima affatto l’interruzione della vita a piacimento. L’unica offerta encomiabile della propria vita è il morire per un ideale, come fecero i martiri e gli eroi, e in difesa dei propri simili in difficoltà.

Se siamo artefici della nostra esistenza, dobbiamo saperla impegnare al massimo delle nostre potenzialità con consapevolezza e responsabilità. Scriveva Porfirio: «Vivere male, ossia senza saggezza né temperanza e santità, come affermava Democrate, non è solo vivere male bensì continuare a morire per un tempo indefinito». Lo stesso dolore e la morte, se opportunamente valorizzati e non sopportate con rabbia, diventano la catarsi della nostra presenza terrena.
Se la morte fa parte del ciclo della vita di una persona, è importante accettare e avere un atteggiamento positivo nei confronti di tutto quello che la Provvidenza ci pone sul cammino. «La vita è più bella perché da un momento all’altro si può perderla». (Cesare Pavese)
Un terzo fattore che scaturisce dalla vita e dalla morte è l’immortalità. In tutte le Religioni c’è questa certezza che la vita continui: nell’antico Egitto, nella stanza del defunto, inserivano tutto quello che potesse a lui servire come se continuasse a essere in vita: viveri, attrezzi… Nel Cristianesimo il cimitero diventa il luogo della dormitio, dell’attesa e chiamato per questo Campo Santo, la preghiera diventa lavacro per chi attende l’espiazione dei mali commessi in vita. Poiché l’essere umano non è fatto per la terra se non in un tempo limitato, la sua fine è un traghettamento verso l’eternità (solo il miscredente nega questa opportunità, per lui tutto termina quando il nostro cuore s’arresta). Ma questo futuro, alimentato dalla continua speranza, si prepara a partire dal qui e ora. In vita la nostra persona, unita alle opere e al patrimonio morale e umano elargito: giustizia, amore, condivisione… per essere l’inizio di quell’immortalità che ci renderà eterni, ci deve spingere, al di là della formalità, a sviluppare un dialogo costante e sincero con la nostra anima per farla trascendere nelle fasi dell’unico sublime.
Anche l’amore verso Dio e gli altri fa «risplendere l’aurora d’un avvenire rinnovellato, di una completa risurrezione per una nuova vita» (Delitto e castigo di Dostoevskij, Epilogo, II) sulla terra e lassù, fino al punto da immedesimarci nell’altro. «Sonia - nel testo appena citato – viveva della vita di lui (Raskòlnikov)» e San Paolo dice di sé: «Non son più io che vivo: è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20). Questo, per chi crede, è certezza di vita nuova, vissuta in una beatitudine senza fine. Per ritornare a Pirandello, lo stesso Pilara, rivolgendosi a Meis gli dice che il lume al di là della morte deve essere la fede: «Provi ad accendervi una lampadina di fede, con l’olio puro dell’anima. Se questa lampadina manca, noi ci aggiriamo qua, nella vita, come tanti ciechi» (ib.).


Anche chi non è credente e non ha fede, può scoprire che l’anima è immortale, basterebbe percorrere un cammino introspettivo per riconoscere che una parte di noi sopravvive nei nostri figli, in ogni circostanza e ci trascende. Il desiderio di immortalità è insito in ogni essere umano. Basti pensare alle nostre aspirazioni che sono verso l’infinito (Infinito e La Ginestra di Leopardi, Foscolo) e la felicità, il bisogno di migliorare, di conoscere sempre, l’aspirazione verso il bello, lo stesso desiderio di vivere, sono una continua protesa verso l’eterno. Non dimentichiamo, poi, che al di là del nostro corpo corruttibile c’è una dimensione di incorruttibilità che è la nostra essenza e che nessuno potrà mai più annullare. Purtroppo c’è una percentuale di uomini che vivono in una opacità continua perché manca loro la capacità di saper guardare oltre la materia.

Come prepararci all’eternità? Attraverso una buona morte e questa, a sua volta, ci predispone a una vita coerente con la nostra identità di esseri subordinati continuamente e obbedienti a un volere che in parte è nostro, in parte ci trascende. Occorre alimentare quotidianamente la lampada della nostra esistenza, come fecero le vergini nella parabola del Vangelo, con l’olio del bene per non trovarci impreparati, poiché la morte arriva meno che ce l’aspettiamo. Incrementare la cultura della vita, allora, vuol dire viverla con serenità, preparandoci al nostro trapasso, per il raggiungimento del traguardo finale, senza che alcuno possa rimproverarci le omissioni, anzi ci possa offrire la corona della buona battaglia. Una buona prassi di vita è avere coscienza che la morte non è un momento eccezionale o anomalo, è saper affrontare tutti i disagi della vita, imparando a morire in ogni difficoltà che si presenta, anche vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, senza alcun rimpianto.

Salvatore Agueci