05/04/2020 06:00:00

Virus o colèra, che differenza fa?

di Massimo Jevolella

Volete un'ennesima prova del fatto che l'umanità non cambia mai? Eccola: sono i sonetti che il poeta dialettale romano Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) dedicò nel 1835 al terribile spavento generato in tutta l'Europa dal dilagare del colera. Oggi la parola che ci atterisce è “corona virus”. Allora era “cholèra morbus”, che nella parlata romanesca si trasformava in “còllera, o collèra moribbus”.

Bene. Nell'agosto del 1835 il micidiale morbo non era ancora arrivato a Roma. I romani lo sentivano come una cosa lontana. Una favola, quasi. Udivano notizie stupefacenti dei gravi lutti, delle stragi che “er collèra”, dopo aver provocato ecatombi dal lontano Oriente alla Russia e all'Europa centrale, stava seminando in molti luoghi della Francia e dell'Italia settentrionale. Ma se ne credevano immuni, e ci ridevano su. E il Belli immaginava allora – o ben piuttosto riferiva, perché nulla d'inventato scaturiva dalla sua penna pungente – una serie di conversazioni avvenute tra popolani nella famosa osteria della Gènzola in Trastevere. Ne nacque una vera operetta, una gemma nella vastissima produzione poetica del Belli: trentaquattro sonetti che l'autore stesso definì “tutti de grinza”, ossia tutti gagliardi, animati da una verve travolgente.

Di quell'operetta, il cui titolo complessivo è Er còllera mòribbus. Converzazzione a l'Osteria de la Ggènzola, basterà qui rivedere due o tre punti, per rendersi conto dell'eterno ripetersi degli abbagli e degli errori umani. Eccoli dunque insieme a tracannare vino dei Castelli, gli omeni der popolo, e a commentare, ridenti e sfottenti, le ultime notizie sul collèra moribbus. La fottuta pestilenza è arrivata a Nizza? E anche lì ne ammazza a centinaia, forse a migliaia, di poveri cristi? E allora ecco pronta la sentenza che tutto risolve in scongiuro e sberleffo:

Disce: ma a Nninza fa piazza pulita.
Seggno che cquelli matti mmaledetti
nun ze sanno avé ccura de la vita.

Ossia: è colpa dei nizzesi, incapaci di prendersi cura della loro vita. E questo non ci ricorda qualcosa? Non ci ricorda forse gli sberleffi che per settimane piovvero su noi italiani da molte parti del Nord Europa, quando da noi la situazione precipitava, il corona virus falciava vite intorno a Codogno, e il nostro governo ordinava le prime misure drastiche di restrizione, e dal nostro Paese partiva il grido d'allarme: “State attenti, perché questo virus non è un affare nostro, non è colpa nostra, non conosce frontiere, e tra un po' verrà anche da voi in Europa”? Ci presero in giro. I soliti italiani, il solito melodramma. E poi piansero per non avere afferrato al volo la lezione.

Ecco poi, nella Roma del Belli, la prima reazione all'incalzare inesorabile del colera. La strage ancora non è arrivata, e dunque è ovvio, è necessario, è segno di furbizia e di gagliardìa far finta di niente, fregarsene, negare la realtà, insistere imperterriti nella vita di sempre:

De resto der collèra io me ne caco;
e avenno inteso a ddì ppiù d'un dottore
ch'er rimedio è lo stà de bbon umore,
maggno, ingrufo, spasseggio e mm'imbriaco.

E qui davvero c'è da trasecolare. Rivediamo il film agghiacciante dei primi giorni dell'epidemia in Italia, quando tutti noi, o quasi tutti, cascammo come allocchi nel convincimento – avvalorato anche dai pareri di alcuni dottori – che la nuova epidemia non fosse altro che una “banale influenza”, e che la giusta reazione, dunque, dovesse essere quella di fregarsene, di minimizzare, di rincarare magari la dose dell'allegria e degli aperitivi in compagnia. Un film assolutamente identico a quello descritto dal Belli quasi due secoli fa.

Ma eccoci poi all'immancabile capitolo dei rimedi fantastici, delle ricette miracolose. Il collèra moribbus infuria, e allora che fare? Facile: c'è una medicina perfetta, inventata da un farmacista di Nîmes, la favolosa “corallina”:

Sapete? Er fijjo de Monzù Bbojetto
ha scuperto che un po' de corallina
è la vera e fficaccia mediscina
pe gguarì sto fraggello bbenedetto.

La formula magica era questa: “Un'oncia di corallina tenuta in infusione per 24 ore in quattro oncie d'acqua e passata per panno, due oncie di olio d'oliva sopraffino, mezz'oncia di agro di limone, due cucchiai di zucchero fino, due detti di fior d'arancio”. Confrontare con tutte le bufale e gli incredibili rimedi dilagati nelle ultime settimane sui social. E ammettere che, almeno, la portentosa teriaca menzionata dal Belli aveva qualcosa di ben più gradevole e poetico.
E soprassediamo, infine, sul tema dei complotti, degli untori, dei veleni fabbricati in segreti laboratori. Nulla è cambiato. Allora erano i re, erano i papi, oggi sono i cinesi, o i russi, o la Cia, o le multinazionali farmaceutiche. Non aveva forse ragione il nostro compianto poeta trapanese Turi Toscano, quando scriveva che: “Chissu è lu munnu e nun si po' canciari”?