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20/07/2014 06:25:00

Mauro Rostagno, l’antimafia della felicità nel libro di Adriano Sofri

Il  verbo su cui Adriano Sofri fa più affidamento per raccontare Mauro Rostagno è: sorridere. Lo scrive nel titolo del libro, Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio, 158 pagine, 12 euro). Lo ripete nelle pagine in cui racconta di aver visto il suo fantasma nelle strade di Trapani, invitando il lettore a non scambiarlo per uno spettro, come aveva fatto Marx con il comunismo: perché «gli spettri sono lugubri e comunque seriosi», invece «certi fantasmi sorridono volentieri».

Rideva, e faceva ridere Mauro Rostagno, senza che ciò gli impedisse di trattare materie serissime.

Una volta chiese un’intervista a un notabile trapanese, per la televisione sulla quale aveva iniziato per primo a raccontare la mafia. Quello gli rispose: «Ma vai a zappare!». Allora la puntata successiva del suo telegiornale Rostagno la aprì in un campo, con una zappa in mano: «L’assessore mi ha detto di andare a zappare – diceva – e l’ho voluto accontentare. Dopo averlo accontentato e zappato, voglio raccontarvi che cosa avrei voluto chiedergli…».

sellerioQuando la trasmissione di Rostagno iniziava, a Trapani, tutti correvano a casa a guardarla. Anche i mafiosi. La moglie di uno dei due uomini che sarà condannato all’ergastolo per l’omicidio di Mauro – Vito Mazzara (l’altro è quello che ha ordinato l’assassinio, Vincenzo Virga) – racconta a Sofri che a casa sua non se perdevano una di puntata: «All’ora del telegiornale lasciavamo tutto e ci mettevamo a guardarlo». Il pubblico ministero Francesco Del Bene ha ancora nostalgia: «Aspetto ancora una televisione che venga qui a parlare di mafia come ne parlava Rostagno».

Tutti d’accordo dunque sulla rilevanza delle informazioni che rendeva pubbliche, Rostagno: guardie e ladri, mafiosi e anti mafiosi, di qua e di là della barricata. Però dopo che fu ucciso, quel 26 settembre del 1988, nessuno ebbe voglia di fare due più due, e collegare le inchieste sui padrini alla sua morte. Se ne dissero di tutti i colori: che era stato ammazzato per una storia di corna, per una vendetta dei suoi ex compagni di Lotta continua e per traffici di droga internazionali (non manca mai, questa, quando non si sa più cosa inventarsi).

Non solo se ne dissero: se ne fecero, anche, di tutti i colori.

Arrestarono la compagna di Mauro Rostagno, Elisabetta Roveri, con l’accusa che era stata lei a volerlo fare fuori. E misero in galera anche la donna che era con Rostagno la notte in cui l’uccisero: Monica Serra, «uno dei personaggi più tragici e violati di questa storia» scrive Sofri, perché a differenza di Maddalena non ha vissuto abbastanza per vedersi risarcita dalla sentenza che ha fatto giustizia, qualche mese fa, il 15 maggio del 2014 (giustizia, non vendetta: tanto è vero che Sofri era e rimane contrario all’ergastolo – a meno che non ci sia «una minaccia durevole all’incolumità delle persone» – e resta colpito quando Mazzara gli scrive dal carcere: «So che lei è contrario all’ergastolo…», avendo già addosso delle pene a vita).

È per questo che Sofri torna su questa storia: perché ora è finalmente chiusa, perché non bisogna dimenticarsi delle ingiustizie che nel frattempo sono state commesse, perché pochi se ne sono occupati ora che si è arrivati al dunque (mentre quando c’era da insinuare le pagine si sono sprecate…), e infine perché i morti bisogna seppellirli senza però scordarsi chi erano.

Sofri era amico di Rostagno, benché «non il migliore». Al suo funerale non poté andare perché era in galera. Chiese il permesso, ma glielo negarono. Finalmente libero, non ha mancato il processo: lo ha raccontato come cronista su Repubblica e in questo libro con moltissimi particolari e riflessioni sull’uso della prova del Dna nei processi (è stata questa la carta decisiva per sbrogliare la matassa…).

Insieme i due hanno militato dentro Lotta Continua, il primo come leader, il secondo come numero due. E nel volume ci sono pagine bellissime sulla straordinarietà di essere secondo, che non significa essere secondi a nessuno. «Mauro aveva imparato – scrive – che essere il primo riduce drammaticamente la libertà. Chi è primo non può continuare a essere un’artista, è responsabile per tutti gli altri, non può scartare da un lato».

Rostagno aveva invece voglia di vivere in pieno. E di sorridere, anche. Cioè di non avere la faccia sempre seria e solenne che devono avere i leader e i capi. Per questo Sofri insiste su questo verbo: sorridere. Che è veramente prezioso, nell’antimafia dei nostri giorni. Perché molti di coloro che la combattono oggi, la mafia, hanno spesso le toghe o le divise, e interpretano giustamente il loro ruolo severo.

Rostagno invece no: combatteva la mafia perché viveva, e voleva vivere e far vivere senza quella castrazione che impone per forza la paura dei boss. Alla loro forma di vita fatta di soggezione al potere, Rostagno opponeva – incarnandolo – il disegno di un mondo in cui ci si fa guidare dal desiderio di inseguire la felicità, non di soggiacere al terrore dei mammasantissima. E se non per questo, per quale altro motivo bisognerebbe combattere la mafia. Per la sola legge? Troppo poco.

Nicola Mirenzi - Europa