02/02/2016 22:00:00

Pisano: "A Castelvetrano su Matteo Messina Denaro c'è un atteggiamento non omogeneo"

“Nei confronti di Matteo Messina Denaro a Castelvetrano, oggi, c’è un atteggiamento non omogeneo”. Lo ha spiegato a Voci del Mattino, su Radio1 Rai, il colonnello Giuseppe Pisano, capo del Centro operativo della Dia di Caltanissetta.

“Sicuramente, oltre a tutti i suoi familiari, c’è una serie di personaggi che ancora spalleggiano, venerano e sostengono la sua latitanza – ha aggiunto -. Ma all’interno dell’organizzazione mafiosa c’è anche un movimento d’opinione che manifesta una certa insofferenza, che mal sopporta l’assenza o quantomeno la mancanza di interventismo del boss. Si sentono in qualche modo abbandonati, lasciati a se stessi e gli imputano di pensare soltanto a raccogliere risorse che servono alla sua latitanza, che si dice essere dorata, senza occuparsi di far star bene il suo ‘esercito’”.

“A Matteo Messina Denaro si contesta non soltanto di essere un mandante delle stragi di Capaci e di via D’Amelio – ha proseguito Pisano – e di aver avuto un ruolo importante nell’ideazione e nell’esecuzione di quei piani; gli si contesta anche la finalità terroristica, perché dalla lettura degli atti e da tutte le attività giudiziarie emerge che l’eliminazione di Falcone, Borsellino e altri, finalità che preesisteva nelle idee dei vertici mafiosi, viene poi inserita nel contesto stragista non solo per eliminare i nemici di Cosa nostra ma per creare un effetto panico nella popolazione, per sfruttare in chiave eversiva la debolezza e la divisione interna del quadro politico e destabilizzare le istituzioni in modo da poter poi dettare le proprie condizioni allo Stato da una posizione di forza”.

“L’adesione di Messina Denaro alla strategia stragista di Riina – ha aggiunto – non fu mera obbedienza agli ordini dello stesso Riina ma fu partecipazione attiva e condivisione degli scopi, tant’è che dopo l’arresto di Riina, nel gennaio 1993, le stragi a Roma, Milano e Firenze proseguirono. E proseguirono per volontà dei Bagarella, dei Graviano e di Matteo Messina Denaro, che ebbe una partecipazione attiva. Riina aveva creato due gruppi di fuoco, uno operativo a Roma e l’altro a Palermo. Li chiamava la ‘Supercosa’, come risposta alla Superprocura, all’organizzarsi istituzionale dell’antimafia. Questi due gruppi di fuoco avevano degli obiettivi ben precisi, cioè i nemici giurati di Cosa nostra, Falcone e Martelli in primis. La ‘Supercosa’ – ha spiegato il colonnello Pisano – rappresentava anche una sorta di violazione delle regole interne dell’organizzazione mafiosa, perché i due gruppi di fuoco erano svincolati da qualunque forma di controllo da parte della commissione regionale di Cosa nostra ed erano alle dirette dipendenze di Riina”.

Il colonnello Pisano, ha poi spiegato che le stragi del 1992 sono avvenute dopo la sentenza definitiva del Maxiprocesso “ma Riina e il gotha di Cosa nostra in qualche modo avevano già prefigurato la possibilità che la Cassazione condannasse tutto il vertice di Cosa nostra. Questo Riina lo realizzò nel momento in cui vide che il processo fu assegnato ad una sezione della Corte di cassazione che non era quella che lui sperava o si immaginava. Le riunioni che preludono alla prosecuzione delle stragi, infatti, precedono la sentenza del 30 gennaio 1992 – ha aggiunto -. Riina aspettò l’esito del Maxiprocesso sia per evitare che gli fosse rimproverato di aver attuato una strategia stragista prima, per orientare il procedimento, sia per evitare che montasse una sorta di dissenso interno. La risposta stragista scattò immediatamente dopo quella sentenza, come a voler partire con una strategia di attacco per evitare poi di doversi difendere all’interno dell’organizzazione”.