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10/10/2019 18:49:00

Corruzione ed energia alternativa: Nicastri chiede di patteggiare

 Fresco di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, Vito Nicastri ha chiesto di patteggiare la pena nell'altra vicenda che lo vede protagonista le tangenti all'assessorato all'Energia per sbloccare le pratiche che lo interessavano.

Anche se Nicastri non parla di tangenti: "Io la chiamo collaborazione, poi lei la può chiamare come vuole, io la chiamo collaborazione, e nasce dall'inizio di quando abbiamo presentato questi progetti. Poi si è concluso (per) gli importi, qualche mese dopo". Così dice nel processo, secondo le parole riportate dal Giornale di Sicilia:

Da giugno Vito Nicastri è dichiarante ed è ritenuto in gran parte attendibile, al netto di una condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, arrivata il mese scorso: accusa sempre respinta dall'imputato. È anche capace di far perdere le staffe al suo ex socio in affari, Paolo Arata, durante l'incidente probatorio tenuto davanti al Gip Guglielmo Nicastro. Ma è anche pronto a chiedere di patteggiare la pena, col consenso della Procura di Palermo: due anni e 9 mesi, concordati tra gli avvocati Sebastiano Dara e Mary Mollica col pm Gianluca De Leo e col procuratore aggiunto Paolo Guido. Così l'imprenditore di Alcamo ritenuto vicinissimo a Matteo Messina Denaro (cosa che lui nega) vuol chiudere la partita della corruzione nell'eolico, le tangenti versate - così emerge dalle intercettazioni, così confermano lo stesso Vito e anche il figlio, Manlio Nicastri - a due burocrati regionali, il dirigente dell'assessorato all'Energia Alberto Tinnirello e il funzionario Giacomo Causarano. Pure Manlio è dichiarante: il suo patteggiamento è stato fissato, in base all'accordo tra l'avvocato Giovanni Di Benedetto e i pm, a un anno e 10 mesi.

Il «re dell'eolico» dice che la corruzione fu portata a termine con la complicità di Paolo Franco Arata e del di lui figlio, Francesco Paolo. Ragion per cui il faccendiere vicino alla Lega, già consulente per le energie alternative del partito di Matteo Salvini, gli urla «bugiardo» e finisce ammonito: «Arata - gli dice il giudice - questo non è affatto consentito, se no sarò costretto a farla allontanare dall'aula». Chiuso l'incidente, prosegue l'altro incidente, quello probatorio, mentre Arata attende gli sviluppi della tranche romana, in cui è indagato anche l'ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, esponente del Carroccio.

Sui patteggiamenti dei Nicastri dovrebbe pronunciarsi un Gip. Per tutti la Dda ha ottenuto il giudizio immediato, ha saltato cioè l'udienza preliminare, ma si può tornare indietro se si scelgono riti alternativi. Causarano, difeso dall'avvocato Raffaele Bonsignore e ripetutamente chiamato in causa come materiale percettore delle tangenti da 100 mila euro (sui 500 mila promessi: la somma sarebbe stata versata «in sei-sette volte», precisa Vito), farà l'abbreviato, così come Francesco Arata. Il padre di quest'ultimo (sono entrambi difesi dall'avvocato Gaetano Scalise) ci sta ancora pensando, ma dovrebbe optare per l'ordinario, assieme a Tinnirello e all'imprenditore Antonello Barbieri.

«Io non la chiamo tangente - chiosa Vito Nicastri -. Con l'architetto Causarano, sempre tutti e due ne abbiamo parlato di questo, l'accordo nasce tra me e lui». Insiste il pm De Leo, sia pure evitando il termine indigesto all'imputato: «Quindi Paolo Arata era a conoscenza della... diciamo dell'accordo illecito con Causarano, che prevedeva la dazione di denaro con Causarano e Tinnirello?». «Senz'altro. I soldi li pagava lui, li tirava fuori lui». Ancora l'accusa: «Suo figlio è stato consapevole dei pagamenti che venivano effettuati a Causarano?». «Sì». Meno netto, l'imputato-dichiarante, è su Tinnirello: l'accusa gli chiede se lui avesse «riscontri sul fatto che Tinnirello poi ricevesse concretamente il denaro» e lui risponde di no. La conferma era indiretta, lui la presumeva, «perché la procedura andava avanti speditamente, per cui immaginavo che...». E poi l'ultimo dei progetti («Ciascuno valeva da tre a cinque milioni») ebbe una «accelerazione molto rapida». Anche la difesa di Causarano insinua dubbi sull'attendibilità generale, sulla negazione delle accuse di mafia. Lui se la prende solo per Manlio: «Che c'entra mio figlio con la mafia?». Ma su Causarano, presunto trait-d'union con Tinnirello, c'è un'intercettazione in cui Nicastri diceva: «A Causarano è che gli do soldi da quando sono nato, io». Lui la spiega così: «Lo conoscevo da tempo e da circa tre-quattro anni gli davamo dei soldi».

I politici non servono

Nell'inchiesta e dalle intercettazioni vengono fuori interventi e interessamenti - spesso vani - di politici nei confronti dei burocrati, sollecitati soprattutto da Arata. Ma Nicastri è quasi sprezzante, davanti al giudice: «Quando è partito questo progetto non si è mai parlato di politici, perché io sono stato sempre contrario a pagare i politici, e a invitarli a occuparsene, non ne vedo la necessità, per cui io sono stato contrario...».