Elogio della plastica
di Katia Regina
Immaginiamo un mondo senza plastica. Fatto? Spariti tutti gli oggetti che usiamo, anche quelli che amiamo. Cosa resta? Poche cose di ferro, legno, qualche pietra. Tutti i dispositivi nudi e non funzionanti.
Chiedete agli elefanti se sono contenti per questa invenzione. Per fare quelle maledette palle da biliardo, e non solo, li stavamo sterminando.
La plastica è un materiale che non esiste in natura, tuttavia è stato creato attraverso materiali naturali: cellulosa, carbone, gas, sale e petrolio.
Il suo nome deriva dal greco plàssein, ossia plasmare, la sua caratteristica più peculiare. Ne possiamo contare una cinquantina di varianti, ecco perché è più corretto parlare di plastiche suddivise in tre grandi famiglie a seconda di come reagiscono al calore.
Senza il magico mondo della celluloide niente fotografie, cinema...
senza bachelite niente radio, telefoni, elettrodomestici, giocattoli...
senza PVC niente dischi, cavi elettrici, pavimenti...
senza Plexiglass niente DVD, vasche da bagno, lenti per la cura della cataratta...
Senza nylon niente calze, via tutto l'abbigliamento elasticizzato, ombrelli, borse, pneumatici, cinture di sicurezza, serbatoi gonfiabili, palloni, nastri trasportatori, reti da pesca, corde... e financo tessuti per fare i paracadute.
E a proposito di paracadute, tra le tante leggende metropolitane ne esiste una davvero singolare sull'origine del nome di questa fibra sintetica: N.Y.L.O.N. sarebbe l'acronimo di Now You Lose Old Nippon, ossia: così ti ho fregato vecchio Giappone, la risposta americana dopo l'entrata in guerra contro lo stato nipponico che interruppe l'importazione della seta per la produzione dei paracadute.
Le varie sostanze plastiche sono state scoperte da diversi ricercatori di altrettanti paesi, ma in Italia abbiamo un primato che si chiama Giulio Natta, l'ingegnere che ha scoperto e brevettato il polipropilene, ossia la plastica che usiamo ogni giorno per la stragrande maggioranza degli utensili che abbiamo in casa. Lo stesso materiale dei mattoncini Lego, per intenderci. Premio Nobel per la chimica nel 1963.
La plastica è democratica, ha dato la possibilità a tutti di poter accedere alle cose a costi accessibili. La plastica è magica, per certi versi, ha consentito ai creativi di dare forme originali, sorprendenti, ha creato il design italiano più ricercato.
La demonizzazione della plastica è un modo per spostare la responsabilità. A quanto pare è più comodo criminalizzare il prodotto, come se avesse delle responsabilità intrinseche. Per evitare l'inquinamento del pianeta basterebbe un comportamento più corretto da parte di tutti. Basterebbe incrementare il riciclo e considerarla materia prima. Riciclare la plastica costa dieci volte meno del riciclo del vetro.
La notizia meno buona: sono state trovate tracce di sostanze plastiche nella placenta di una donna. Escludendo che possa essere finita lì trasportata dal mister Y, preso dalla foga di arrivare per primo, potrebbe aver sfondato la barriera di lattice, altra sostanza da ringraziare, e trascinato con sè alcuni residui. Altra ipotesi, potrebbe essere in atto una mutazione genetica, tra qualche decennio alcune parti del corpo umano potrebbero essere fatte di sostanze plastiche. A pensarci bene già ci sono segni evidenti sin d'ora.
Consigli per lettura: tutte le collane per ragazzi per sensibilizzarli al rispetto dell'Ambiente. Degli adulti non c'è più da fidarsi.
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