×
 
 
27/09/2022 07:07:00

Letta lascia, Salvini no, Meloni non parla

La coalizione di destra ha vinto le elezioni politiche con il 44% dei voti: lo scrutinio è finito e Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, è il primo partito con il 26%, Lega e Forza Italia sono rispettivamente al 9% e all’8%.

La coalizione avrà la maggioranza in Parlamento, anche se sarà nettamente più bassa dei due terzi ipotizzati da alcune previsioni antecedenti al voto.

Il centrosinistra è intorno al 26%, con il Partito Democratico al 19%. Il Movimento 5 Stelle ha preso intorno al 15,5%, il Terzo Polo poco meno dell’8%. L’affluenza è stata del 64%, la più bassa della storia repubblicana.

Giorgia Meloni resta in silenzio
Giorgia Meloni ieri pomeriggio non si è presentata alla conferenza stampa organizzata da Fratelli d’Italia all’hotel Parco dei Principi di Roma per commentare la vittoria elettorale. Luca Ciriani, capogruppo al Senato, ha motivato così l’assenza della leader: «Aveva altre cose importanti da fare, anche perché c’è un governo da creare». Sul palco insieme a Ciriani c’erano Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera, e Giovanni Donzelli, capo dell’organizzazione del partito. Lollobrigida si è soffermato sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e ha annunciato che Fratelli d’Italia ha intenzione di modificare l’impianto di finanziamenti arrivati dall’Unione europea in risposta alla crisi pandemica. Poi ha parlato di una possibile modifica della Costituzione («È bella, ma ha anche 70 anni»), facendo riferimento al presidenzialismo. E se la Lega fa sapere di essere disposta a sostenerlo solo se ci sarà anche l’autonomia, nessun problema: «Faremo insieme presidenzialismo e autonomia. Quello che dice la Lega sull’autonomia è perfettamente in linea con il programma del centrodestra».

Ieri la borsa di Mialno ha aperto in rialzo e S&P fa sapere di essere proeccupata per la manovra, «ma non anticipiamo imminenti rischi di bilancio dalla transizione al nuovo governo»

Salvini prova a resistere alla guida della Lega
Il risultato della Lega alle elezioni, sotto al 9% sia alla Camera che al Senato, ha scatenato le proteste nel partito. Il presidente del Veneto Luca Zaia è stato il più netto parlando di numeri «assolutamente deludenti, non ci possiamo omologare a questo trovando semplici giustificazioni». Insomma, «è un momento delicato per la Lega. Ed è bene affrontarlo con serietà, è fondamentale capire fino in fondo quali aspetti hanno portato l’elettore a scegliere diversamente». Ma Matteo Salvini non intende affatto lasciare la segreteria della Lega: «Non ho mai avuto così tanta determinazione e voglia di lavorare». E dalla sede di via Bellerio ha detto che il suo «mandato è in mano ai militanti, non in mano a due ex consiglieri regionali e un ex deputato. Se qualcuno ha altri progetti, non siamo mica una caserma. Fino a che i militanti lo vorranno, faccio il segretario».

Letta lascia la segreteria dem
Enrico Letta ha annunciato che non si ricandiderà alla guida del Pd, spiegando comunque di non volersi dimettere subito per tutelare l’interesse del partito e garantire una continuità nelle fasi che prepareranno il congresso del prossimo marzo. Commentando i risultati delle politiche in cui il Pd ha preso poco più del 19 per cento, Letta ha detto: «Ero tornato lo scorso 14 marzo per tenere unito il Pd e salvarlo dalla disgregazione, e per preparare una prossima legislatura in cui vincessero i valori progressisti. Il primo risultato è raggiunto, il Pd è la prima forza di opposizione: i numeri dimostrano che l’unico modo era fare il “campo largo”, noi ci abbiamo provato ma non è stato possibile». Il commento più duro al discorso di Letta è stato quello di Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente Anci (l’associazione dei comuni): «In queste ore sarebbe troppo facile sparare a zero sul segretario nazionale del Pd. E sarebbe inutile. È l’intero modello su cui il Partito democratico si fonda che va smantellato. Basta con i capi corrente che fanno e disfano le liste a propria immagine e somiglianza. Basta con questo esercizio del potere per il potere». Tra gli aspiranti successori il governatore dell’Emilia romagna Stefano Bonaccini, la sua vice Elly Schlein appena eletta deputata a Bologna, ma anche il sindaco di Pesaro.
«Il Pd si può dire: Partito democratico, la Ditta, partito democristiano, partito della ztl, ammazzasegretari, avanti il prossimo, partito del potere, safety car della politica, amalgama mal riuscito, protezione civile, partito di Bibbiano, partito delle banche, partito dei banchieri, partito delle élite. In effetti così è stato detto, da amici o nemici. Nel 2007 il centrosinistra governava con il secondo Romano Prodi, perse male una tornata di elezioni locali, i maggiorenti videro il baratro, non avevano ancora visto quelli dopo, chiamarono Walter Veltroni a fondare il Pd e a presiederlo. L’anno dopo Veltroni perse le elezioni politiche. Dieci mesi più tardi era dimissionario: «Basta farsi del male, il Pd non può essere il partito Vinavil che tiene incollata ogni cosa». Ecco, c’era anche questa: partito Vinavil. Da allora il Pd macina un segretario a ogni tornata elettorale» così Repubblica.

Grillo sul nespolo
Dopo aver latitato per tutta la campagna elettorale, ieri Beppe Grillo è tornato a farsi vivo, per celebrare il 15,5% del M5s. Ha pubblicato su Twitter un video in cui inquadra un nespolo e dice: «Il grande nespolo. Gliene abbiamo fatte di tutti i colori a questo nespolo negli anni, eppure è rigoglioso verde e nonostante tutto sopravvive con un filo di linfa che c’è dentro, sopravvive con un po’ di tronco va su e fa delle nespole bellissime, questo è il movimento 5 stelle, è il simbolo, il nespolo vivo».

Bonino chiede il riconteggio dei voti
+Europa, il partito di Emma Bonino rimasto fuori dal Parlamento perché appena sotto la soglia del 3%, ha chiesto il riconteggio dei voti. «Il margine di errore è infinitesimale» ha detto Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa, in conferenza stampa. «Una sorta di errore statistico: lo 0,05% sono poco più di 10mila voti a livello nazionale, a fronte di centinaia di migliaia di schede nulle». In conferenza stampa Emma Bonino ha anche criticato molto duramente l’ex alleato Carlo Calenda: «Chi si dispiace di come sono andate le cose nel collegio di Roma centro o è ipocrita o è scemo perché sapeva benissimo come funziona la legge elettorale». In quel collegio, in cui erano candidati sia Calenda che Bonino, è stata eletta Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia.

Il centrodestra vince anche in Sicilia
Renato Schifani sarà il nuovo presidente della Regione Sicilia. Sostenuto da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega ha ottenuto il 39,9% dei voti, con un ampio vantaggio sugli altri candidati. Il secondo è l’ex sindaco di Messica Cateno De Luca, al 27,6%, sostenuto da due liste regionali, due liste provinciali di Palermo e almeno tre liste in ciascuna delle altre province. Poi i candidati del Pd Caterina Chinnici (16,4% circa) e del Movimento 5 Stelle Nuccio Di Paola (13,8%). In Sicilia ha votato il 48,62% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali, nel 2017, l’affluenza era stata del 46,75%. Cosa fara? «Intanto, il Ponte sullo Stretto, lo vogliamo tutti nel centro destra» risponde.  «Cuffaro è tornato. Chiedetevi il perché abbiamo avuto il 7%. Non è colpa mia se la gente vota Cuffaro e non il Pd. Vuol dire che la nostra proposta è convincente e c’è bisogno di noi». Lo ha detto il leader della Dc Totò Cuffaro al Tgs, in riferimento al 7% ottenuto alle Regionali.

Le reazioni di Russia e Usa alla vittoria della destra
La vittoria del centrodestra alle elezioni per ora è stata accolta freddamente dal Cremlino, che pure ha avuto rapporti stretti sia con la Lega che con Silvio Berlusconi. Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha detto: «Siamo pronti a dare il benvenuto a qualsiasi forza politica in grado di mostrarsi maggiormente costruttiva nei rapporti con la Russia». Qualche ora dopo, il segretario di Stato statunitense Antony Blinken ha twittato: «Non vediamo l’ora di lavorare con il governo italiano sui nostri obiettivi comuni: aiutare un’Ucraina libera e indipendente, rispettare i diritti umani e costruire un’economia sostenibile per il futuro». Agli Usa fa eco la Gran Bretagna di Liz Truss: «Dal sostegno all’Ucraina all’affrontare le sfide economiche globali, il Regno Unito e l’Italia sono stretti alleati”.
«Descrivere Giorgia Meloni come un’aspirante tiranna che inaugura un’era di illiberalismo non è convincente. Meloni è legata all’Ue e vincolata dal sistema politico italiano e non potrebbe trasformare Roma in Budapest neanche volendo» (Mattia Ferraresi sul New York Times).

Record È stata l’elezione dei record. Per la prima volta nella nostra storia una donna è leader del primo partito del Paese. Con il 26% di voti, Fdi è diventato anche il partito di destra radicale più forte in Europa occidentale. Il blocco di centrosinistra registra la performance peggiore dal 1948 (copyright Centro italiano studi elettorali, Cise). Sono state le elezioni meno competitive della Seconda Repubblica. Mai si è registrato un distacco così ampio tra la coalizione vincente e quella perdente, quasi 18 punti percentuali. Sono state anche le elezioni con l’affluenza più bassa di sempre. Il 63,9% ci avvicina ai Paesi dell’Europa Occidentale dove si vota di meno