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01/10/2022 06:00:00

Il Pd che cerca di ripartire, ma da Trapani in su c'è bisogno di cambiamento ... 

 Cambiare il nome del Partito Democratico per darsi un nuovo abito senza cambiare pelle. E’ questo quello che vorrebbero fare i dem, si sprecano gli appelli di Rosy Bindi e altri esponenti, consci del fallimento delle ultime elezioni, meno consci del fatto che non basta cambiare una sigla per avere un risultato diverso.

Da sempre, ciclicamente, ci sono anime diverse all’interno di quell’area che litigano, tacciono e quando lo fanno è perché sono pronte ad esplodere, e poi tornano ad una pace finta.

Questo accade a più livelli, dai circoli locali, sommersi da faide interne, da trame e strategie volte ad escludere e mai ad includere. Vale per il provinciale, che a Trapani raggiunge un ottimo risultato, ma che ha visto una sfida impari tra il sindaco di Salemi, Domenico Venuti, appoggiato dai militanti, contro Dario Safina che aveva sindaci e intere giunte dalla sua parte. E non basta quel risultato importante consegnato lunedì notte a far capire che il Pd di Trapani gode di buona salute. Niente affatto. Durante la campagna elettorale sono volati stracci.

Si può, dunque, cambiare nome ma se non si ha aderenza con il tessuto sociale del Paese, quindi dei singoli territori, continueranno ad essere alieni in terra ferma.

Il cambio di passo con un nuovo segretario è mortificante, cambiano segretario più in fretta di chi cambia pettinatura. Il fallimento registrato non può essere opera solo di un segretario, quello successivo avrà le medesime difficoltà interne fatte di aree, di faide, di litigi, di rimproveri, di abbandoni e di adesioni.

Talvolta è meglio partire da numeri infelici ma con la certezza di avere dentro persone leali che scommettere su chi della cinica politica ne ha fatto evidente questione lavorativa.

Questo vale per tutta la politica, di ogni colore e grado. Si torni alla serietà della politica, ci si dia una barra dritta, che si tramuta in bellezza della politica. Quello che abbiamo assistito in questa competizione delle regionali rende la cifra di tutto. Gente che era coordinatore di un partito e si è poi candidato in altro partito, vedasi DC, senza prima dimettersi dalla carica di partito che occupava.

Del resto non è il ruolo che fa il politico, è l’esercizio dello stesso per il bene comune e non per rincorrere posizioni personali. Quando la politica diventa rincorsa di seggi non è politica è posizionamento, e allora un partito vale un altro, l’errore non è di chi chiede questo ma di chi consente l’esercizio scellerato della politica.

E’ prassi consolidata, oramai, da più parti. Tutti chiedono una collocazione senza mai dare in cambio niente ai partiti, vogliono incarichi, chiedono prebende, posizioni di prestigio, remunerate, che consentano loro- dicono- di fare politica e dare risposte al territorio. Sciocchezze.

Nei partiti ci si impegna, pancia a terra, si suda, si lavora, non si chiede nulla ma si da. Si serve la propria comunità, poi se si è bravi si cresce.

Non funziona al contrario: tu partito mi dai una posizione di lavoro ben remunerata e io sto dalla tua parte. Chi pensa il contrario non ha a cuore nulla se non se stesso e qualche passerella che vorrebbe fare.
E chi viene chiamato per le proprie competenze a svolgere una funzione, remunerata, ha il dovere di spendere quel danaro non per uso personale ma per spiegare ai territori cosa si sta facendo, per accendere i riflettori su sanità, scuola, viabilità, ambiente.

Servono scuole di formazione politica? Forse, magari anche no se vengono messe in piedi con il solo scopo di ospitare grandi nomi e ai ragazzi non viene lasciato nulla in dote, se non la falsa illusione che tutti possono andare a Roma.