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28/03/2023 06:00:00

Se Messina Denaro ammette l'esistenza della mafia ... 

 C’è qualcosa di importante, davvero, nelle parole di Matteo Messina Denaro. Interrogato per una vecchia vicenda marginale, una tentata estorsione, l’ex latitante, in carcere dallo scorso 16 gennaio, ha parlato lo stretto necessario, come fa sempre, da due mesi a questa parte. Il giudice, come da prassi, gli ha elencato le sue condanne. Ma giunti a quella per il rapimento e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, il ragazzino di 12 anni figlio del boss pentito Santino, Messina Denaro ha avuto come un sussulto d’orgoglio: «In quella cosa io non c’entro – ha detto – Brusca ha dato l’ordine di ucciderlo». Da lì sono partite analisi, ricostruzioni, domande. Perché Messina Denaro nega il coinvolgimento in quei terribili fatti? È un segnale in codice? Vuole dire qualcosa?

In effetti, dal suo punto di vista, Messina Denaro dice una cosa corretta. Nelle ricostruzioni giornalistiche di questi mesi, un po’ per sintesi, un po’ per pigrizia, viene spesso citato il barbaro omicidio del ragazzino tra i crimini più efferati commessi da Messina Denaro. Ma va anche detto che il boss di Castelvetrano è stato condannato per aver partecipato all’ideazione del rapimento, e aver fornito il supporto logistico per il sequestro del bimbo. Non lo ha materialmente strangolato lui. Ed è questo il punto.

Per capire i distinguo di Messina Denaro, il suo prendere le distanze da Giovanni Brusca, bisogna tornare ai fatti, a quello che è accaduto, a mettersi nella testa dei boss di Cosa nostra. Tutto va inquadrato nella folle guerra allo Stato decisa da Totò Riina a fine del ’91, quella che porterà alle stragi del ’92 e ’93, agli omicidi eccellenti. Bisogna tenere presente che all’interno della mafia quasi nessuno voleva gli attentati. Riina allora decise di attuare una prova di forza all’interno dell’organizzazione, con i suoi uomini più fidati, per eliminare chi non era d’accordo. Messina Denaro, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, per fare qualche nome, vivono quel periodo come una sorta di allucinazione collettiva. È una discesa all’inferno che non sanno controllare. Uccidono anche i loro amici, uccidono anche una donna incinta. Tutto, pur di andare avanti nel folle piano della loro guerra.

Quando, dopo le stragi e la reazione durissima dello Stato, alcuni mafiosi arrestati cominciano a pentirsi, tra loro c’è Santino di Matteo, “Mezzanasca”. Sa molto della strage di Capaci. Parla. Per fermarlo Brusca ha un’idea: ha sentito la storia di un bambino rapito a Napoli per questioni di camorra, e propone di fare lo stesso. Rapire il figlio di Santino, Giuseppe Di Matteo, per mandare un segnale al padre e farlo stare in silenzio. Il rapimento è facile. I mafiosi, vestiti da poliziotti, caricano il bambino in auto, ma non c’era bisogno di alcun travestimento, perché lui si fidava di loro, erano gli amici del padre. Da lì in poi tutto precipita: il bambino viene tenuto in ostaggio in condizioni pietose. Il tempo passa, Santino Di Matteo non ritratta le sue deposizioni. Fino al tragico epilogo, il punto di non ritorno di Cosa nostra: Giuseppe Di Matteo, su ordine di Giovanni Brusca, dopo due anni di prigionia, viene strangolato e sciolto nell’acido.

Messina Denaro oggi ci dice che non era d’accordo con il piano, ma intanto ha partecipato alla preparazione del sequestro, ha fornito i “covi” in provincia di Trapani (almeno due).

Ma c’è una cosa ancora più importante nelle sue parole.

E in questa sua frase c’è una grande rivelazione. È la prima volta, infatti, che un boss non pentito della caratura di Messina Denaro ammette tra le righe l’esistenza di Cosa nostra. In quel suo distinguersi da Brusca, infatti, nel dividersi i ruoli, Messina Denaro non fa altro che ammettere implicitamente l’esistenza di un’organizzazione, di un’organizzazione mafiosa. Un “noi”. Non è un dato secondario, tutt’altro: la strategia di Cosa nostra è stata sempre quella di negare se stessa. Lo ha fatto Riina (che si definiva solo uno «sventurateddro», uno sfortunato, che non aveva mai sentito parlare di mafia, se non in tv). Lo ha fatto Provenzano. Lo ha fatto lo stesso Messina Denaro, un minuto prima, nello stesso interrogatorio: quando gli ricordano i suoi rapporti (documentati da decine di pizzini) con lo stesso Provenzano, lui nicchia: «Era un amico di famiglia di mio padre». Lo ha fatto anche Michele Greco, anche lui Capo dei capi, quando alla domanda: «C’è la mafia?», rispose, sardonico «Certo, se c’è l’antimafia…». Messina Denaro, forse per stanchezza, forse per cercare di prendere le distanze da quell’orrore, è venuto meno alla regola d’oro.

Prima di adesso c’è un solo precedente. Riguarda un altro bambino ucciso dalla mafia: Claudio Domino. Gli sparano in faccia, a Palermo, il 7 ottobre del 1986. Ha 11 anni. L’eco dell’omicidio è enorme. Sono gli stessi giorni in cui a Palermo si tiene il primo grande maxi processo alla mafia. Uno degli imputati, l’avvocato Giovanni Bontade, nell’udienza successiva all’omicidio fa una cosa mai vista. Chiede al giudice di parlare, e legge un comunicato a nome suo e di tutti gli altri detenuti alla sbarra dichiarando la loro «estraneità all’omicidio», che per loro anzi è «un atto di barbarie».

La dichiarazione ha del clamoroso: nel prendere le distanze dall’omicidio del ragazzino, Bontade aveva però ammesso l’esistenza dell’organizzazione mafiosa, mentre la difesa si basava proprio sulla negazione fino allo stremo di Cosa nostra. I mafiosi avevano pensato, magari, che in quell’occasione era più importante far sapere che non erano stati loro piuttosto che perdere il forte consenso tra la popolazione ed essere indicati come assassini di bambini. E con quella dichiarazione di Bontade, per la prima volta un mafioso pronunciò la parola «noi», Noi, significava noi mafiosi. Loro stessi ammettevano la loro esistenza. Era senza precedenti. Per via di questo comunicato, nel 1988, i Corleonesi uccideranno Bontade, ai domiciliari per un’ernia. Due colpi alla nuca per lui, mentre fa colazione. Due per la moglie