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24/03/2020 12:00:00

Operosi al tempo del coronavirus. Ritrovare i valori edificanti del vivere

 La condizione temporanea in cui ci ha posti la Provvidenza non è un caso: è un tempo di grazia che ci aiuta a prendere coscienza sulla nostra identità, sulla collocazione nel cosmo e sulla precarietà umana.

Lasciar scorrere questo momento, che ci ha incastrati, senza soffermarci sulle opportunità è come ricevere un dono e rifiutarlo senza coglirne il senso e la relazionalità con chi ce lo offre. Ogni donazione parte dalla disponibilità di qualcuno verso di noi ed ha sempre un valore, anche se non viene immediatamente percepito, anzi considerato, a prima vista, un disvalore.
Il fenomeno che ha coinvolto l’umanità fino a diventare una pandemia, al di là dei fattori economici, finanziari, di supremazia fra le nazioni e di primogenitura (esportata o importata, i motivi veri non li sapremo mai: lasciamoli a chi vuol darsi “potere” di ogni genere), ci ha fatto scoprire quelli che sono stati e sono i limiti umani: “Il giorno in cui mangerete, morirete” (Gn 3, 1-8). Abbiamo voluto disobbedire a Dio nell’Eden, pensando di essere assoluti al posto del Creatore, abbiamo preteso di costruire metaforicamente la torre di Babele (cf. Gn 11, 4-9)) per dimostrare a noi, e forse a Dio stesso, che eravamo potenti, ma le conseguenze (la scacciata e la confusione delle lingue) ci hanno riportato sulla nostra reale dimensione umana: siamo esseri fragili e possiamo correre quanto vogliamo ma oltre uno steccato non possiamo andare. “Non andare in alto”, aveva detto Dedalo a Icaro, perchè il momento in cui sarebbe andato più sù, maggiore sarebbe stato il precipizio: come avvenne.
Noi che siamo stati creati per essere socievoli e vivere la nostra corporeità nella vicinanza con gli altri, adesso, con l’isolamento e il passaggio da un dinamismo sfrenato a una riducibilità motoria forzata, ci dovremmo rendere conto quanto il distanziamento sociale sia un valore (non possiamo toccarci, baciarci, stringerci l’un l’altro dimostrando il nostro affetto) e la vicinanza abbia un’importanza che al momento ci viene negata per il nostro e l’altrui bene.
Quest’otium (alla latina: non come periodo in cui far nulla ma di occupazione diversa dal normale) che ci è imposto dalle normative vigenti, e soprattutto dalla contingenza straordinaria, deve servire all’umanità a mettere in ordine i valori, catalogarli e fare una scrematura in cui inserire quelli veri per eliminarne altri (l’attacco da parte del virus e l’inattuabilità repentina di contrastarlo, le morti dei nostri cari senza poterli assistere e dare loro l’ultimo conforto, il non poterli vedere e accompagnare nell’ultimo tragitto con un rito religioso o civile, il non poterli seppellire, lo stare distanziati gli uni dagli altri... l’impotenza), ci deve riportare su un percorso reale della vita e farci considerare ciò che è necessario da ciò di cui possiamo fare a meno per rimandarlo nei meandri più reconditi del nostro esistere: l’egoismo, l’arroganza, l’avarizia, l’ignoranza... per far posto all’affettività, all’amore fraterno, alla solidarietà, alla sopportazione reciproca, al rispetto per il nostro e l’altrui corpo, alla devozione verso il creato, all’utilizzo dei beni della terra per tutti, senza sprechi... Un valore da riscoprire, quanto attuale è, a esempio, tutelare se stessi per proteggere gli altri, sulla base del dettato evangelico: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12, 31).
Dobbiamo rievocare l’importanza dell’intimità, con noi stessi, con gli altri e con Dio, come anche quella della giusta corporeità. Per far questo è necessario dare spazio alla meditazione, alla scrittura, all’esame di coscienza, alla preghiera (interiore e collettiva anche se a distanza), alla lettura, al dialogo e alla collaborazione familiare o telefonici, attraverso i social... come spazi per far emergere percorsi da lungo abbandonati o fuorvianti, ricucire rapporti sociali messi ormai in cantina: siamo nati per amare e l’amore è l’unico a ricompensare la nostra solitudine e la paura che in questo periodo ha fatto scatenare in noi allarmismi e terrore, anche se abbiamo tirato fuori quei modi ancestrali per esorcizzarla (canti, luci, bandiere, battimano, rumori di vario genere...).


Da ciò che è negativo dobbiamo far emergere la positività contenuta per ricavarne, da uomini maturi, tutto ciò che ci rende più simili alle persone e non alle bestie. Far affiorare un cambiamento nei nostri comportamenti, un modo diverso di operare in politica, una collaborazione tra strutture sanitarie, amministrative e cittadini per il raggiungimento del bene comune e non dei singoli e questo non nel momento attuale ma in preparazione a una ricostruzione del nostro tessuto sociale che dovrà avvenire presto. Dobbiamo far emergere la speranza, non irreale, ma quella logica, che si realizza secondo categorie spaziali e temporali che richiedono il nostro contribuo collaborativo. Alla speranza deve far seguito la fiducia continua e non solo quando intravediamo la luce alla fine del tunnel ma soprattutto quando, con la nostra razionalità, questa c’è impedito di scorgere, ora e subito: qualunque cosa, avviene per il nostro vantaggio.

Un’altra qualità è l’attesa. Oggi più che mai, in una società dove bruciare il tempo è importante, bisogna abituarsi a sapere aspettare: non è il tempo a nostra disposizione ma siamo noi a servizio di esso. Alcune categorie lo sanno, come la madre, il contadino, il detenuto... però è bene che tutti lo valorizzino non come tempo morto ma vitale, di ulteriore giovinezza.

Non ultima è la solidarietà, nazionale e internazionale, dimostrata attraverso la disponibilità di materiali, strutture e persone (medici e paramedici). É stata una risposta alle nostre concezioni nazionaliste e sovraniste e ci hanno dato una lezione di universalità e di fratellanza che supera i confini imposti dagli uomini meschini e di corto respiro. Allargare il nostro cuore agli altri è un dovere morale che ripaga!

È opportuno ritornare a camminare con i piedi per terra per dare il giusto valore alle cose, alle persone e al creato per apprezzare la nostra libertà e, nel nostro limite, essere creature felici che sappiano accogliere il carpe diem proiettandolo nel domani della storia e del nostro futuro, caduco ma eterno.

Salvatore Agueci