
Per cui, quando a poca distanza di tempo Gesù si ripresenta al tempio, gli inflessibili guardiani della tradizione gli si fanno incontro con tono indagatore e vagamente inquisitorio. Già sin d’ora, sin dal suo primo affacciarsi nella città santa, si prefigura quello che sarà lo scontro in atto: quello tra Gesù, da un lato, e le autorità del tempio, dall’altro. La tensione, inevitabile, riguarda due aspetti intimamente connessi tra di loro: il potere, certamente, ma anche il
sapere, che i sacerdoti ed i teologi di ogni tempo e di ogni orientamento religioso dimostrano di voler gelosamente custodire. Questo infatti è il conflitto di cui narrano tutti e quattro i vangeli cosiddetti canonici: un conflitto di potere e di sapere, entrambi concentrati in mani che li monopolizzano e li manipolano. Poiché, nel corso dei secoli, la situazione non è cambiata poi molto, le chiese cristiane hanno teso a mascherare la ragione reale del conflitto, finendo per stravolgerla del tutto.
A meno di due settimane dall’aberrante ed inescusabile eccidio avvenuto in una scuola ebraica di Tolosa, nel sud della Francia, è opportuno non dimenticare che le radici dell’antisemitismo affondano nella lettura ecclesiastica della crocifissione di Gesù, attribuita, da cattolici e protestanti congiuntamente, ai «perfidi giudei», assassini del messia e suoi traditori. Onde evitare sterili atti di contrizione e meccanici rituali immancabilmente confinati nella celebrazione del
Giorno della Memoria, sarebbe più onesto ed utile fare memoria sul serio e dichiarare senza tentennamenti né improponibili revisionismi che la storia delle chiese è intrisa di un pregiudizio nefando nei confronti del popolo ebraico, che spesso dichiariamo debellato e che invece periodicamente riaffiora.
Della nascita così come del radicamento di tale pregiudizio siamo direttamente responsabili e dichiararlo apertamente è l’unico atto di pentimento autentico, l’unica richiesta di perdono credibile.
Il pregiudizio, dunque, è stato alimentato a suon di occultamenti: lo scontro che ha condotto Gesù alla morte di croce, infatti, è uno scontro con il potere politico e religioso e con le autorità che lo rappresentavano e lo gestivano. Ma poiché sostenere che il cristianesimo abbia nel proprio DNA il gene della resistenza all’imposizione di qualsivoglia autorità è piuttosto scomodo da ascoltare e ancor più da vivere, allora meglio camuffare il conflitto e renderlo etnico-religioso: il che rappresenta un doppio controsenso, poiché Gesù era ebreo sia etnicamente che religiosamente. Ora: il vero nodo del conflitto, oggi come ieri, riguarda l’esercizio indiscriminato del potere e le costanti giustificazioni addotte da quanti lo esercitano con la violenza e l’esclusione.
Contrastare queste logiche è il cuore della nostra vocazione e del nostro discepolato: ma la maggior parte delle chiese sembra averlo, del tutto intenzionalmente, dimenticato. Anche e soprattutto quando si tratta di ripercorrere brani biblici che scottano, come quello sul quale stiamo meditando quest’oggi: qui, difatti, la posta in gioco riguarda chiaramente la questione dell’autorità. Sono le autorità preposte all’organizzazione del tempio ed alla codificazione dei testi sacri che, per prime, vanno incontro a Gesù per chiedergli di rendere conto delle ragioni del suo gesto; e, significativamente, gli domandano. «Con quale
autorità fai queste cose?» - ovverosia: scacci i mercanti dal tempio. Segue l’inevitabile domanda di quanti sono prigionieri di un sistema autoritario: «O, ad ogni modo, chi ti ha conferito questa autorità?».
Perché in un mondo dalla struttura rigidamente piramidale come spesso è il mondo religioso, l’autorità ti viene sempre conferita: non ne possiedi se non per gentile elargizione (dall’alto, si capisce). Del dialogo che segue mi colpiscono, in particolare, tre aspetti, sui quali vorrei provare a soffermarmi insieme con voi.
Anzitutto, mi affascina e mi convince il
metodo utilizzato da Gesù che, interrogato, non risponde: tipico atteggiamento di insubordinazione, notoriamente inviso ad ogni autorità. Nessun gestore del potere e del sapere, difatti, gradisce che non si risponda alle sue precise ed inaggirabili domande: chi è abituato a porli, gli interrogativi, non apprezza che vengano elusi e, meno ancora, può tollerare di essere interrogato lui stesso. Eppure è quanto Gesù, con una certa irriverenza e con la naturalezza che lo contraddistingue, fa: non risponde e, di contro, pone lui una domanda ai suoi inquisitori. L’interrogatorio diventa così, inaspettatamente, un contro-interrogatorio: è il metodo rabbinico, nel quale le questioni possono soltanto essere approfondite e mai del tutto risolte, poiché risolverle significa metterle (spesso sbrigativamente) a tacere. Le autorità, in particolar modo quelle religiose, amano le risposte granitiche ed esaurienti e mostrano un certo disorientamento, oltre che una palese insofferenza, rispetto a tutte le domande aperte, alle tensioni che esse generano ed all’immaginazione che richiedono e risvegliano. Gesù mostra di essere intelligente, come tutti coloro che, a domanda, rispondono con domanda ed evitano il tranello facendo in modo che nella trappola siano i cacciatori a cadere. E l’intelligenza, ancora oggi, è l’unica cosa che le autorità religiose non sono disposte a perdonare a quanti le mettono in questione.
La seconda curiosità è relativa al fatto che Gesù faccia esplicito riferimento all’uomo che fu suo maestro, anch’egli non certo benvisto da anziani, scribi e sommi sacerdoti: anche Giovanni il Battista, difatti, aveva dimostrato scarsa simpatia per le autorità religiose, per i loro metodi e le loro rigidità dottrinali; e anche Giovanni Battista aveva riscosso un certo seguito tra il popolo. E qui risiede il paradosso in cui rimangono impigliati i potenti. Da un lato, infatti, chi detiene l’autorità disprezza il popolo; dall’altro, però, ha bisogno del suo consenso. La simpatia, però, non si può comprare; il consenso, lo sappiamo, sì. Né Gesù, né il battista hanno interpretato la loro attività pubblica come una strada per ottenere un consenso facile e plebiscitario: però, per la loro franchezza e la loro semplicità, hanno entrambi conquistato la simpatia degli oppressi, che dalle loro parole e dai loro gesti si sentivano coinvolti e mai presi in giro. Le autorità religiose, con il popolo, non sono mai state in grado di dialogare: anche perché esse non cercano il confronto, ma il dominio; non lo scambio di opinioni, ma la sottomissione delle coscienze. Quando però si trovano di fronte a chi è capace di catturare la simpatia degli esclusi, sono palesemente a disagio e sensibilmente irritati. Il profeta, dal canto suo, nella tradizione israelitica, possiede sempre due caratteristiche in curioso connubio: da un lato è inviso alle autorità preposte, perché le contesta in virtù di un’autorità diversa, più alta e, soprattutto, più libera; dall’altro, riscuote la simpatia del popolo, quella stessa che le autorità, con tutto il loro dominio, non riescono a conquistare, giacché si tratta di un sentimento che, come tale, non accetta imposizioni. Gesù, dietro la sua domanda, cela in maniera estremamente sottile e creativa anche la risposta all’interrogativo che le autorità gli hanno posto:
«Chi mi ha conferito l’autorità? Lo stesso che l’ha conferita al mio maestro, Giovanni il Battista: Dio, Colui che affermate essere la sorgente anche della vostra autorità, la quale, invece, non è che abuso di potere, che, non avendo giustificazioni plausibili, vi affannate ad auto-legittimare».
E qui viene il terzo punto: a ben guardare le autorità una risposta alla domanda che Gesù ha posto loro ce l’hanno: e, naturalmente, si tratta della risposta contraria rispetto a quella che Gesù ha sottilmente indicato.
I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani sono del tutto convinti che l’autorità con cui Giovanni il Battista predicava e operava non gli venisse da Dio: soltanto che in pubblico si guardano bene dall’affermarlo.
La doppiezza e l’ipocrisia, del resto, sono caratteristiche peculiari ed immodificate del potere, che in privato pensa una cosa ed in pubblico la tace. Del resto, ancora oggi, le dichiarazioni pubbliche vengono accuratamente soppesate ed affidate ad organi competenti, nella politica così come nelle istituzioni religiose: e guai alle voci fuori dal coro, come sempre furono le voci dei profeti di ogni tempo e di ogni luogo.
Gesù fu una di quelle voci: irriverenti, provocatorie, pungenti, sagaci. Le ultime parole che, nel nostro racconto, egli rivolge ai suoi inquisitori ne sono la riprova: «Non avete inteso rispondermi? Persistete nel mascherare con un silenzio ipocrita ciò che credete veramente? Ebbene, se rifiutate di uscire allo scoperto, nemmeno io lo farò. Anche perché, ad ogni modo, rimarremmo entrambi della nostra opinione: voi credete che la mia sia arroganza, protervia, insolenza. In verità il mio parlare ed il mio agire provengono dalla stessa fonte alla quale si abbeverò il mio maestro, quel Giovanni il Battista che voi avete disprezzato.
Quanto dico ed opero proviene da Dio, Padre degli esclusi, Madre dei diseredati: Colui, Colei, che si compiace di detronizzare i potenti e di innalzare gli umili. Un Dio che ama i semplici e che per questo li vuole liberi e li esorta a confidare nella loro intelligenza e a diffidare di quelle autorità che non perdono occasione per offenderla. Un Dio che degli umili ama la schiettezza, lo sguardo limpido e la fantasia con cui infrangono schemi e barriere che voi inflessibili guardiani delle tradizioni edificate per tenere a freno e reprimere la loro immaginazione. In quegli spazi aperti, oltre i confini tracciati, io annuncio loro un evangelo di riscatto in nome del Dio d’Israele, il Dio che, attraverso i suoi profeti, opera liberazioni nella storia»
I Aprile 2012 - Pastore Alessandro Esposito - www.chiesavaldesetrapani.com