15 anni fa moriva Mons. Domenico Amoroso
«È lecito a un Vescovo – si era chiesto nell’ultima Pasqua rimasto tra noi – lasciare la Sposa a lui affidata? Non deve sapere soffrire e morire per Lei?» . Stremato così da un male che lo aveva attaccato al sistema osseo, e dopo avere indicato la Parola e l’Eucaristia come vie per raggiungere il Risorto ma anche «la sofferenza che sa di morte», vissuta da lui personalmente, morì all’età di sessantanove anni.
Sull’esempio del buon pastore (quest’icona lo accompagnò fino alla fine), andò alla ricerca della pecorella smarrita (chiunque era nel bisogno, a qualunque livello appartenesse e condizione sociale, fu per lui padre amorevole e provvido, maestro e guida sicura) e, come un buon samaritano, si prese cura di essa, se la mise sulle spalle per condurla in una locanda e affidarla al gestore.
Era nato a Messina nel 1927, ove compì gli studi fino a quelli di teologia (in seguito, a Roma, si laureò in storia ecclesiastica e in sacramentaria e liturgia). Entrato nel 1944 tra i Salesiani, figli di San Giovanni Bosco, fu ordinato sacerdote nel 1954 e vescovo di Utìna (Tunisia) nel 1981, prestando il suo ministero a Messina come presbitero, docente e, in seguito, come vescovo ausiliare di Mons. Ignazio Cannavò, prima di essere trasferito nella sede vescovile di Trapani l’8 settembre 1988.
Si prese cura, da subito, della diocesi, offrendo una chiara eredità d’insegnamenti culturali, spirituali e pastorali (le otto lettere pastorali sono un patrimonio di questa chiesa locale alla portata di tutti ed offrono una visione di ecclesiologia compatta, in vista di “un volto più credibile di chiesa”). L’anima della sua azione episcopale fu la carità che doveva ispirare tutti gli strati della vita cristiana, al fine da divenire, ogni credente, sacerdote, re e profeta, sollecitandolo a scoprire la sua vera identità cristiana.
Memore dell’insegnamento di Cristo «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me», si premurò, come Gesù, di accogliere chi era “piccolo” nell’anima e nel corpo, di salvare ciò che era perduto, ascoltando e dialogando con tutti, soprattutto con gli “ultimi” (carcerati, immigrati, ammalati mentali, bambini in difficoltà… senza averne nulla in ricambio), anche con chi per la sua avversione era distante da Dio e dalla chiesa. E ne fu ripagato dai fedeli e dai “lontani” da essere ricordato, anche nel tempo, per le sue opere e per la sua figura di pastore povero e umile.
La Chiesa di Trapani è e sarà a lui riconoscente, nonostante i tentativi per denigrarlo e dimenticarlo, annoverandolo tra i presuli più illuminati avuti in centosessanta anni di storia diocesana.
SALVATORE AGUECI
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