
Il messaggio di fondo, lo scopo principale, ha a che vedere con la comprensione delle Scritture: compito di fronte al quale anche noi, comunità di duemila anni più anziana, ci troviamo ancora oggi. In fondo uno dei cardini della nostra fede, intesa come ricerca costante di senso e di pienezza, riguarda proprio l’interpretazione dei testi biblici: a seconda di come la concepiamo e la sviluppiamo, maturiamo una fede aperta al dialogo o ci asserragliamo dietro il muro incrollabile delle nostre convinzioni.
Ecco perché la bibbia riveste un’importanza fondamentale nei nostri percorsi di fede, che dovremmo imparare a declinare rigorosamente
al plurale, perché plurali sono anche le prospettive teologiche che le Scritture accolgono ed aprono e plurali le sensibilità con cui le accostiamo: la bibbia è centrale perché, a seconda di come la interpretiamo, condiziona il nostro modo di credere e di metterci in relazione con l’altra, con l’altro. Se noi, difatti, siamo convinti del fatto che la bibbia contenga delle verità evidenti da strutturare secondo un rigido sistema di norme e di divieti, avremo della fede una nozione tanto chiara quanto chiusa al cambiamento; se invece nei testi biblici individuiamo dei percorsi che sono insieme narrativi e psicologici, letterari ed esistenziali, maturerà in noi una prospettiva sulla fede caratterizzata dagli incontri e dalle trasformazioni che ogni incontro genera e facilita. Quelle che ho provato brevemente ad illustrare sono, in realtà, le due prospettive che da sempre, in materia di fede, si confrontano e, assai più spesso, si scontrano: la prima tesa ad alimentare la sicurezza, la seconda a rilevare la problematicità; una orientata all’arroccamento dottrinale, l’altra protesa verso la domanda e la novità. Questa è sempre stata e, con ogni probabilità, sarà sempre la realtà dell’universo religioso, quella dove più radicalmente prende forma il
conflitto delle interpretazioni: la difficoltà di comporlo e, ancor più, di scioglierlo, risiede nel fatto che i due interlocutori non dispongono dei requisiti fondamentali per dare avvio ad un dialogo degno del nome. I fondamentalisti difatti, come è noto, non sono disposti a mettere in discussione nulla del loro credo; i cosiddetti liberali, ai quali ritengo di appartenere, hanno orrore dell’integralismo e lo ritengono il più nefasto degli atteggiamenti esistenziali, prima ancora che intellettuali.
E l’asprezza del conflitto si spiega proprio a partire da questa considerazione di fondo: quando si discute (o, il più delle volte, ci si rifiuta di discutere) di religione, in gioco ci sono, oltre alle idee, vissuti, emozioni, abitudini. Tra queste ultime, l’unica che da sempre ha fatto fatica a radicarsi negli spiriti religiosi è l’abitudine a pensare, ritenuta accessoria, inutile, quando non addirittura dannosa.
Qui Gesù, riletto attraverso gli occhi della comunità di Luca, intende ripristinare questo sano, indispensabile costume: se, difatti, lo scopo è quello di comprendere il più possibile in profondità le Scritture, la chiave da utilizzare è quella dell’apertura mentale, della disposizione psicologica. Anche riflettere, infatti, è un’abitudine che si affina con l’esercizio e si smarrisce con la noncuranza. E per comprendere i testi biblici è necessario riflettere sul loro contenuto come sul linguaggio che lo esprime, perché i significati che le pagine delle Scritture custodiscono sono molteplici e tutt’altro che immediati. La bibbia ci vuole pensanti, capaci di porre domande e di lasciarci a nostra volta interrogare e trasformare: ci vuole credenti e non creduli, in camino verso una fede sempre da ridefinire.
La scorsa settimana si è spenta una delle figure che, nell’ambito non soltanto del cattolicesimo, ma del cristianesimo tutto e della spiritualità in senso più ampio, ha alimentato il respiro della fede e criticato con misura ed estrema finezza le chiusure della religiosità dogmatica. Carlo Maria Martini è stato uomo dell’apertura al dialogo, espressione di un modo di credere e di vivere che non ha inteso disgiungersi mai dalla riflessione e dalla domanda.
Celebri sono state le sue battaglie, sempre estremamente civili nel tono e profonde nei contenuti, a favore di un’amministrazione collegiale della chiesa cattolica romana, di un’etica improntata all’umanità anziché ad un legalismo sterile ed ottuso, di una teologia capace di ascoltare e di recepire le critiche che le provengono dalla modernità, in luogo di respingerle preventivamente. Secondo un’inveterata abitudine, anche chi in vita lo attaccò in ragione del suo liberalismo e gli rinfacciò le sue aperture, oggi lo celebra come un profeta della post-modernità dentro un cristianesimo in piena crisi. Secondo la prassi consolidata del cattolicesimo conservatore, secondo cui il dibattito e la pluralità di posizioni devono essere celati sotto il manto della concordia unanime, il quotidiano cattolico
Avvenire, nell’editoriale del I settembre a firma di Marco Roncalli, ha insistito sulle (assai dubbie) convergenze tra il pensiero e la prassi degli ultimi due pontefici e quelli di Martini. Tralasciando il fatto che si tratta di una tesi a dir poco ardita, vorrei sottolineare, senza alcuna polemica, come Martini abbia invece rappresentato tutto ciò che al cattolicesimo vaticano oggi manca: uno spirito ecumenico, un’etica scevra da moralismi, un impulso alla collegialità nelle decisioni ecclesiali, un’interpretazione critica delle Scritture, un’attenzione al dialogo con l’ebraismo e con le altre fedi, un atteggiamento umile ed accogliente nei confronti del pensiero laico. Ecco perché le innumerevoli attestazioni di stima nei confronti di Martini pervenute dal mondo cosiddetto non credente o diversamente credente hanno spiazzato e turbato non poco quei porporati che sono soliti difendere una prospettiva marcatamente ecclesiastica, che con il mondo si confronta soltanto per ammaestrarlo o ammonirlo.
Costoro, anche se non lo ammetteranno mai pubblicamente, hanno visto in Martini un elemento di provocazione e di disturbo, per il semplice fatto che l’uomo in lui prevaleva sul cardinale e questa caratteristica lo rendeva assai poco incline ad un atteggiamento ossequioso, tanto incoraggiato da molte istituzioni ecclesiastiche e non soltanto dal Vaticano. Martini, infatti, non perse mai il vizio di pensare e di esprimersi a partire dal libero esercizio delle sue riflessioni in materia di fede: una libertà che in seno alle chiese sono ancora in molti a respingere, ad estromettere, a condannare.
C’è poi un’eccezione tutta italiana, che è quella riguardante l’opinione pubblica: a fronte di un cattolicesimo presentato spesso come uniforme e senza spaccature, si palesa un vasto movimento sotterraneo che mostra di condividere l’idea di fede e di chiesa proposta da Martini e manifesta in tal modo il malcontento di fronte alle progressive chiusure vaticane in materia di libero pensiero. Ma Leonardo Sciascia ci ha insegnato che siamo un Paese dalla doppia morale: una pubblica, in virtù della quale diciamo ciò che gli altri si aspettano da noi, l’altra privata, che la contraddice con l’eloquenza muta del gesto. All’esposizione della salma così come ai funerali di Martini ha partecipato una folla sterminata: il motivo di questa manifestazione d’affetto e di stima lo rinvengo nelle bellissime parole che Eugenio Scalfari ha dedicato all’amico scomparso nell’editoriale de
La Repubblica di domenica due settembre. E la bellezza di queste righe risiede nel fatto che i due sono stati amici non per somiglianza, ma per quell’affinità che unisce nel profondo soltanto chi si colloca su sponde distanti del pensiero e perciò stesso è capace di stimare il proprio interlocutore senza avere la pretesa di avvicinarlo a sé.
Per questo le parole di Scalfari suonano al cuore e alla mente come più sincere, perché motivate unicamente da un affetto intriso di stima e non dall’interesse di parte e dallo spirito di corporazione che ha pervaso tanti vuoti elogi funebri di questi ultimi giorni. Ed ecco perché è con queste parole che voglio concludere la nostra meditazione di oggi: si tratta, difatti, di considerazioni che si inseriscono perfettamente nel solco della riflessione che abbiamo provato a svolgere e che è nostro compito proseguire:
«Ho ancora nel mio cuore e nei miei pensieri l’immagine di Carlo Maria Martini mentre il popolo sfila davanti al suo feretro e gremisce il Duomo e la grande piazza di Milano dove per tanti anni esercitò la sua missione di Vescovo. Se n’è andato un padre che poteva anche essere un Papa alla
guida della Chiesa in tempi così procellosi? No, non poteva essere un Papa e non era un padre. È stata una presenza ancora più toccante e inquietante: è stato un riformatore che si era posto il problema dell’incontro tra la Chiesa e la modernità, tra il dogma e la libertà, tra la fede e la conoscenza».
Domenica 9 Settembre 2012 – Pastore
Alessandro Esposito - www.chiesavaldesetrapani.com