10/02/2015 11:21:00

L’adolescenza e tutte le sue fragilità

Situata tra l’infanzia e l’età adulta, l’adolescenza è una fase evolutiva delicata e importante. E’ l’età del cambiamento (dal latino adolescere = crescere), che irrompe in modo fulmineo nella vita dei ragazzi, con una serie di modificazioni di natura somatica, neuro-endocrina e psichica tanto repentine da sconvolgere l’equilibrio e generare stati d’animo nuovi, complessi e, nella maggior parte dei casi, contraddittori e inspiegabili. Con l’arrivo della pubertà, momento cruciale per il soggetto che non si sente più bambino dal punto di vista fisico e psichico ma che non si sente ancora nemmeno un adulto, il bisogno di integrazione e di imitazione del mondo adulto che caratterizzava l’infanzia, viene sostituito con una brusca e improvvisa messa in discussione delle norme dei grandi, che fino a quel momento erano state anche proprie, e spesso con la messa in atto di comportamenti aggressivi e trasgressivi. La società in cui viviamo, più complessa, movimentata e imprevedibile rispetto a quelle che l’hanno preceduta, propone un ritmo accelerato che, negli ultimi tempi, fa sì che i cambiamenti si susseguano, facendo mutare costantemente la realtà sociale, creando un disorientamento e uno smarrimento di tale intensità da risultare devastante per l’equilibrio del singolo nell’ambito del contesto in cui vive.

 

 Un numero crescente di adolescenti e di giovani è continuamente alla ricerca di stimoli intensi, di sensazioni forti che lo facciano sentire vivo, perché insensibile alle gratificazioni della quotidianità e pervaso dalla noia. La soglia di gratificazione sempre più alta e la scarsa capacità di provare piacere rende molti giovani anedonici, abulici, annoiati. Solo le attività “a rischio”, straordinarie e pericolose sembrano degne d’attenzione ai loro occhi, come se null’altro riuscisse a catturare la loro attenzione e la voglia di mettersi in gioco e di “attivarsi”. La propensione all’aggressività, l’incapacità di gestire i propri impulsi, il vuoto esistenziale, l’incapacità di comunicare, la ricerca di emozioni intense, presenti in molti giovani, forniscono un terreno fertile per la nascita di nuove espressioni di disagio mentale e comportamentale, che per la loro diffusione assumono il ruolo di patologie sociali. Tra i giovani, oggi si assiste a fenomeni più o meno coscienti di autodistruttività, come gli atti autolesivi, i tentati suicidi, i disturbi alimentari, gli abusi di alcol e di sostanze, i chocking games (si tratta di un gioco che comporta un tentativo deliberato di strangolamento, che si attua da soli, in coppia o in gruppo, e che permette di raggiungere uno stato di euforia che dura qualche istante, impedendo per un istante l’afflusso di sangue al cervello. Il “gioco” però risulta potenzialmente molto nocivo e persino letale: può causare infatti convulsioni, mal di testa e gravi danni alla colonna vertebrale ed al cervello), ma anche a manifestazioni di aggressività verso gli altri come il bullismo, il vandalismo, le baby gang.

 

I sintomi e le manifestazioni di disagio che rivelano un grave malessere di fondo presente nei giovani hanno il valore di un segnale, magari inconscio, lanciato dagli adolescenti al mondo degli adulti, una richiesta di aiuto che non può essere disattesa. Il disagio che può assalire un adolescente riguarda il modo di viversi, di sperimentarsi ma soprattutto di riconoscersi e accettarsi quale individuo nuovo, più maturo e diverso rispetto alla fase precedente. Farsi spazio all’interno di un gruppo, proporsi quale individuo competente e adeguato alle situazioni, sperimentarsi sotto molti punti di vista prima sconosciuti e ignorati, sperimentare nuove sensazioni, crearsi un bagaglio di conoscenze ed esperienze: tutte queste nuove prospettive possono mettere in crisi un adolescente che non si sente pronto per affrontare un compito nuovo, talvolta non gradito e mal visto. Per supplire a questa mancanza di accettazione il ragazzo potrebbe mettere in atto delle strategie non funzionali, per mettersi alla prova e dimostrare a se stesso e agli altri che può farcela. Quando però l’adolescente non ha intorno a sé una stabile e sicura base a cui potersi appoggiare nel momento del bisogno o a cui chiedere un supporto o un consiglio, potrebbe trovarsi in difficoltà e prendere decisioni e iniziative azzardate su base impulsiva e/o imitativa. L’ambulatorio per il disagio adolescenziale si occupa del fenomeno del bullismo, destinando uno spazio specifico alle vittime. Secondo Dan Olweus (1993) “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Il concetto di bullismo non vale quindi per singoli atti di aggressività e non include occasionali azioni fatte per scherzo, ma va considerato una sequenza abbastanza stereotipata, caratterizzata da intenzionalità (desiderio di ferire), asimmetria di potere, persistenza, piacere dell’aggressore e sensazione di oppressione nella vittima.

 

L’aggressione può avvenire con modalità differenti, fisiche o verbali di tipo diretto, o di tipo psicologico e indiretto, quali la stigmatizzazione e l’esclusione dal gruppo. Aver subito episodi di bullismo è un evento stressante che può influenzare lo sviluppo nell’infanzia e nell’adolescenza e condizionare la salute mentale in età adulta. Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di un nuovo modo di colpire l’altro, offenderlo e denigrarlo attraverso il web e i cellulari: il cyberbullismo. Cellulari e computer sono ormai indispensabili per gli adolescenti. In molti casi gli adulti vengono “messi da parte” in quanto considerati impreparati ad affrontare il mondo con le sue rapide evoluzioni. Si assiste così a una progressiva marginalizzazione delle figure educative tradizionali e i ragazzi cercano risposte altrove, soprattutto in realtà virtuali. I progressi tecnologici offrono possibilità sempre nuove di comunicazioni e di espressione, accorciano le distanze, offrono un mondo alternativo a quello reale, che forse oggi appare ai giovani meno interessante e stimolante. E’ noto che le conseguenze del bullismo sulla vittima non sono solo immediate, derivanti dall’aggressione fisica, ma comprendono anche alterazioni dell’equilibrio psicofisico che possono diventare croniche e irreversibili, anche al venir meno della condotta persecutoria, e che hanno un significativo impatto non solo a livello individuale e sociale ma anche sul sistema sanitario per l’aggravio dei costi. Le vittime del bullismo possono presentare conseguenze sul piano sociale (insicurezza, scarsa autostima, scarsa motivazione all’autonomia, dipendenza dall’adulto, ritiro sociale), compromissione del funzionamento scolastico (disturbi di apprendimento e cali di rendimento per difficoltà di concentrazione, ridotta motivazione e disinvestimento nei processi di apprendimento) e anche disturbi psichiatrici (disturbi d’ansia, disturbi dell’umore con aumentato rischio di suicidio). E’ quindi fondamentale attuare programmi di prevenzione e di intervento sulle vittime e le loro famiglie, specifici e mirati, finalizzati alla promozione dell’autostima e delle competenze relazionali e sociali.

 

Tra i segnali di disagio che si riscontrano in adolescenza troviamo l’abuso di sostanze, l’abuso dio alcol e l’autolesionismo. Quest’ultimo si riferisce a un atto che implica il procurare, consciamente o meno, danni alla propria persona, sia in senso fisico che in senso astratto. Scarnificazioni, cutting (l’incisione di caratteri o parole sulla pelle tramite lamette), burning (bruciature) o tentativi di suicidio, soprattutto con i farmaci: con questi “comportamenti estremi” gli adolescenti comunicano il proprio disagio o la sofferenza psicologica. L’autolesionismo nasce solitamente come conseguenza di forti traumi, nei casi peggiori stupri, violenze o abusi. Più spesso si tratta di cause minori ma più subdole, come l’incapacità di sfogare la rabbia, il senso di emarginazione e di frustrazione. Questi problemi possono avere radici in eventi come la separazione dei genitori, un parente violento o altro. L’autolesionismo non è una malattia mentale definita, ma può rappresentare il sintomo di patologie specifiche come la depressione, la schizofrenia o la sindrome borderline. L’autolesionarsi muta in dolore fisico (un dolore, una ferita che tutti possono vedere) un dolore interno, qualcosa di cui non si riesce a parlare, o che gli altri non capiscono. La cura migliore consiste nel parlare, ammettendo di essere malati e d’avere bisogno di aiuto, inizialmente con un amico o parente di cui ci si fida, poi da uno specialista. L’autolesionismo rappresenta perciò un modo errato di sfogare il proprio disagio, di evitare o sopprimere immagini o ricordi dolorosi, o in generale emozioni negative, senza sapere che il problema si potrebbe risolvere parlandone con persone fidate o competenti. In Italia il fenomeno, ancora poco noto ma in crescita, coinvolge un ragazzo su cinque.

 

A livello internazionale i dati sui comportamenti autolesivi e il tentato suicidio sono preoccupanti. Il suicidio rappresenta una delle prime cause di morte per gli adolescenti, soprattutto maschi. In Italia i giovani che si tolgono la vita sono più numerosi dei giovani che muoiono per cause cardiovascolari o neoplasie e il suicidio è la seconda causa di morte in questa fascia di età per i maschi, seconda solo ai decessi causati dagli incidenti stradali. Non è quindi un caso che negli ultimi anni l’opinione pubblica e la comunità scientifica abbiano indicato nei comportamenti autolesivi degli adolescenti, fino all’estremo del tentativo di suicidio, uno dei fenomeni di maggior rilevanza per la salute pubblica. Sebbene sia a volte il primo segnale visibile di una sofferenza psichica, il comportamento suicidale non appare dal nulla nella storia di un adolescente, ma è spesso preceduto da sintomi che solo a posteriori vengono compresi. Aiutare i parenti di questi ragazzi a elaborare il senso di colpa per non essersi accorti di nulla è un compito molto frequente. Spesso infatti il suicidio adolescenziale è il punto di arrivo di una sofferenza psichica che non è stata correttamente affrontata. I fattori di rischio che hanno mostrato la correlazione più alta con il suicidio in adolescenza sono una storia pregressa di comportamento suicidale o parasuicidale (tentativi pregressi, esposizione al rischio senza dichiarato intento suicidale) e disturbi psichici non riconosciuti o non trattati. Il fattore di rischio più importante è rappresentato da un tentato suicidio precedente. Il tentativo di suicidio va preso molto sul serio, sia perché comporta un elevato rischio di reiterazione, sia perché chi tenta il suicidio è in genere un ragazzo con caratteristiche meritevoli di un’adeguata presa in cura (elevati livelli di impulsività o presenza di disturbi psichiatrici). Fare in modo che un gesto suicidale non rimanga un urlo inascoltato deve essere una priorità degli interventi di salute pubblica che mirano a ridurre la mortalità suicidale in adolescenza: in altri termini, l’obiettivo è di aumentare i tassi di presa in carico di questi ragazzi e di offrire loro un trattamento adeguato.

 

Un fenomeno che è stato troppo a lungo sottovalutato ma che presenta dimensioni inquietanti è poi l’abuso di alcol tra gli adolescenti. L’alcol è oggi all’origine del 25% della mortalità giovanile dei ragazzi e del 10% di quella delle ragazze. Inoltre, in Italia la mortalità per incidenti stradali correlata all’alcol oscilla tra il 30 e il 50 % del totale degli incidenti. Da qualche tempo, in particolare, il modello di consumo che sta dilagando tra i giovani vede un elevato peso del binge drinking. Il binge drinking è una problematica psico-sociale emergente, definibile come il bere ripetutamente in modo compulsivo fino ad ubriacarsi. Il ragazzo ingerisce volutamente quantità ripetute di alcol in misura maggiore rispetto alle caratteristiche di tolleranza, per arrivare all’ubriacatura completa. Questa, in buona sostanza, è la gamma dei disturbi che possono manifestarsi durante l’adolescenza. Nel contesto dell’Ambulatorio dedicato al disagio adolescenziale si affrontano diverse tipologie di disturbi psichici e comportamentali, nell’ambito della psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra le problematiche trattate, i disturbi dell’umore (depressione, disturbo bipolare); i disturbi d’ansia (fobie, ansia generalizzata, disturbo ossessivo-complusivo, attacchi di panico); i disturbi del controllo degli impulsi (gambling); i disturbi dell’evacuazione (enuresi ed encopresi) e altri disturbi dell’infanzia (mutismo selettivo, ansia da separazione). Oltre al trattamento dei disturbi psichici, l’ambulatorio offre il supporto psicologico a bambini e adolescenti che stanno attraversando momenti di crisi, per aiutarli a risolvere difficoltà di adattamento o crisi evolutive (problemi nelle relazioni sociali, in famiglia e a scuola, difficoltà di comunicazione e di gestione dello stress e delle emozioni, ansia da esame, reazioni disadattive al lutto, e altro ancora). 

 

 

Dott. Angelo Tummarello

Pediatra di famiglia

Consigliere regionale della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale

Ricercatore e divulgatore scientifico

Marsala

Cell.360409851

 

 



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