09/03/2019 06:00:00

Operazione ‘Scrigno’, mafia e politica a Trapani e in provincia

 L’asticella del malaffare mafioso si alza sempre di più. Il politico, sempre meno vittima, assurge agli onori della cronaca per la voracità di potere. Fame assoluta che lo porta a muoversi in prima persona verso la famiglia mafiosa per garantirsi pacchetti di voti.

“IL ‘PONTE’ TRA POLITICA E MAFIA” – Questo è stato il tema principale della conferenza stampa tenuta al palazzo di giustizia di Palermo, lunedi mattina: “Paolo Ruggirello costituirebbe – secondo il Procuratore capo della Repubblica palermitano, Francesco Lo Voi – il ‘ponte’ tra politica e mafia”. E Ruggirello, secondo quanto emerso in fase di indagine ma confermato anche dal gip (giudice per le indagini preliminari) “è accusato di associazione mafiosa, (416 bis) per intenderci – sottolinea volutamente Lo Voi – e non 110 (concorso esterno), poiché l’esponente politico era perfettamente a conoscenza dei precedenti penali mafiosi dei suoi interlocutori” e nonostante ciò li frequentava per il raggiungimento di fini molto diversificati fra loro: dalle beghe più strettamente personali al sostegno richiesto per le campagne elettorali, in particolare quelle del 2015 e del 2017. E l’esponente del Pd trapanese, secondo quanto emerso nel corso dell’operazione ‘Scrigno’, sarebbe in numerosa compagnia, anche se per tutti – come ricordato da Lo Voi – vige la presunzione di innocenza.

“50 € OPPURE IL SACCO DELLA SPESA” – Il grande classico torna sempre in auge anche nel corso delle indagini di questa ultima operazione antimafia. La metodologia ed il prezzo, per acquisire voti, restano immutati: si ricorre all’offerta del sacco della spesa o ai più comodi 50 euro, anche a rate per pacchetti di voti cospicui. “Bastava offrire – continua Lo Voi – 50 euro al capofamiglia mafioso o 20 euro per fare la spesa, come primo contatto per attivare il meccanismo, che non cambia grazie al controllo mafioso capillare del territorio”.

LA DELUSIONE PER LE MANCATE ELEZIONI – La delusione – nonostante i circa sei mila voti ottenuti alle ultime regionali, ma che non sono bastati all’esponente di punta del Pd a Trapani, per conquistare uno scranno a Sala d’Ercole, a lui che era abituato a veleggiare intorno alle 10 mila preferenze – è stata cocente. Una sorta di ‘ringraziamento ironico’, da parte di Rugirello, è emerso, infatti, in una delle tante intercettazioni effettuate dai carabinieri di Trapani, rivolto verso gli esponenti mafiosi, per il mancato risultato ottenuto e cioè il flop elettorale, sia al senato che alle regionali.

I 5 STELLE SCOMPIGLIANO I PIANI DEI MAFIOSI – Ma – se oggetto principale del sodalizio tra politica e mafia era quello di garantire l’elezione ai politicanti in cambio di favori di vario genere – come mai c’è stato questo doppio flop per Ruggirello? “Il voto plebiscitario – ha risposto in conferenza stampa il sostituto procuratore Paolo Guido – ottenuto da un altro schieramento ha scompigliato, in modo inatteso, i piani del sodalizio politico mafioso non portando al raggiungimento dei risultati da loro sperati”. Guido non li nomina direttamente, ma il riferimento è inequivocabilmente riferito ai risultati elettorali ‘plebiscitari’ ottenuti dal M5S nel corso delle due ultime competizioni elettorali: le nazionali e le regionali.

MESSINA DENARO NON C’ENTRA – “Matteo Messina Denaro continua ad essere il rappresentante provinciale di Cosa nostra – afferma il Procuratore capo della Repubblica, Lo Voi – trapanese, ma ciò non significa che il resto di cosa nostra non continui a portare avanti le sue attività tipiche: infiltrazioni nel mondo dell’economia, estorsioni, intestazioni fittizie di beni e così via. Matteo Messina Denaro rimane il rappresentante provinciale – conclude il Procuratore – ma non ‘c’è in questa indagine un particolare, diretto e specifico, collegamento tra i soggetti indagati e Denaro, negli accertamenti che sono stati realizzati ma questo è un segno positivo – se così possiamo dire – del fatto che la mafia continua ad essere presente sul territorio, in modo capillare, a prescindere dal diretto intervento del latitante”.

Alessandro Accardo Palumbo
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