Segesta, la performance di Salvo Piparo su Salvini e l'uomo in mare
di Marco Marino
Dio salvi i pescecani. Dio salvi i pescecani. È una litania e, nello stesso tempo, un esorcismo che pronuncia l’attore Salvo Piparo perché la platea dell’antico teatro greco di Segesta, composta da più di settecento spettatori, gli faccia eco.
Era partito tutto come un diversivo, un’improvvisazione per non fare pesare al pubblico il ritardo delle ultime affollatissime navette che dalla biglietteria dovevano raggiungere l’accesso del teatro. Piparo, atteso protagonista dello spettacolo di quella sera, «Ulisse inside», esce dalle quinte: la barba lunga e arruffata, gli abiti consunti da naufrago. Tutto era pronto per cominciare, ma bisognava attendere che arrivassero tutti. Allora il cuntastorie palermitano propone agli astanti un gioco, comporranno insieme un messaggio da indirizzare al ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Piparo porta le mani alla bocca a guisa di megafono e comincia: «Uomo in mare». Il pubblico lo riprende: «Uomo in mare». E Piparo ancora: «E chi è quell’uomo in mare?».
E la voce dei settecento arrivati con lui: «E chi è quell’uomo in mare?». Poi, Piparo, secco, risponde: «Salvini». E lì dà inizio alla nenia: Dio salvi i pescecani. Dio salvi i pescecani…
Tutta la platea applaude l’attore, che confortato dall’arrivo del bus, può finalmente cominciare il suo nuovo spettacolo. Il prologo rivela in seguito molte affinità con il racconto che lo segue. L’Ulisse recitato da Piparo è un ragazzo che trova la sua Itaca nel quartiere dell’Albergheria di Palermo, isola amaramente abbandonata alla volta della temibile città di Troia, ovvero il mercato del Capo.
Nato nel 1978, fin da piccolo, come ogni palermitano vive l’orrore quotidiano della sua guerra cittadina, che poi questa guerra venga chiamata di Troia o di Mafia poco importa. Giorno dopo giorno si contano i morti, fino all'estremo sacrificio del 1992, la morte del valoroso Ettore/Giovanni Falcone, che non segna - come molti pensavano - la tragica fine di Troia, ma il cominciamento di una nuova storia. Ecco dunque che si scorge un filo rosso fra l’introduzione corale e lo spirito di «Ulisse inside», e di tutta la stagione teatrale delle Dionisiache del teatro di Segesta: se ancora possediamo dentro di noi il desiderio irrinunciabile di farci abitatori di storie, di cunti, di versi di poeti; se ci mettiamo in fila per ascoltare la voce di un attore che ci ricorda da quali guerre proveniamo, a quale orrore siamo sopravvissuti, e che ci istiga, come un novello Ulisse, a nuovi e spericolati viaggi dell’anima, come è possibile allora assentire alle grida di chi vuole chiudere i porti, lasciare annegare i naufraghi, irrimediabilmente chiudere il nostro sguardo sul mondo?
Dopo poco più di duemila anni, l’emiciclo del teatro di Segesta ritrova con attori come Salvo Piparo e con una stagione teatrale come quella delle Dionisiache 2019 la sua vocazione originaria: essere luogo che intesse e fortifica una comunità. Da cui nessuno deve sentirsi escluso, nemmeno i pescecani.
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