24/11/2019 06:00:00

Il Messia nascosto delle sardine

Credo che nessuno finora abbia colto l'aspetto forse più sorprendente e profondo del dilagante fenomeno delle cosiddette Sardine. E sono convinto che nemmeno i quattro giovani bolognesi ideatori di questa folgorante rivoluzione ne siano consapevoli. Di che si tratta? Per dirla in parole povere: si tratta di un desiderio autentico di salvezza, di redenzione. Riflettiamoci bene: migliaia di persone, di ogni età e condizione, all'improvviso scendono in piazza a cantare, a sfogare i loro sentimenti, attratte e come ipnotizzate da quello “strano” simbolo, la sardina, ossia il pesce, che ispira nei loro cuori un'idea di liberazione, di pace, di amore, di concordia, di salvezza esteriore e interiore. Non vogliono (per ora, e il ciel ne scampi!) diventare un partito, una fazione. Non ci pensano nemmeno. Vogliono solo abolire e dimenticare le parole e gli atti dell'odio e della divisione. In altri termini: esprimono una speranza messianica. E lo fanno affidandosi proprio (ma senza assolutamente saperlo) a quello che fu il simbolo più potente e diffuso del Cristianesimo dei primi secoli – quello delle catacombe, quello dei martiri –: il sacro Pesce, che racchiudeva in forma di acronimo nel suo stesso nome greco (Ichthys) un altissimo mistero: “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Ora lo so, chi mi legge potrà pensare che io stia vaneggiando. Ma non è così. Ragioniamo con calma, e poi tutto apparirà in una luce incredibilmente chiara. Con quale slogan sono scese in piazza finora le Sardine? “Bologna non si lega”. “Modena si slega”. Ecco, il concetto base è questo: non vogliono che la loro Regione finisca nelle mani della Lega. A livello nazionale, è lo stesso sentimento che si ripropone: le Sardine non vogliono la Lega al governo. Questo è il pilastro della loro fascinazione, la forza magnetica della loro spontanea aggregazione.

Le Sardine, che sventolano un simbolo di pace, non vogliono la Lega guerriera di Salvini. La Lega che da quando è nata si è sempre coperta di simboli militari: il Carroccio dei Comuni lombardi in guerra contro Federico Barbarossa, e quel baluginante stemmino che tutti i leghisti ostentano sul petto, che raffigura il mitico Alberto da Giussano in atteggiamento di furia battagliera, mentre agita una spada verso il cielo. E raffigurano Salvini come un pescecane: ossia il pesce al negativo, il simbolo del Male, il mostro marino che evoca l'immagine del biblico Leviatano. In altre parole, le Sardine rifiutano tutto ciò che Salvini rappresenta: xenofobia, razzismo, odio verso i “diversi”, chiusura di porti e frontiere, separatismo, furore identitario, regionalismo e poi sovranismo in aperta convergenza con il neofascismo che vede negli avversari dei nemici da eliminare. Non possono soffrire il linguaggio violento di Salvini, come quando insinua che Stefano Cucchi a causa della droga si sia cercato le botte dei suoi assassini: “La droga fa sempre male”. Tanto per fare un esempio dei più recenti e brutali.

Ma a chi ci si può affidare, in chi si può sperare per evitare che il Male (il Diavolo, il Diabolos che crea divisioni) trionfi sulla terra? Noi tutti alberghiamo nel nostro inconscio le indelebili suggestioni delle simbologie religiose ancestrali. Tutti. Anche chi crede di essere ateo o indifferente al richiamo della fede. Jung lo insegnava. Immensi studi antropologici lo testimoniano. Sappiamo bene che anche l'utopia marxista fu ispirata da potenti afflati messianici. E che il nazismo stesso non fu altro che l'interpretazione satanica di un folle messianismo esoterico (la Thule-Gesellschaft  che aveva come simbolo la svastica). Ma i nostri bravi ragazzi di Bologna, grazie al cielo, non sono stati ispirati dal satanismo. Al contrario, nel brandire con gioia, e direi con serafica ingenuità, il simbolo del Pesce, hanno dimostrato – sempre senza saperlo, ed è questo il bello! – di provenire idealmente dalla più pura tradizione soteriologica cristiana. Altro che i crocefissi e i rosari fasulli di Salvini! Quelli sì che – con buona pace del cardinale Ruini – non sono altro che paccottiglie diaboliche. La fede brandita coscientemente come un'arma per colpire i nemici. La fede biecamente strumentalizzata, usata come una clava, come  segno di riconoscimento identitario e stendardo di una setta bellicosa.

A sentirli parlare, questi ragazzi di Bologna, c'è da restare trasecolati. Parlano di volontariato, di pace, di buoni sentimenti, di farla finita con la valanga putrida dell'odio che da anni tiene sotto scacco l'Italia e il mondo. È un vero colpo di scena: l'inaspettato trionfo del buonismo tanto vituperato dai populisti arrabbiati (ed è in questo che consiste la loro vera differenza rispetto agli ormai obsoleti Cinquestelle: il “vaffa” è un grido di odio, e le Sardine hanno anche il pregio di essere mute... come tutti i pesci). No, amici miei, questi giovani non hanno scelto la sardina per caso. La motivazione razionale che ne hanno dato (“vogliamo essere così tanti in piazza da stringerci come sardine”) non regge a un'analisi profonda del fenomeno. Perché il fenomeno ha trasceso subito le loro stesse coscienti motivazioni. Troppo potente e universale è il simbolo che hanno evocato. Loro in realtà sono tornati nelle catacombe, come i primi cristiani, offrendosi anche senza paura all'immancabile martirio che subiranno da parte di schiere di odiatori furenti. Ma non lo sanno. Non sanno ancora che in quel Pesce stanno sognando un Messia.

Selinos