28/10/2020 06:00:00

Il coronavirus, le domande e gli insulti 

 Siamo costretti a tornare al punto. Saremo ripetitivi, ma è come avere a che fare con i bambini. Silvio Berlusconi, alla base del successo delle sue televisioni mise un assunto: “Bisogna trattare il pubblico come se fosse un ragazzino di 12 anni”. Oggi possiamo dire che non solo ci ha visto lungo, ma che le evoluzioni, negli anni, lo hanno fatto sbagliare in sovrastima.  Bisogna invece ragionare, soprattutto sui social, come se si ha a che fare con bambini di 6 anni. La roba per dodicenni è da intellettuali. 

Sono giorni impegnativi. E la cosa più complicata è cercare di restare in equilibrio. Non bisogna né minimizzare né terrorizzare. Ed è difficile. Ne facciamo le spese, noi giornalisti, nel territorio, ad ogni articolo.

Dopo alcune legittime domande di Tp24 sui nuovi casi di coronavirus a Castelvetrano, che riguardano anche un noto esercizio commerciale della città, Keidea, sono arrivati gli insulti.

Ne avevamo scritto qualche giorno fa, e alla fine, dopo aver appreso il modo in cui il sindaco di Castelvetrano era venuto a conoscenza di ben 10 casi di persone positive nella stessa struttura (che l’Asp sconosceva) e aveva provveduto a chiuderla con un’ordinanza, avevamo posto degli interrogativi.

Ci eravamo chiesti se l’azienda avesse fatto le dovute comunicazioni all’Asp sin dai primissimi casi. Se il laboratorio privato di analisi, in cui sono stati eseguiti i primi tamponi, avesse fatto i propri report a chi di dovere. Se l’Asp, come da prassi, avesse preso adeguate informazioni sul tipo di lavoro che le persone positive svolgevano e presso quale luogo. E come mai, fino al 15 ottobre, l’ufficio Igiene Pubblica non sapesse ancora che i diversi casi emersi avessero tutti la stessa origine.
Dall'azienda, come dicevamo, sono passati subito agli insulti.

Il direttore del marketing e della comunicazione, responsabile anche della logistica aziendale, Salvatore Di Benedetto, ha accusato il nostro Egidio Morici, di fare una campagna denigratoria contro l’azienda,  di “scarabocchiare fogli” ed essere “l’antitesi del giornalismo”. Quest’ultima, a suo dire, sarebbe pure una cosa risaputa in città  “…viste le chiacchiere su di lei”. Come dire che non s’è inventato niente, le chiacchiere lo dimostrano.
Non contento, gli dà anche questo consiglio: “Faccia una cosa, cominci ad apparecchiare a casa sua per più di 60 famiglie e vedrà quanto apprezzamento riceverà da loro!!”.
La cosa singolare è che questo discredito senza alcun argomento, fatto di rozzi attacchi personali, non li fa uno qualsiasi, ma proprio il direttore della comunicazione. Che insulta, anziché cercare, con tranquillità e senza isteria, di rispondere alle domande sollevate da Tp24.

Insomma, qui siamo in guerra, e c'è chi si crede intoccabile.

E le domande, o le ovvie considerazioni dei giornalisti, vengono considerate lesa maestà, alla quale reagire col discredito, l’offesa e il disprezzo.

Tra l'altro, le nostre domande non  erano tese a fare chiudere l'azienda. Stiamo parlando di 60 famiglie, e facciamo quelle domande proprio perché a noi sta a cuore la loro salute. Ad altri, a quanto pare, no.

 

Oggi Keidea riapre, con i nostri migliori auguri. Come volevasi dimostrare, non è stata la fine del mondo. Ah, riapre con un messaggio di speranza al mondo intero in cui magari lo stesso autore degli insulti ai giornalisti scrive che l'azienda "crede fortemente nel potere della comunicazione". Un caso di dissociazione così è roba da seminario (e chissà fra soci e affini, continueranno a negare l'esistenza del coronavirus ...)

 

Ma ad Egidio Morici è finita pure bene rispetto agli insulti che riceviamo ogni giorno, sempre più gravi, con le accuse più diverse. Perché seminiamo terrore, siamo complici del grande complotto mondiale, perchè a quanto pare l'università della strada non ha chiuso mai i battenti - a differenze delle scuole - ed elargisce lauree sul campo a tutti gli analfabeti che però sono virologi, esperti di giornalismo, sociologi, titolisti. Questa è una rassegna degli ultimi insulti. 

 

E pensare che questa è un tragedia che, per la prima volta nella storia dell'umanità, dipende molto dalle azioni di ognuno di noi. Cioè, è la prima volta, che gesti semplici come lavarsi le mani hanno un senso. Non accade nei terremoti, come nei colpi di stato, negli attentati, come in guerra. Dovremmo tutti guardare alle nostre azioni, e già sarebbe moltissimo. Rispetto e buonsenso, rispetto e buonsenso. Il virus invece ci trova cani - pronti all'insulto -  che parlano a vanvera, che abboccano alla prima cosa che leggono su whathsapp. 

E se noi siamo questi, è chiaro che la politica non può essere diversa: ognuno che scarica le responsabilità sull'altro, nessuno che parla da leader, con responsabilià. C'è chi fa l'imbonitore, chi l'impresario della paura. Tutti raccontano mezze verità, in modo impreciso.
Come siamo arrivati a questo punto, mi chiedevo qualche giorno fa?
E il punto è il fatto che, ottusi ed egoisti, ci corichiamo la sera nelle nostre tiepide case pensando: bene, oggi è toccato a qualcun altro.
E invece dovremmo svegliarci ogni giorno, dicendoci ad alta voce l'opposto: “Il destino è nelle mie mani. Quello che io faccio, quello che io dico, il modo in cui mi comporto, in questa guerra mai vista, ha un valore e fa la differenza”.

Ma questo è un pensiero di pochi.

Ed è questa la vera emergenza.

Giacomo Di Girolamo 



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