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29/11/2021 06:00:00

La pandemia non ferma i reati ambientali. Sicilia tra le prime tre Regioni 

 La pandemia da COVID-19 non ferma i reati ambientali.  Con l’attività svolta sul territorio nazionale da forze dell’ordine (Arma dei Carabinieri, Polizia di stato, Guardia di finanza e Corpi forestali regionali) e Capitanerie di porto, i reati ambientali scoperti nel 2020 hanno toccato quota 34.867 (+0,6% rispetto al 2019), alla media di oltre 95 reati al giorno, 4 ogni ora. Questi i dati dell'ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente.

Aumentano le persone denunciate - Si registra l’incremento delle persone denunciate, ben 33.620 (+12,9% rispetto al 2019), delle ordinanze di custodia cautelare eseguite (329, in crescita del 14,2%) e dei sequestri effettuati, che hanno raggiunto la cifra di 11.427, in assoluto la più alta degli ultimi 5 anni, con una crescita del 25,4% rispetto al 2019.

Un ulteriore elemento di preoccupazione è rappresentato dalla crescita dei reati ambientali accertati nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), esattamente 16.262, pari nel 2020 al 46,6% del totale nazionale. La Lombardia resta la regione con il maggior numeri di arresti. Preoccupante anche il numero dei comuni commissariati per ecomafia sino a oggi, ben 32, dei quali 11 sono stati sciolti nei primi nove mesi del 2021.

Boschi e fauna -  4.233 i reati relativi agli incendi boschivi (+8,1%). 8.193 quelli contro gli animali, poco meno di uno ogni ora. Illeciti in calo ma più arresti (+15,2%) nel ciclo dei rifiuti e più persone denunciate in quello del cemento (+23,1%)

Diminuzione dei controlli -  Secondo i dati forniti a Legambiente dalle forze dell’ordine, nel corso del 2020 si è registrata una preoccupante diminuzione percentuale del numero di controlli eseguiti su tutto il territorio nazionale: -10,8%, passando dai 641.840 del 2019 a 548.400, ossia una media di 1.502 controlli giornalieri contro i 1.684 dell’anno precedente.
In definitiva, con 182 controlli giornalieri in meno su tutto il territorio nazionale, alcuni fenomeni criminali come la sofisticazione alimentare, il caporalato, lo sfruttamento del lavoro agricolo a danno in particolare dei migranti e varie altre attività, hanno potuto diffondersi e produrre conseguenze spesso drammatiche per l’ambiente e la giustizia sociale.
Nel 2020, infatti, il maggior numero di controlli è stato effettuato nel settore dei prodotti ittici, con 106.477 ispezioni. Al secondo posto si trova invece il fondamentale ambito della tutela delle aree protette e dei parchi, con 96.611 controlli, e infine, al terzo posto della classifica, la vigilanza venatoria, uccellagione e le attività collegate (caccia), con 84.376 controlli.

Sicilia tra le regioni più colpite dai reati ambientali - Nella classifica regionale, Campania, Sicilia, Puglia sono le regioni più colpite da illeciti ambientali. Al quarto posto quest’anno sale il Lazio con 3.082 reati, con un incremento del 14,5% sul 2019, superando così la Calabria. La Lombardia resta la regione con il maggior numeri di arresti. Preoccupante anche il numero dei comuni commissariati per ecomafia sino a oggi, ben 32, dei quali 11 sono stati sciolti nei primi nove mesi del 2021

 La classifica dell’illegalità su base provinciale - Napoli è al primo posto, anche se con una significativa riduzione del numero di illeciti, pari al -36,7%. Crescono, invece, i reati relativi alla provincia di Roma, che sale al secondo posto della classifica (1.518, con un +32,6% sul 2019). Al terzo posto si colloca Bari, con 1.465 reati (era quinta nel 2019), seguita da Palermo, altra provincia con illegalità ambientali in crescita (1.180 illeciti, +33,7%). Entrano tra le prime venti province italiane come numero di reati ambientali Catania (ottava, a quota 803), Pescara (tredicesima, con 510 illeciti), Ancona, al diciannovesimo posto (427 reati) e Perugia, ventesima, con 321 illeciti accertati.

Rifiuti e lo smaltimento illegale - Lo smaltimento illegale di rifiuti industriali è il più pericoloso campo d’attività delle ecomafie e uno tra i business illegali più redditizio. Anziché essere trattati e gestiti secondo le norme, che ne assicurano lo smaltimento in regime di sicurezza ambientale e sanitaria, i rifiuti speciali vengono nascosti e così avvelenano l’aria, contaminano le falde acquifere, inquinano i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciano la salute dei cittadini, contaminando con metalli pesanti, diossine e altre sostanze cancerogene i prodotti alimentari. In questo racket, insieme alle mafie, agiscono i manager delle aziende, faccendieri, amministratori locali e tecnici senza scrupoli che insieme costituiscono una vera e propria associazione criminale, una Rifiuti Spa, che conta su pratiche collaudate di corruzione, frode ed evasione fiscale, attiva da nord a sud su tutto il territorio nazionale. I reati in questo campo possono avvenire in ogni fase del ciclo: produzione, trasporto e smaltimento. L’azienda può dichiarare il falso su quantità o tipologia di rifiuti da smaltire, la classica truffa del c.d. giro bolla che falsifica la classificazione del rifiuto nei documenti d’accompagnamento, per dirottare il carico o farlo sparire, oppure affidare l’operazione a imprese che lavorano sottocosto sapendo che utilizzeranno metodi illeciti.

Rifiuti radioattivi - Il nostro Paese è anche il crocevia di traffici internazionali di rifiuti pericolosi e materie radioattive provenienti da altri Paesi e destinati a raggiungere, ad esempio via mare a bordo delle c.d. Navi dei veleni, le coste dell’Africa e dei paesi asiatici. Proprio sui traffici illegali verso la Somalia stava conducendo un’inchiesta la giornalista Rai Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio con l’operatore Miran Hrovatin nel 1994.

Illegalità nel ciclo dei rifiuti - Nel 2020 i reati contestati nel ciclo dei rifiuti sono stati 8.313, quasi 23 al giorno, in calo rispetto all’anno precedente (-12,7%), quando se n’erano contati 9.527, a cui si aggiungono 10.691 denunce, 228 arresti e 3.256 sequestri. La riduzione complessiva dei reati è dovuta, con ogni probabilità, ai lunghi mesi di lockdown e di contrazione della produzione e dei consumi. Ma non solo: si tratta di un calo che è una buona notizia solo in parte, considerato che se l’emergenza sanitaria ha sicuramente inciso sulla pressione ecocriminale, quanto meno dal punto di vista quantitativo, allo stesso tempo la qualità dell’illegalità ha mantenuto intatta la sua forza, come mostrano sia numeri in crescita sugli arresti (+15,2%), sia, come si dirà meglio dopo, i dati sulle inchieste per lo specifico delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (ex articolo 452-quaterdecies del Codice penale), ossia la fattispecie più grave e, soprattutto, reato simbolo della Rifiuti Spa che raccontiamo nel Rapporto Ecomafia sin dagli anni Novanta.

CEMENTO - Esiste  un’Italia fondata sul mattone selvaggio. E’ quella dell’abusivismo edilizio, una piaga che secondo il Cresme, tra costruzioni ex novo e ampliamenti significativi, produce più di 20mila case ogni anno. Una casa abusiva può costare anche la metà di una costruzione in regola, basti pensare che tutta la filiera ha un prezzo ridotto: i materiali acquistati in nero, la manodopera pagata in nero, zero spese alla voce sicurezza del cantiere. È un fenomeno che devasta i luoghi più belli del Paese, manufatti che spesso rimangono allo stato incompiuto di scheletri, villette e alberghi che privatizzano interi pezzi di spiaggia, che sorgono in mezzo ai letti dei fiumi o in aree a rischio idrogeologico. E che si lega a doppio filo alle cave fuorilegge, alla movimentazione terra e al calcestruzzo e alle imprese dei clan. Perché il ciclo illegale del cemento non è solo il costruito dove non si può, ma è anche appalti truccati, opere dai costi esorbitanti per alimentare giri di mazzette, corruzione e speculazioni immobiliari con le carte truccate.

AGROALIMENTARE - La filiera agroalimentare è quella in cui si riscontra il maggior numero di infrazioni a opera della criminalità ambientale. Dalle attività illecite compiute in agricoltura, si pensi alle truffe per ottenere finanziamenti pubblici a sostegno di alcune colture piuttosto che alla piaga sociale del caporalato che sfrutta la manodopera in nero, al trasporto della merce, fino alla vendita dei prodotti sui banchi dei supermercati e al business legato alla ristorazione.
Le mafie, insomma, controllano questo settore dal campo al piatto. E il business è davvero ghiotto: solo nel 2014, secondo le stime sui dati delle Forze dell’ordine, si aggira intorno ai 4,3 miliardi di euro. Sono migliaia i produttori che subiscono il controllo delle cosche, attraverso minacce, soprusi ed estorsioni, soprattutto nelle regioni meridionali. Quello rurale, poi, è un mondo in cui vige ancora molto forte l’omertà rispetto a questo tipo di illegalità. Le famiglie criminali hanno le mani sui mercati ortofrutticoli più importanti del Paese. Numerose inchieste hanno smascherato la presenza di ‘ndrine, cammorristi e cosche all’interno dei grandi mercati di Milano, di Fondi nel basso Lazio, di Vittoria e di molte altre località in Sicilia e nelle regioni del Sud, dove i boss comandano indisturbati.