Gli stipendi al Sud sono più bassi del 35% rispetto al nord Italia
Sarebbe bastato un giro di telefonate per rendercene conto. Ma i dati dell’ISTAT, elaborati in un recente report da CGIA (la Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato), trasformano la questione in un fatto concreto e misurabile.
Gli stipendi al Sud sono più bassi del 35% rispetto al nord Italia. Una percentuale che CGIA calcola sulla base del reddito medio di ogni territorio della penisola. Secondo il report, le città con gli stipendi più alti sono Milano, Bolzano, Parma, Bologna e Modena mentre si attestano agli ultimi posti della classifica Trapani (con una retribuzione media annua di 14.365 euro), Cosenza, Nuoro e Vibo Valentia. Nessuna sorpresa. Le città di Sud e Isole si aggiudicano sempre una posizione di spicco, nei report di questo tipo: di solito verso il fondo della pagina.
Sulle ragioni di questo divario, CGIA cita nel suo report un dislivello di produttività tra le aziende del Nord e Sud che si riflette inevitabilmente sugli stipendi dei dipendenti aziendali. In altre parole: il valore della produzione di un’azienda meridionale – secondo i dati raccolti – è inferiore al valore di quanto viene prodotto dalle aziende del nord. Il che significa, tra l’altro, profitti più bassi al Sud anche in condizioni di parità di fatturato.
Cosa c’entra la produttività con gli stipendi? C’entra, perché il valore della produzione (cioè il valore in euro dei beni e/o servizi prodotti da un’azienda) determina la produttività specifica di un dipendente. CGIA calcola che in Lombardia, in media, un’ora di lavoro produce un valore pari a 45,7 euro. In Calabria invece, regione che registra gli stipendi più bassi, la stessa ora di lavoro produce invece 29,7 euro. E attenzione: qui non c’entra la pigrizia dei lavoratori del Sud, luogo comune piuttosto diffuso purtroppo. La scarsa produttività dei dipendenti ha invece a che fare con le specifiche dell’azienda.
In tal senso, ci sono almeno due fattori che contribuiscono al problema dei salari nel sud Italia. Il primo: al Nord si sviluppano settori di impresa che necessitano di lavoro specializzato, qualificato e – di conseguenza – pagato meglio. Sono settori di impresa che al Sud mancano, come il settore bancario, finanziario e assicurativo, o quello dell’industria ad alta tecnologia. Nel Meridione prevalgono invece settori che hanno bisogno, per lo più, di lavoratori non qualificati che vengono per questo pagati meno (parliamo per esempio del settore turistico o di quello dell’agricoltura). Se è vero che – su un piano puramente morale – tutti i lavori hanno lo stesso valore, lo stesso non può dirsi da un punto di vista economico, almeno secondo le dinamiche del sistema attuale.
Il secondo motivo invece è legato alla struttura aziendale. Al Sud, infatti, troviamo in prevalenza aziende di piccole dimensioni, spesso a conduzione familiare o gestite da imprenditori (o imprenditrici) ormai non più giovani. Già il solo dato delle dimensioni aziendali, rivela uno stacco tra Nord e Sud particolarmente significativo: giusto per fare un esempio, mentre in Lombardia le aziende con più di 250 dipendenti sono 1429, in Sicilia ne possiamo contare soltanto 102 (dati Istat 2022). La combinazione di questi elementi incide molto sulla produttività: le aziende piccole sono più restie ad abbracciare l’innovazione, e di conseguenza tendono a non investire su nuove tecnologie che potrebbero invece aumentare di molto il valore della produzione, e quindi di ogni ora lavorata.
Come sempre, è un cane che si morde la coda. Come ha detto Maurizio Del Conte, ex presidente di Agenzia per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL) su La Repubblica del 14 Settembre, «Se il lavoro costa poco, dà poco, distribuisce poco, fa crescere poco il Paese». O i territori meridionali, come in questo caso, che arrancano dietro un Nord che invece riesce (quasi) a stare al passo del resto d’Europa.
Daria Costanzo
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