«Forse lei non sa che qui è il ridicolo a uccidere, molto più delle parole». Quando Toni Servillo, nei panni di Catello Palumbo, pronuncia queste parole a metà di Iddu – L’ultimo padrino ci sta spiegando forse il vero intento di questo film tanto discusso qui dalle nostre parti. Perché il senso del ridicolo attraversa tutta la narrazione, fin dalle prime scene. Lo stesso Catello, nei primi minuti del film, fa la sua apparizione in tuta acetata, colpita dalla deiezione di un piccione di passaggio: ha i capelli tinti di un colore innaturale, la ricrescita e il riportino, e torna a casa dal carcere su una vecchia seicento scassata. In sala, durante le sue scene, il pubblico ride. E ridicolo è pure Iddu, Matteo, il cui cognome non viene mai pronunciato. Parla – ed è l’unico – con un accento del trapanese tanto forte da mettere in imbarazzo, e lo fa timidamente, a bocca stretta e labbra storte. Non si mostra mai particolarmente spavaldo, e fa i capricci il più delle volte, proprio come farebbe un bambino. Del padrino, se intendiamo quello originale di The Godfather, Matteo non ha niente. È proprio l’ultimo, ma in una sfumatura di significato che fa pensare all’ultimo chiodo “della naca”, come diciamo qui,cioè il chiodo che non serve.
In Iddu però il ridicolo è più di un elemento di derisione. Al contrario diventa una caratteristica umanizzante, una caratteristica che contribuisce a cancellare l’aura di leggenda che circonda di solito certi personaggi destabilizzanti. È un aspetto che dà un senso alla scelta di romanzare l’intera storia, o meglio di distaccarla dalla realtà. Nel film nessun episodio è reale, fattuale. Castelvetrano non è Castelvetrano, ma una generica città “dei templi e dell’olio”. Non esiste alcun tempo della storia, perché il momento storico in cui viene raccontata mescola insieme decenni diversi, senza distinguerli. Il personaggio di Catello è una commistura di figure disparate, alcune realmente esistite (Vaccarino è una delle tante personalità a cui si ispira) altre totalmente inventate (un napoletano che diventa sindaco in Sicilia). Solo Matteo, il personaggio, prende il nome dal vero Matteo, ma in un contesto di immaginazione tale che quasi spazza via il nesso con il Matteo realmente esistito. Grassadonia e Piazza, i registi e sceneggiatori del film, hanno costruito un personaggio per demolirlo immediatamente, anche anticipando la tipica tendenza del pubblico di trasformare figure problematiche in leggende, e quindi prevenendo il rischio che diventasse in effetti un mito. Il ridicolo umanizzante è servito dunque a uccidere, come dice Toni Servillo, ed è servito più delle parole.
Il senso del ridicolo però, curiosamente, con l’uscita del film è passato oltre i confini dell’intreccio narrativo, finendo per contaminare la vita reale. Prima di questo ottobre, di Iddu conoscevamo soltanto la sinossi e le impressioni di chi lo aveva visto alla Mostra del Cinema di Venezia. Eppure, in Sicilia e soprattutto nel territorio di Castelvetrano, le reazioni a Iddu – L’ultimo padrino sono state forti, forse anche inconsapevolmente sproporzionate, sia in un senso che nell’altro. A Vittoria, nel ragusano, e anche a Isola delle Femmine in provincia di Palermo, qualcuno indignato ne ha addirittura strappato i manifesti. Salvatore Vaccarino, proprietario dell’unico cinema di Castelvetrano che ha posto il veto sulla proiezione di Iddu, ha dato il via a una levata di scudi che dopo la visione del film risulta effettivamente ingiustificata, se consideriamo che Antonio Vaccarino non viene mai citato in Iddu e rimane piuttosto un filamento del personaggio di Catello Palumbo, il quale per di più viene ridefinito in chiave se non positiva quantomeno neutrale. Allo stesso modo la risposta di una parte di Castelvetrano, che ha proposto di proiettare il film nelle scuole e che ne ha fatto il simbolo di una presa di coscienza, ci appare esagerata oggi, ridicola appunto, e forse anche fuori luogo.
Grassadonia e Piazza avranno previsto un impatto così evidente per il loro film? Non possiamo saperlo. Di sicuro però qualcosa di imprevedibile c’è stato: alla fine è stata la realtà a piegarsi alla forza della narrazione e non, come temeva Salvatore Vaccarino, il contrario.
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