Sui libri che “celebrano” la violenza
di Katia Regina
Ho letto Gomorra quando uscì, nel 2006, ma non sono diventata camorrista. Non ho percepito nessuna celebrazione del crimine, ho provato orrore puro nel leggere alcuni passaggi, come ad esempio quello in cui viene descritto il modo in cui venivano uccisi gli infami: immobilizzati, gli si riempiva la bocca di benzina facendo uscire dalle labbra una pezzuola che fungeva da miccia. Si accendeva il lembo esterno e si dava tutto il tempo alla vittima di aspettare la deflagrazione che gli avrebbe fatto saltare in aria la faccia.
Mi chiedo chi mai, leggendo queste righe, potrebbe provare ammirazione per questa mostruosità. Ecco, forse quelli che lo hanno pensato e messo in atto. O magari quanti hanno già scelto da che parte stare e questa tecnica rientra tra quelle che sarebbero disposti a praticare. Ma gli altri milioni di lettori sono dotati di capacità critica, perché la mente umana è un po' più complessa di come qualcuno immagina, ebbene, questi lettori sono perfettamente in grado di individuare l'orrore, rifuggirlo, provarne disgusto.
Il sillogismo libro violento crea violenza non ha alcun fondamento scientifico. Uno scrittore che vive della sua scrittura non sta rubando denaro a nessuno, guadagna una piccola percentuale sulla vendita di ogni singolo libro, essere riuscito a vendere dieci milioni di copie non è una colpa. Oggi Saviano non riscriverebbe più Gomorra, ha dichiarato, vivere sotto scorta non è una passeggiata di salute. Su di lui pende una sorta di fatwa, come avvenne a suo tempo per lo scrittore indiano Salman Ruschdie dopo aver scritto I Versi satanici. A volerlo zittire non sono solo i camorristi che ha denunciato in tutti questi anni, Saviano è scomodo per gli Ayatollah di turno, è una minaccia costante per quanti antepongono la propria sharia politica ai Diritti Umani.
Se davvero esistesse il sillogismo libro violento fomenta violenza bisognerebbe additare anche Puzo che, con Il Padrino, ha raccontato il mondo delle famiglie mafiose, e a cascata Francis Ford Coppola che ne ha fatto una serie di film. E di Quentin Tarantino vogliamo parlarne? Se questo è l'andazzo evitiamo pure la cronaca giornalistica.
Conosco pochi volumi che hanno creato proselitismo mondiale, quelli religiosi in primis, e non sempre nel bene. Poi ce n'è uno che ha creato il preludio ideologico per commettere crimini efferati. La mia battaglia, il titolo tradotto in italiano, i diritti di questo libro sono scaduti nel 2015, nonostante qualche timida censura, il volume è sempre riuscito a circolare. Sono riuscita a leggerne alcuni estratti: la prima parte è autobiografica, non serve neppure avere competente cliniche per comprendere la personalità narcisistica e paranoica del giovane Adolf. Ho smesso di leggerlo, sopraffatta dallo schifo e dal ribrezzo.
Ma allora i libri possono creare proseliti celebrando la violenza? Sì, se hai già scelto da che parte stare!
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