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01/01/2026 06:00:00

Marsala e l’afasia culturale: perché il bello non basta

La pigrizia, e non solo, da tempo ha preso il sopravvento sulle diverse cose in cui mi avventuro, e una tra queste è la mia rubrica, cui tengo moltissimo ma che segna il passo, come chi vi scrive.

Incapace di delineare bilanci, visto il periodo, ma osservando un po’ le cose a finis terrae e le grandi manovre in vista delle prossime elezioni comunali, provo a fare minime considerazioni sullo stato della Cultura in città. Recuperando un pezzo che ho scritto a febbraio 2025 a proposito di un saggio – Cultura è cittadinanza di Ledo Prato, per i tipi di Donzelli – questo potrebbe già essere la base di un ragionamento. Ma poi provo a seguire le cronache di chi concorrerà, cerco, leggo, ricerco, e il tema Cultura, di fatto, non è pervenuto.

 

Che la cultura sia spesso relegata tra gli ultimi punti di un programma è cosa nota; altresì è spesso “curata” da persone incapaci di avere una visione strategica e d’insieme. Ma c’è un fatto: Marsala è una città che – viste le dimensioni, né grande né piccola – potrebbe diventare un laboratorio attorno alle ricchezze ambientali, storiche e strutturali che da sempre possiede. E la domanda è banale: perché attorno a tutto ciò non è mai stato avviato un percorso virtuoso?

Leggendo le cronache di questi giorni ho appreso di un murale in una strada del centro storico vandalizzato: ma che problemi hanno alcuni con la bellezza? Semplice: ci siamo disabituati. Viviamo un’anormalità diventata normale, nel non voler godere del bello che c’è.

 

Eppure, mai come in questi ultimi tempi, le scuole sono motori principali di azioni tese a sensibilizzare le loro comunità su futuri sostenibili e consapevoli; i teatri – siamo l’unica città della provincia ad averne tre: il Sollima, l’Impero e la rinata Sala Don Bosco – tentano di ricucire un tessuto strappato da troppo tempo, e il pubblico risponde. Abbiamo un Parco archeologico dentro la città che da anni crede nella contaminazione, oltre quell’orrenda recinzione, e questo grazie a una direttrice che fa. C’è un centro per l’arte contemporanea con una collezione di tutto rispetto – il Carmine – che, a mio avviso, dovrebbe scartare di lato, scrollarsi di dosso un passato glorioso ma ormai datato e aprirsi sul serio alla comunità e al dialogo con altri soggetti del mondo dell’arte (posso sbagliarmi, ma dopo Gibellina Marsala è la città che ha una collezione di contemporaneo degna di nota, in provincia e non solo).

Avremmo una fabbrica della cultura quale il Complesso monumentale di San Pietro che, da solo, potrebbe essere volano per tutto ciò che rappresenta: Archivio storico, Biblioteca civica, Museo civico, Museo garibaldino, sala conferenze e chissà cos’altro ho dimenticato. Da non credente, immaginare una collaborazione con il FEC (Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno, proprietario di gran parte delle chiese della città), con il Vescovado di Mazara del Vallo, con la Regione Siciliana, per un percorso del Sacro che non conosca tempo e vada oltre il sentire religioso.

 

C’è poi un mondo affascinante che è il territorio: le cento e più contrade che danno anima e vita a Marsala (vi prego, non ricordatevi di loro ogni lustro), che raccontano storie e specificità, dalle spiagge alle cave, alla collina; di mezzo, il primario, ovvero la vite e l’uva, che hanno fatto la storia e che hanno avuto la capacità di diventare sviluppo e crescita.

In tempi di afasia culturale, di quanto scritto e descritto, seppur parzialmente, c’è un tempo che ricorre spesso: il condizionale. E lo detesto. Quanto abbiamo è parte di un quadro meraviglioso, ma costituito da tante monadi che non hanno alcuna connessione tra loro. Eppure la cultura dovrebbe abbattere barriere e steccati.

Marsala è lì dalla notte dei tempi. Sta alla politica dare gli strumenti per scrollarsi un po’ di polvere e indossare un vestito contemporaneo; sta alla classe dirigente – siete voi che leggete, non guardatevi attorno – di questa città non delegare, ma trovare forme di dialogo per nuove narrazioni fondate sulle culture.

 

Viviamo tempi complessi, e l’alfabetizzazione alla complessità potrà salvarci dall’inconsistenza e donarci quell’orgoglio di abitare questo tempo, senza lasciarselo semplicemente vivere addosso.

 

Giuseppe Prode