Il Nobel "al portatore": l’inanità dell’oro su un petto qualunque
di Katia Regina
Se Alfred Nobel potesse sollevare la testa dal suo letto di dinamite, probabilmente chiederebbe di essere sepolto un po’ più a fondo. L’ultima notizia che arriva dalle cronache internazionali sembra uscita da un film di Wes Anderson scritto da un ghostwriter di Vatileaks: Maria Corina Machado, fresca vincitrice del Premio Nobel per la Pace, ha deciso di cedere la sua medaglia a Donald Trump.
Sì, avete capito bene. Come se il Nobel fosse un buono pasto o una figurina rara dei Pokemon, la leader venezuelana ha passato il testimone della pace all'uomo che, nel suo curriculum, vanta tutto tranne che la vocazione al ramoscello d'ulivo. Il Comitato di Oslo ha subito precisato, con il tipico gelo scandinavo, che il premio è "personale e non trasferibile". Ma ormai il danno è fatto: il prestigio del Nobel sta colando a picco più velocemente di un tweet polemico di Elon Musk.
D’altronde, a guardare bene la storia, qualche sospetto sulle stravaganze delle nomine doveva venirci da tempo. Il Nobel per la Pace è sempre stato il cugino eccentrico e un po' alticcio dei premi scientifici.
Le cronache confermano che il Comitato ha avuto ospiti davvero singolari nella sua lista dei candidati, a partire da Adolf Hitler, proposto nel 1939 da un parlamentare svedese in quella che doveva essere una provocazione satirica, anche se il tempismo fu pessimo quanto i suoi baffetti. Non andò meglio con Benito Mussolini che, nel 1935, ricevette ben due raccomandazioni: evidentemente l’invasione dell’Etiopia doveva essere sembrata una gita fuori porta particolarmente armoniosa. Persino Stalin fu candidato due volte, nel 1945 e nel 1948; il "Piccolo Padre" che amava la pace così tanto da volerla imporre a metà Europa con i carri armati.
Se questi sono i presupposti, la medaglia al collo di Trump non è un’anomalia, ma un coerente coronamento di una tradizione basata sull'abbaglio collettivo. Se poi scaviamo nel passato recente, troviamo il caso di Barack Obama. Vinse il Nobel nel 2009 sulla fiducia, praticamente per aver vinto le elezioni e non essere George W. Bush. Peccato che, tra un discorso ispirato e l'altro, il suo mandato sia stato costellato da un uso così generoso di droni e interventi militari che persino ad Oslo iniziarono a grattarsi la testa.
Oggi la Machado fa un passo avanti: non aspetta che il premio perda valore, lo svende subito. Donarlo a Trump è un gesto che scavalca la diplomazia e approda direttamente nel campo del surrealismo. È come se un chirurgo decidesse di regalare il suo camice a un macellaio perché taglia meglio la carne. Ma forse, in tutto questo caos di metalli preziosi e vanità politica, esiste un’interpretazione più tenera, quasi commovente. Potremmo ipotizzare che la Machado abbia applicato la Legge del bullo di periferia. Avete presente quando a scuola il bullo della classe punta la merenda del compagno più gracile e indifeso? In questo scenario, il Venezuela è il ragazzino indifeso e Trump è il bullo con il ciuffo che minaccia di picchiarlo se non gli dà la sua merenda.
Forse Maria Corina, mossa da un disperato istinto di protezione verso il suo popolo, gli ha allungato la sua medaglia d'oro sussurrando: Tieni Donald, prendi questa ca... volo di medaglia e lasciaci in pace. Un sacrificio estremo per evitare che il ragazzino venisse picchiato ulteriormente. In fondo, se il prezzo per la libertà del Venezuela è una medaglia che ormai ha lo stesso valore simbolico di un portachiavi dell'Autogrill, allora la Machado ha fatto l'affare del secolo.
Chissà dove sta la verità in questa storia, nel frattempo mi consolo citando un grande poeta omonimo della Machado di nome Antonio:
La tua verità? No, la Verità,e vieni con me a cercarla.La tua, tienitela.
Consigli per la lettura: L'inconveniente di essere natidi E. M. Cioran, che visse quasi tutta la vita in una mansarda a Parigi, in povertà volontaria, rifiutando quasi tutti i premi letterari che gli venivano offerti, considerava infatti la gloria una forma di cattivo gusto. Ecco una sua perla: “In un mondo senza malinconia, gli usignoli si metterebbero a ruttare”
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