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11/03/2026 08:35:00

A Trapani "Fotogiochiamo": così i ragazzi raccontano il territorio attraverso l’obiettivo

Quando si parla di ragazzi disabili li definiamo spesso “speciali”. Forse perché è difficile normalizzare una condizione che viene percepita come “diversa” da una società per niente inclusiva ed in cui, per frequentare un luogo pubblico ed averne l’accessibilità, occorre quasi chiedere permesso. Forse perché, in fondo, questa difficoltà ad includere, a relazionarsi con chi è semplicemente “altro” da noi – e questo non riguarda esclusivamente la disabilità, ma in generale  - ci fa sentire in colpa. Ed allora si è preferito sdoganare una retorica pietistica che, in modo subliminale, ci mette la coscienza a posto e ci fa bastare quello che si dice, senza portarci a scoprire davvero come stanno le cose.

 

Perchè le persone con disabilità non sono “speciali”, non sono “ispirazioni” da esaltare o compatire. Sono umane. E sono ben il 15% della popolazione mondiale.

Semmai, “supereroi” sono le loro famiglie – i cosiddetti caregiver - che devono districarsi in una quotidianità che dà loro ben pochi sostegni, strutture idonee all’accoglienza e a percorsi formativi e di accompagnamento dei loro figli.

 

Soprattutto non dà loro certezze e consolazione sul futuro dei loro ragazzi e delle loro ragazze “dopo di loro”.

Queste famiglie sono “supereroi” perché troppo spesso devono accontentarsi di briciole e progettazioni non strutturali da parte di enti e Stato, devono autofinanziare terapie e corsi, fondamentali e costosissimi, per rendere la vita dei figli un percorso che sia un po' meno ad ostacoli e dare loro tutti gli strumenti possibili per affrontarlo. E non tutti i genitori riescono a tenere su per sempre il mantello di Superman e vorrebbero essere, magari per un solo giorno, genitori che crollano, che si stancano o vanno semplicemente a prendere un caffè. Gesti quotidiani che la disabilità toglie e trasforma in lussi.

 

Esistono tante associazioni che tentano, con grande fatica ed impegno, di costruire comunità e mettere in campo azioni che possano essere di sostegno alle famiglie che vivono la disabilità, spesso sostituendosi alle istituzioni assenti: per fare sentire questi genitori meno supereroi e più mamme e papà.

L’Associazione ‘Progetto per il Dopo di Noi’ è una di queste. Nata il 12 Aprile 2017 grazie a dei genitori e a dei volontari, essa è stata fondata per attuare la Legge Nazionale n. 112 del 22 giugno 2016 sul “Dopo di Noi” che disciplina l’assistenza delle persone con disabilità grave quando i genitori non sono più in grado di farlo.

L’associazione  promuove una serie di iniziative, tra cui attività volte all’integrazione-inclusione di bambini, ragazzi e adulti che vivono la disabilità; promuove progetti educativi, sociali e lavorativi a favore di persone con disabilità fisica e/o psichica.

 

Tra questi, ce n’è uno molto particolare che intreccia il suo percorso con quello di una fotografa professionista milanese, C.F., già da diversi anni.

Lei, la fotografa, vuole restare anonima, nella ferma convinzione che i protagonisti devono essere i ragazzi: e già questa, in un territorio che spesso fa a botte coi protagonismi, è una storia nella storia.

 

Tre anni fa, l’associazione ha attivato un corso di fotografia – “Fotogiochiamo” - con l’intento di avvicinare i ragazzi a questa arte, abituandoli al fatto che non esistono solo le visioni rapide e poco incisive dei telefonini, ma può esistere un modo diverso di guardare il mondo attraverso la qualità e l’attenzione rispetto alle immagini. Per questo, i ragazzi hanno utilizzato macchine fotografiche semi professionali acquistate dal centro “Dopo di noi”, imparando anche i rudimenti della tecnica fotografica ed allontanandosi dal mondo degli “instagram”.

É molto importante per i ragazzi sviluppare un percorso di attenzione: imparare a soffermarsi sull’osservazione e anche sulla scelta dei soggetti e dei contesti, delle luci e delle angolazioni, delle inquadrature e dei temi. Si tratta di un lavoro che stimola la presa in carico e la responsabilità, ma sollecita molto anche la sfera emotiva della scoperta: del mondo intorno e dentro di sé.

 

Negli anni passati, il laboratorio ha prodotto un calendario con rappresentava i principali monumenti di Trapani, di cui molti erano sconosciuti ai ragazzi: e per loro è stata un’avventura di conoscenza, di apprendimento, ma anche di gestione dell’entusiasmo.

Per questo, quest’anno l’associazione ha deciso di alzare l’asticella e di aprirsi al territorio, coinvolgendo delle realtà lavorative ed artigianali estremamente caratteristiche e peculiari del trapanese.

 

Portare i ragazzi a conoscere, per esempio, la lavorazione del sale e facendo in modo che fossero loro stessi a riprenderne le fasi, è stato anche un modo per mostrare l’esistenza di queste realtà, i processi attraverso il quale si ottiene un prodotto finito.

Ma è servito anche ad appassionarli ad un mestiere e ad un’arte, che potrebbero voler coltivare nel futuro.

Al momento, il progetto trapanese ha coinvolto alcune attività storiche: ill laboratorio di Platimiro Fiorenza, il birrificio Baroni, il laboratorio del sale delle saline Culcasi, il pastificio Campo e il panificio “A maidda”, ma diverse altre potrebbero aggiungersene.

 

Un approccio davvero inclusivo, anche nel mondo del lavoro, dovrebbe essere quello di mandare in soffitta le logiche assistenziali, ma di valorizzare formazione, competenze ed attitudini di questi giovani, abbattendo le frontiere e preferendo le possibilità: in Italia, esistono diverse aziende che hanno aperto in questo senso al mondo della disabilità.

Il progetto “Fotogiochiamo” sta producendo risultati straordinari, perché questi giovani familiarizzano con un’autonomia che è indispensabile per il loro futuro.

Ed imparano anche quanto sia fondamentale superare piccoli limiti quotidiani legati alle scelte. Di fatto, giovani che potrebbero inizialmente  avere timori nel familiarizzare con gli ambienti, con il percorso manuale, con la condivisione degli spazi, sono riusciti a creare interazione di gruppo ed oggi si approcciano ai percorsi condivisi con impegno, progettualità per il futuro, ma soprattutto con il sorriso.

 

Ed il post laboratorio è pensato come un momento di restituzione dell’esperienza al territorio: perché da lì si tirano le somme di tutta l’energia e la propositività che questi ragazzi sperimentano attraverso il fare manuale. Infatti li si vede sorridere, avere impulsi di gioia e soprattutto guardare avanti in una prospettiva di futuro.

Alla fine del percorso, l’idea dell’associazione sarebbe quella di realizzare una mostra itinerante che porti quest’esperienza proprio sui territori nei quali sorgono queste attività commerciali ed artigianali. La mostra vorrebbe sia essere declinata come reportage delle lavorazioni tipiche studiate ed osservate dai ragazzi, ma poi virare su un concept maggiormente artistico con la scelta di immagini che diventino simboliche. Sperando che le istituzioni possano essere al loro fianco nella realizzazione di questo ulteriore step del progetto. E non solo per l’inaugurazione e per un applauso, possibilmente.

 

Perchè “Fotogiochiamo” è più di un progetto, più di un laboratorio.

Sono storie che raccontano se stesse attraverso gli sguardi di ragazzi che non sono speciali, non sono supereroi, non sono vittime, ma hanno un destino: esattamente come i nostro, ma con una strada ancora più in salita.

È un’occasione per loro di scoprirsi nella propria interezza umana, e per noi di capire che la differenza è una ricchezza. Questo è un concetto determinante per la consapevolezza che la dignità all’apprendimento dà a questi giovani che scoprono di potercela fare, di potere fare parte di una società che li ama per quello che sono e per le loro potenzialità. E non per come ci assolve maggiormente raccontarli.