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17/03/2026 06:00:00

Referendum sulla giustizia. "Perché da avvocato 'progressista' voterò Sì"

Mancano ormai pochi giorni al voto del 22 e 23 marzo sul referendum sulla riforma costituzionale in tema di giustizia.
Devo dire che da ambo le parti non sono mancate le cadute di stile, la propaganda più spicciola e le strumentalizzazioni più odiose, e questo non depone, ahimè, a favore di chi, avvocati e magistrati e professori universitari, ha messo da parte, troppo spesso, il merito  a tutto vantaggio, talvolta, di autentiche falsità, ma soprattutto non depone a favore di chi avrebbe dovuto elevare il dibattito, anziché inabissarlo come spesso, troppo spesso, avviene in questo Paese.
 

Vengo alla Riforma. Come ho avuto modo di sostenere in alcuni incontri pubblici a cui ho partecipato, ritengo che il Si sia la scelta migliore. E lo dico, come hanno fatto molti miei colleghi, da sincero progressista e culturalmente appartenente all’area del centrosinistra.
 

Credo sia necessario mettere da parte tanto gli autori della riforma, quanto anche alcuni intendimenti di determinate parti politiche: non ci sono dubbi che per alcune ben precise aree politiche questa riforma rappresenti una sorta di vendetta nei confronti della magistratura. Così come non vi sono dubbi sul fatto che la delegittimazione della magistratura, tanto più di quella più impegnata nella lotta al contrasto dei fenomeni criminali, sia odiosa e grave, in un Paese che spesso esprime fastidio e avversione al controllo di legalità.
E pur tuttavia ritengo che la scelta del Si non sia un voto contro la magistratura, né rappresenti l’alba di un regime né tantomeno il collasso del sistema democratico o ancora una ferita mortale alla nostra Costituzione.
La separazione della carriere del Pubblico Ministero e del Giudice risponde ad una esigenza tanto naturale quanto scontata e cioè di dar seguito alla riforma del rito accusatorio (la riforma Vassalli) ed ai principi del Giusto Processo: rendere il giudice (ancor più) libero ed indipendente e porre sullo stesso piano – concretamente – l’accusa e la difesa.
 

Dicevo che si tratta di una esigenza tanto naturale quanto scontata che infatti nella gran parte dei paesi – europei e non – che adottano il sistema processuale accusatorio, le carriere sono o separate o addirittura il ruolo di accusatore è svolto da un avvocato e non da un magistrato.
 

I sostenitori del No ritengono che la separazione aprirebbe le porte ad un controllo del pubblico ministero da parte del potere politico: nulla di tutto ciò è scritto nella Riforma (o ne deriverebbe come conseguenza) che anzi tutela e garantisce l’indipendenza tanto del giudice quanto del pubblico ministero, ma a tal proposito non va dimenticato che in quasi tutti i paesi in cui vige la separazione delle carriere esiste, è vero, un controllo del pubblico ministero da parte dell’esecutivo ma ciò nulla toglie all’indipendenza e al funzionamento della giustizia, dato che seguendo il ragionamento dei sostenitori del No dovremmo concludere che molti paesi, fra cui Francia, Gran Bretagna, Germania, la quasi totalità dei paesi scandinavi sarebbero paesi con una giustizia ingiusta o addirittura una sorta di regimi illiberali: così non è, ovviamente, e basti pensare che in Gran Bretagna, per esempio, la netta separazione della carriere - con talvolta un avvocato ad esercitare le funzioni di pubblico ministero – non ha impedito che un principe fosse tratto in arresto o un importante ambasciatore, Peter Mendelson, (uomo di enorme potere, bracco destro di molti Premier laburisti) venisse arrestato.
 

Ancora, sostengono i sostenitori del No che la riforma non porterebbe alcun beneficio al cittadino comune. Non credo sia vero. Rendere il pubblico ministero un soggetto realmente alla pari con il difensore, e soprattutto non renderlo più un collega del giudice, con il quale condivide concorso, carriera e formazione, significa, da un lato, avere un giudice che sia un soggetto effettivamente terzo (e d’altronde, chi accetterebbe di giocare una partita in cui l’arbitro appartiene alla stessa squadra dell’avversario?) ma dall’altro soprattutto significa avere un Pubblico ministero che nella fase delle indagini preliminari – quella prima del processo e dunque con il difensore quasi fuori gioco – sia giudicato con la dovuta distanza e con il dovuto distacco da un Giudice effettivamente  terzo. Quest’ultima esigenza, peraltro, renderebbe la fase preliminare maggiormente efficace in termini di concretezza e tenuta dell’esercizio dell’azione penale, determinando, come conseguenza, una deflazione della fase dibattimentale, con ciò che ne consegue in termini di maggiori tutele per i cittadini, soprattutto i più deboli che subiscono, maggiormente, i tempi ed i costi dei processi (e d’altronde già Calamandrei sosteneva che il processo fosse già una pena).
Si rischia davvero, come alcuni paventano, di avere un Pubblico Ministero che diventi una sorta di superpoliziotto? Non credo. Non solo perché ho fiducia nella professionalità dei pubblici ministeri (forse più di quanta non ne abbiano alcuni loro colleghi che ne temono una mutazione repentina), ma soprattutto perché ritengo che il rito accusatorio postuli proprio la necessità di un accusatore che sia oltre che profondamente specializzato nella propria funzione, anche adeguatamente diverso dal Giudice, per permettere un confronto reale fra le diverse parti. 
 

Infine i due Csm e l’Alta Corte. Quanti sostengono che non ci fosse bisogno di una duplicazione del Csm sembrano però ignorare che non può esistere una reale separazione se il Csm è lo stesso, e cioè lascia insieme giudici e pubblici ministeri. L’Alta Corte, infine, risponde alla necessità che giudici e pm siano giudicati, diversamente da ora, sradicando il fenomeno delle correnti, non un male in se ma un male nelle sue degenerazioni che pur ci sono state. Per questa ultima ragione il sorteggio appare una scelta necessaria: servirà per far sì che si spezzi quel legame – su cui anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva espresso delle forti riserve – fra l’ANM (che è una associazione sindacale dei magistrati) e il Csm che è un organo costituzionale - che oggi però sembra una appendice della stessa associazione dei magistrati – che non ha – né può o deve avere - alcuna funzione rappresentativa (da qui la non necessità di liste e di quel mandato di rappresentanza richiesto dai magistrati) ma soltanto di alta amministrazione.
Dinanzi ad alcune vicende e scandali proprio relativi al Csm o dinanzi ad alcuni clamorosi casi di mala giustizia che non hanno mai visto puniti i responsabili non credo si possa né tacere né difendere l’esistente. E credo, peraltro, che non lo meriti neanche l’ampia parte di magistratura che lavora con dedizione e spirito di sacrificio.
 

Ritengo, dunque, che sia necessario guardare, strettamente, al testo della riforma. Che è una riforma ispirata ai principi del garantismo penale, che da sempre dovrebbero essere il faro della sinistra, come ben spiegato dal Professor Giovanni Fiandaca.
 

E ritengo, anche, che il Si non significhi affatto minare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che sono valori imprescindibili; né ritengo che questa occasione debba essere vista come una sfida nei confronti della magistratura italiana, che sono convinto sia, nel proprio complesso, un corpo sano (e che non merita alcuni toni più prossimi al linciaggio, in verità).
Tuttavia, penso che ampia parte della sinistra sbagli – e non poco – a lasciare il tema della separazione delle carriere e più generalmente il tema del  giusto processo alla destra, in particolare a questa destra, perché sono i diritti inviolabili dei cittadini, specie dei cittadini più deboli – spesso messi a dura prova dal processo penale, tanto più se lungo e ingiusto - a dover costituire la ragione sociale per ogni forza progressista e riformista.
 

La (per me giusta e sacrosanta) battaglia nei confronti di questo governo e di questa destra dovrà avvenire con il voto politico, sulla base di programmi e soprattutto sulla base di una visione diversa da quella propugnata dall’attuale governo assai incline a pericolose derive e torsioni autoritarie.


Valerio Vartolo, Avvocato
 



Lettere & Opinioni | 2026-03-16 09:00:00
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