Aveva diciassette anni Ombretta Giacomazzi quando, nel 1974, si trovò — senza saperlo — sul bordo di una delle trame più oscure della storia italiana. Era la fidanzata di Silvio Ferrari, giovane neofascista bresciano, morto la sera del 19 maggio dilaniato dall’ordigno che trasportava in Vespa per le strade di Brescia.
Secondo quanto emerge dagli atti, quella bomba era destinata al Blue Note. Nove giorni dopo, la città sarebbe stata colpita dalla strage di piazza della Loggia.
Oggi Giacomazzi è l’ultima supertestimone di quella stagione. Le sue parole, consegnate agli inquirenti dopo decenni di silenzio, non hanno nulla di oscuro: "Silvio doveva essere l’autore di una strage al Blue Note". Non suggestioni, ma dichiarazioni verbalizzate, riscontrate, inserite in un quadro processuale.
Nei suoi racconti affiorano dettagli concreti: incontri in caserme dei carabinieri, la presenza di ufficiali — tra cui l’allora capitano Francesco Delfino — indicati come coinvolti nella preparazione dell’attentato; l’accesso, per mesi, di militanti di Ordine Nuovo a luoghi istituzionali; il rapporto diretto con armi ed esplosivi. Parole che, lette isolatamente, potrebbero apparire estreme, ma che acquistano senso dentro il perimetro degli atti.
È da qui che prende avvio e "La ragazza di Gladio e altre storie nere. La trama nascosta di tutte le stragi" (ed. Fuoriscena) - prefazione di Benedetta Tobagi - il lavoro di Paolo Biondani presentato venerdì 20 marzo alla Sala Laurentina di Trapani, in un incontro promosso dal Rotary Club cittadino. Un appuntamento partecipato, attraversato da una domanda che resta sospesa: fa più paura la verità o ciò che la mafia offusca?
Ci è stato dato in sorte di scrivere e di leggere in un tempo in cui l’informazione è tratta prevalentemente dai social e le fonti sono Tik Tok e FB; in cui se prima dopo un giorno un quotidiano era buono per incartare il pesce, oggi una notizia si consuma nello spazio di un post e nel tempo che lo divide dal successivo.
In questo tempo, in cui i valori di memoria e ricordo sono invertiti, come le opinioni con le certezze ed i fatti con le fake news, libri come "La ragazza di Gladio" di Paolo Biondani diventano necessari. Perchè in primo luogo si riscopre la centralità del “fatto certo” nel dare – e quindi leggere – una notizia. In questo caso, una storia: quella che, per circa quattrocento pagine, segue il filo delle stragi fasciste e mafiose in Italia dal 1969 al 1993, basandosi unicamente sulle sentenze e sui fatti accertati.
Paolo Biondani, giornalista, inviato de L'Espresso, dove lavora dal 2007, in precedenza cronista giudiziario del Corriere della Sera a Milano, si occupa da sempre di corruzione, evasione fiscale, terrorismo, mafia, giustizia e ambiente. Nel 2022 ha vinto il premio giornalistico intitolato alla memoria di Giuseppe Fava. Ed è ad una frase di Pippo Fava — “Il giornalismo deve avere una sola stella polare: la ricerca della verità” — che si può ricondurre l’intero impianto del libro, e più in generale il lavoro di Biondani, nella convinzione che il giornalismo abbia un dovere preciso: quello della memoria.
E la memoria, in questo caso, non si costruisce attraverso interpretazioni, ma attraverso i fatti.
Ed è proprio questo il punto da cui parte Biondani: il libro non nasce come un saggio storiografico, ma come un racconto costruito su un principio rigoroso: mettere in fila i fatti certi, quelli accertati in tutti i gradi di giudizio, per rendere visibile una trama complessiva che altrimenti resterebbe dispersa. Una trama che riguarda il terrorismo politico in Italia, dal 1969 al 1980, ma anche oltre.
Perché, come emerge nel lavoro, quella storia non si interrompe: prosegue nelle stragi mafiose fino a quelle di Capaci e via D'Amelio, che smettono di essere soltanto mafiose e assumono una dimensione diversa. Dal rapido 904 alla strage dei Georgofili del 1993 - un attentato contro i beni culturali - si configura una stagione in cui è Cosa Nostra a portare avanti, con modalità proprie, una vera e propria strategia della tensione. Terrorismo mafioso, dunque, che colpisce monumenti e simboli, andando oltre una logica puramente criminale.
Il libro è il risultato di un lavoro lungo una vita. Biondani lo costruisce a partire dalla sua esperienza di cronista giudiziario: la scuola di giornalismo di Milano, gli anni al Corriere della Sera, le inchieste seguite durante Tangentopoli, il confronto con magistrati che avevano lavorato accanto a Falcone e Borsellino. È lì che matura un metodo: studiare gli atti, seguire i processi, distinguere tra ciò che è provato e ciò che non lo è.
È proprio nel metodo che il libro compie uno scarto decisivo: le stragi italiane sono state per decenni raccontate come “misteri d'Italia”, avvolte in una nebbia narrativa che ha finito per sostituirsi alla realtà. Eppure, a ben guardare, di misterioso c’è ben poco. Le verità sono nelle sentenze, negli atti, nei documenti processuali.
Non servono congetture: basta leggere. Per quasi quattrocento pagine, Biondani segue quel filo — nero, rosso, ma continuo — che lega piazza Fontana a piazza della Loggia, dall’Italicus al Rapido 904, fino alla stagione delle stragi mafiose. Una ricostruzione che non indulge al dubbio ed ai condizionali d'obbligo, ma restituisce una trama coerente.
Così emergono verità nette, spesso distorte o negate nel dibattito pubblico. La strage di Bologna, ricorda Biondani, non è attribuibile a piste internazionali o a generici terroristi stranieri: le responsabilità accertate rimandano all’estrema destra e ai depistaggi riconducibili alla loggia P2. Piazza Fontana non è opera degli anarchici: le sentenze indicano ambienti di Ordine Nuovo. E così per molte altre stragi.
Durante la presentazione del libro, le immagini in bianco e nero proiettate hanno restituito la materialità di quegli eventi, sottraendoli alla dimensione astratta del “mistero”. Volti, luoghi, corpi: elementi concreti di una storia che è stata spesso raccontata come indecifrabile, quando invece è stata, nella sua sostanza, accertata. Una storia vissuta da molti dei presenti, ma mai davvero attraversata nelle sue pieghe, nelle storture di interpretazioni facili ed opportune.
La vicenda di Ombretta Giacomazzi, allora, non è un’eccezione, ma una chiave. Accanto a lei emergono altri nomi, altre responsabilità, altri passaggi che contribuiscono a restituire unità a una stagione lunga e stratificata. Una stagione in cui la violenza cambia forma — dal terrorismo nero alle Brigate Rosse, fino alla strategia stragista di Cosa Nostra — ma conserva una medesima funzione: destabilizzare, colpire la società civile, incidere sugli equilibri politici.
Quello che emerge è uno scenario devastante ma preciso, dove ogni elemento trova riscontro. Una trama che si è ripetuta più volte, e che dice molto non solo su quello che eravamo, ma anche su quello che siamo. Che racconta di una Italia che non ha mai fatto davvero i conti col terrorismo, con i mandanti e con gli esecutori delle stragi. Inadagini, latitanze forzate, depistaggi: le stragi restano delitti inconfessabili e pezzi di storia che fa più comodo ammantare nel mistero quasi romanzesco.
Fare i conti col terrorismo – che cambia pelle col cambiare del clima politico e giudiziario, dal terrorismo nero alle Brigate Rosse, la mafia che dal 1984 al 1993 è passata al terrorismo, con un'analoga strategia eversiva – significa riconsiderare una trama complessiva di quegli anni, che disegna una vera e propria strategia della tensione. Una nuova mappatura che è necessario non smettere di raccontare.
Altrimenti continuerà a restare una distanza: quella tra i fatti accertati e la loro sedimentazione nella memoria collettiva. Perché se le verità giudiziarie esistono, non sempre sono diventate coscienza condivisa.
È in questa frattura che si colloca il senso più profondo del lavoro di Biondani. Restituire centralità ai fatti significa restituire responsabilità alla memoria. E, in definitiva, sottrarre la storia alla comoda categoria del mistero per riconoscerla, finalmente, per ciò che è stata.