Il 13 giugno 1984 a Padova moriva Enrico Berlinguer, l’ultimo condottiero del popolo comunista italiano. Cinque giorni prima era arrivato nella città che custodisce il capolavoro di Giotto, “Il Giudizio Universale”, per tenere un comizio in vista delle imminenti elezioni europee, che si svolsero il 17 giugno.
Consultazioni che ebbero un’importante eco politica, in quanto furono le elezioni del cosiddetto “sorpasso”: il Partito Comunista Italiano, per la prima e unica volta in un’elezione su base nazionale, si affermò come primo partito, superando la Democrazia Cristiana di circa 130.000 voti, probabilmente anche sull’onda della sua drammatica morte. La sua gente gli tributò così una sorta di “Giudizio Universale” politico.
Il suo pensiero e le principali direttrici della sua azione:
• Austerità per superare capitalismo e consumismo, eliminare privilegi e sprechi, destinando le risorse a beni essenziali come istruzione, sanità, cultura e tutela dell’ambiente, per realizzare la giustizia sociale. La considerava una “via obbligata” e un’opportunità di rigore, efficienza ed etica per la gestione della res publica.
• Eurocomunismo: da segretario del PCI promosse l’emancipazione dall’Unione Sovietica. Il percorso iniziò con la condanna dell’invasione di Praga del 1968 da parte delle truppe del Patto di Varsavia.
• Compromesso storico: nel 1978, pur avendolo siglato con Aldo Moro, tramite l’astensione al governo Andreotti ter e l’appoggio esterno al quarto governo Andreotti, dopo il sequestro Moro fu il principale sostenitore della linea della “fermezza”. Si oppose a qualsiasi trattativa con le Brigate Rosse per non legittimare il terrorismo e difendere le istituzioni democratiche.
• Questione morale: nel 1981 denunciò l’occupazione dello Stato da parte dei partiti e delle correnti, che trasformavano le istituzioni in centri di potere e clientela. Richiamava tutti all’onestà e alla coerenza tra valori e comportamenti.
Concetti ancora oggi attuali per le istituzioni, a ogni livello: sovranazionale, nazionale, regionale e locale.
Un aneddoto per descriverlo. Arrivato a Padova l’8 giugno, con il comizio previsto per le 21.30, Alberto Menichelli – capo della vigilanza di Botteghe Oscure, autista e capo-scorta dal 1969 al 1984 – raccontò che Berlinguer fosse stanco, non mangiava e avesse bisogno di riposare. Fu accompagnato in camera e chiese di essere svegliato alle 16.
All’ora stabilita però non c’era. Menichelli lo cercò e lo vide rientrare sorridente: “Hai visto? Ti ho buggerato, ho fatto una bella passeggiata, ne avevo proprio bisogno. Adesso mi prendo un bel caffè”. Questo era Berlinguer poche ore prima del comizio.
La piazza era gremita, aveva appena smesso di piovere, faceva freddo. Iniziò a parlare. A un certo punto un compagno disse: “Berlinguer sta male”.
Saliti sul palco, lo trovarono in difficoltà: smozzicava le parole, saltava parti del discorso, faceva lunghe pause. La gente capì subito e lo implorava di fermarsi. Ma lui, imperterrito, continuava: “Compagne e compagni, seguite il lavoro strada per strada…”.
Una voce dalla piazza gridò: “Enrico, smetti, ti vogliamo bene”. Dopo quell’appello rientrò in albergo. Fu chiamato un medico: “È gravissimo, è in coma”, disse, dopo aver verificato l’assenza di reazioni.
Fu portato in ospedale. Menichelli racconta: “Io, con Tatò e Bertuzzi, aspettavamo nel corridoio, sperando in un miracolo”.
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, già a Padova, si recò subito in ospedale, lo vide e lo baciò sulla fronte. Poi volle riportare la salma a Roma sull’aereo presidenziale: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”.
Al funerale, il 13 giugno a Roma, parteciparono un milione e mezzo di persone. Mai nella storia repubblicana si era vista una manifestazione così imponente per una figura politica.
Erano presenti 51 delegazioni internazionali: tra gli altri il presidente del Parlamento europeo Piet Dankert, Michail Gorbačëv, Zhao Ziyang e Yasser Arafat.
L’ultimo saluto all’ultimo grande leader del popolo comunista italiano.
Vittorio Alfieri