Dall'Australia al Belìce, il ritorno dei figli di Poggioreale
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Ci sono più poggiorealesi in Australia che a Poggioreale. Una frase che sembra un paradosso e che invece racconta una delle storie più profonde dell'emigrazione siciliana.
Oggi nel piccolo comune della Valle del Belìce vivono circa 1.500 persone. Dall'altra parte del mondo, soprattutto nell'area di Sydney, vivono invece quasi 3.000 poggiorealesi e loro discendenti. Una seconda Poggioreale, nata dal dolore delle partenze e dalla ricerca di un futuro migliore, ma che non ha mai dimenticato le proprie radici.
E così, a 58 anni dal terremoto che il 15 gennaio 1968 cancellò il vecchio paese, una delegazione arrivata dall'Australia è tornata tra le strade silenziose del borgo storico appena riaperto al pubblico. Un viaggio che per molti non è stato soltanto una visita, ma un ritorno a casa.
Il borgo fantasma torna a vivere
Mercoledì 10 giugno la Poggioreale storica ha aperto nuovamente le sue porte ai visitatori grazie al progetto di rigenerazione urbana finanziato con i fondi del PNRR attraverso il "Bando Borghi" del Ministero della Cultura.
Per decenni quel paese è rimasto sospeso nel tempo. Case, chiese, palazzi e piazze abbandonati dopo il sisma che costrinse un'intera comunità a trasferirsi nel nuovo centro abitato.
«È un traguardo straordinario - ha dichiarato il sindaco Carmelo Palermo - perché trasformiamo la memoria di questi luoghi in un progetto di rigenerazione urbana che li farà rivivere di persone e attività».
Poggioreale conserva ancora oggi una straordinaria integrità architettonica. Percorrendo i suoi vicoli si comprende immediatamente cosa significò quella notte del terremoto: la vita che si fermò all'improvviso e una comunità costretta a lasciare tutto.
La Poggioreale d'Australia
La storia della comunità australiana affonda le sue radici nelle grandi migrazioni del dopoguerra e negli anni successivi al terremoto.
A Sydney i poggiorealesi hanno costruito una comunità forte e coesa attorno all'associazione Sant'Antonio da Padova, dedicata al patrono del paese.
Una realtà che negli anni è diventata molto più di un semplice luogo di aggregazione. Con le offerte raccolte durante le feste religiose, i poggiorealesi d'Australia hanno realizzato una casa di riposo che oggi conta oltre cento posti letto e dà lavoro a circa 150 persone.
E non hanno mai smesso di aiutare il paese d'origine.
Subito dopo il terremoto, una delle prime raccolte fondi servì persino a portare in Australia una statua di Sant'Antonio, simbolo di un'identità che nessuna distanza geografica è riuscita a cancellare.
«Ricordo il teatro e il vestito nuovo per la festa»
Tra i volti più emozionati durante la visita c'era Filippa, partita da Poggioreale quando aveva appena 17 anni.
«Ero una ragazzina, non ero mai uscita dal paese. Ricordo il teatro, eravamo otto fratelli e mia madre voleva il palchetto per poter assistere tutti insieme agli spettacoli, nonostante le ristrettezze economiche».
Poi riaffiorano i ricordi delle feste patronali.
«Ricordo Sant'Antonio. Per noi significava comprare il vestito nuovo. Tutti i poggiorealesi sono devoti al santo patrono».
Una memoria fatta di dettagli semplici, ma capaci di attraversare quasi sessant'anni e ventimila chilometri.
«Giocavo in piazza e salivo la scalinata della chiesa»
Peter Maniscalco aveva appena undici anni quando lasciò Poggioreale. Oggi guida la delegazione australiana ed è stato per quasi trent'anni uno dei punti di riferimento del comitato Sant'Antonio.
«Ogni volta che torno è una grande emozione. Ricordo quando ero ragazzino e giocavo in piazza, e salivo la scalinata che porta alla chiesa».
Guardando il borgo riaprire ai visitatori, il suo auspicio è semplice ma potente:
«Spero che il vecchio paese torni un po' a rivivere».
I figli degli emigrati e una nostalgia ereditata
Per Paolo Signorelli e Lina Maiorana il legame con Poggioreale è ancora più particolare. Sono nati in Australia e hanno conosciuto il paese attraverso i racconti dei genitori.
«Quando ci fu il terremoto ricordo mia madre e mia nonna che piangevano - racconta Lina Maiorana -. Poi siamo andati porta a porta a bussare per raccogliere fondi destinati ai terremotati».
Paolo Signorelli non parla italiano, ma l'emozione emerge chiaramente.
«Non credevo che il legame con questa terra fosse così forte. Quando torno qui capisco meglio la sofferenza e i racconti dei miei genitori».
È la dimostrazione di come l'identità possa attraversare le generazioni, sopravvivendo persino a chi non ha mai vissuto quei luoghi.
Il sogno: sentire ancora una volta la campana
Durante la visita è stato piantato un ulivo, simbolo di amicizia e fratellanza tra i poggiorealesi di Sicilia e quelli d'Australia.
Ma il momento più toccante arriva dalle parole di Filippa, che conserva ancora un desiderio.
«Vorrei che la vecchia chiesa di Sant'Antonio avesse di nuovo una campana e sentire il suo rintocco, almeno un'ultima volta».
Poi aggiunge una promessa che vale più di qualsiasi discorso.
«Dovessi avere cent'anni, tornerò qui dall'Australia per sentire quella campana suonare».
Perché a volte una comunità non è il luogo dove vive. È il luogo che continua a portarsi dentro. Anche dall'altra parte del mondo.
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