In un territorio dove le icone dell’antimafia tendono a diventare indiscutibili monoliti di legalità, scoprire le magagne dietro la facciata può trasformarsi in un esercizio pericoloso. È quanto sta accadendo a Daniele Viola, giovane direttore di Partinico Live, finito nel mirino dell’amministrazione comunale di Borgetto per aver scoperchiato il caso della “Villa della Legalità” affidata a Pino Maniaci e poi revocata per gravi inadempienze.
Il sindaco Francesco Davì e la sua giunta, in una delibera, hanno dato mandato a un legale per denunciare Viola, accusandolo di aver “leso l’immagine della città”. La tempistica è emblematica: pochissimi giorni dopo la scadenza del mandato della segretaria generale Rosa Damiano — la figura tecnica che ha firmato la revoca del bene — il sindaco è andato dai carabinieri a fare la denuncia. E appena novanta minuti dopo, Viola viene convocato per la notifica.
Un’azione legale che sembra non mirare affatto alla vittoria in aula, ma soltanto ad intimidire e silenziare chi indaga, sfruttando l’asimmetria economica. E allora succede che in un comune come Borgetto, in dissesto finanziario con 10 milioni di euro di debiti, la priorità della giunta diventi stanziare fondi pubblici — sottraendoli ai servizi essenziali — per colpire un cronista.
Evidentemente, Daniele Viola ha avuto il torto di fare davvero il giornalista. Ha esercitato il dubbio, si è posto domande e, una volta trovate le risposte, ne ha scritto.
E ha pubblicato un’inchiesta, seguita da diversi approfondimenti. Non su Partinico Live, il giornale che dirige, ma sui social. Evidentemente l’editore non era interessato. Insomma, da direttore di un giornale, il giovane cronista, sul tema della revoca dell’assegnazione della “Villa della legalità” a Pino Maniaci, si è trovato ad operare come un freelance solitario. Una scelta obbligata che ci dice molto anche sui silenzi della politica locale in questa vicenda. E che dà l’impressione di essere attraversata da una sorta di timore per le reazioni mediatiche di Pino Maniaci. E’ per questo che l’amministrazione di Borgetto avrebbe scelto una difesa d’ufficio della propria immagine? Insomma, si ha tutto da perdere se ci si mette contro Tele Jato?
Intanto il resto della politica borgettana si è trincerato dietro un silenzio atipico. Ecco perché abbiamo chiesto al presidente del consiglio comunale, Benedetto Cucchiara, se almeno lui può dirci quali siano stati questi danni all’immagine che Daniele Viola avrebbe provocato alla città. Ci ha risposto di non aver nemmeno visto la denuncia del sindaco (su cui la delibera si basa) e di non avere elementi per giudicare l’operato di Viola. Ma poi ha dichiarato apertamente: “Per quello che è a mia conoscenza, io non credo che ci siano stati questi danni all’immagine del Comune”.
L’abbiamo allora chiesto al sindaco Francesco Davì. Raggiunto telefonicamente, siamo andati subito al punto: “Perché avete denunciato il giornalista Daniele Viola?”
La sua risposta: “Nella delibera non c’è scritto il nome di Viola. Lei l’ha visto scritto? E allora se non l’ha visto, stop, giusto?”.
In effetti, nella delibera di giunta, il nome del giornalista è stato sostituito da un omissis: una tutela della privacy che, visto il contesto, non può che apparire un espediente per nascondere quella che ha tutta l’aria di sembrare una querela temeraria.
“Sindaco, se quell’omissis corrispondesse al giornalista Daniele Viola, si rende conto che sarebbe una cosa molto grave? Saremmo di fronte ad un comune in dissesto finanziario che usa i soldi pubblici contro un cronista”. “Ora non c’è niente da parlare – ha risposto - non ho niente da ammettere e, soprattutto, le ricordo che non le ho rilasciato nessuna dichiarazione alle sue domande”.
Però il presidente del consiglio comunale, a differenza del sindaco, ci ha confermato apertamente che la persona coperta dall’omissis è proprio il giornalista Viola. E, a differenza di quanto sostenuto nella delibera, ha invece affermato di non credere alla lesione d’immagine inferta al comune.
Ma l’inchiesta e gli approfondimenti di Viola non sono rimasti completamente isolati.
In “Telejato, una verità confiscata”, Sara Cozzi e Roberto Disma hanno documentato come la Villa della Legalità fosse diventata una “scuola fantasma”: nonostante il progetto prevedesse otto ore di lezioni settimanali tenute da professionisti illustri, i due giornalisti hanno testimoniato che non è mai stata eseguita una sola lezione. E l’esperienza è diretta: Cozzi e Disma hanno lavorato per un anno senza contratti, senza coperture assicurative e senza che quell’attività venisse riconosciuta per l’iscrizione all’albo.
Le loro denunce, acquisite formalmente dalla segretaria generale Rosa Damiano, sono diventate il pilastro della determina di revoca, fornendo uno dei riscontri necessari per decretare la decadenza dell’assegnazione.
Si rimane in attesa di vedere gli sviluppi di questa brutta vicenda, considerato che Maniaci dovrebbe lasciare il bene per il prossimo 23 luglio. Per il momento abbiamo un comune che querela un giovane cronista, nel silenzio della politica locale.
Egidio Morici