Gentile Direttore,
mi permetto di sottoporre a lei e ai suoi lettori alcune riflessioni in merito all'articolo pubblicato sulla sua testata dal titolo: "C'è troppo vino in giacenza in Sicilia: serve la distillazione di crisi".
Una questione che merita, a mio avviso, qualche considerazione diversa da quella prospettata.
"La distillazione non è uno svuota-cantine". Davvero?
Leggo con stupore queste dichiarazioni. Lo dico da socio cooperatore da oltre quarant'anni. In tutto questo tempo ho visto passare distillazioni preventive, distillazioni di sostegno, distillazioni obbligatorie, distillazioni straordinarie e, ovviamente, distillazioni di crisi.
Nel corso degli anni sono cambiati i nomi, le definizioni e le tipologie degli interventi, ma la sostanza è rimasta troppo spesso la stessa: quando il sistema entra in difficoltà, la soluzione proposta è sempre quella di togliere vino dal mercato.
Eppure, dopo decenni di questi strumenti, mi permetto di porre una domanda semplice alle organizzazioni cooperative: potete indicare un solo esempio concreto in cui la distillazione abbia prodotto un consolidamento stabile dei prezzi riconosciuti ai viticoltori?
E non mi si venga a parlare soltanto del rischio di erosione del capitale sociale delle cantine o della cantina sociale come baluardo della cooperazione. Quel modello ha avuto certamente un ruolo importante in passato, ma oggi molte realtà cooperative mostrano profonde fragilità e, troppo spesso, hanno finito per deludere le aspettative di tanti viticoltori, in particolare degli anziani, che per una vita hanno conferito le proprie uve confidando in un giusto riconoscimento del loro lavoro.
Se, dopo decenni di questi interventi, gli agricoltori non hanno ancora raccolto i frutti di tali politiche, forse è necessario interrogarsi sulla loro reale efficacia. La realtà che viviamo oggi è purtroppo sempre la stessa: prezzi delle uve compressi, costi di produzione in continuo aumento e redditi agricoli sempre più difficili da sostenere.
C'è poi un'altra evidente contraddizione. In Sicilia, e in particolare nella provincia di Trapani, negli ultimi decenni le superfici vitate si sono ridotte sensibilmente. Se il vigneto siciliano è diminuito, come si può continuare a sostenere che il problema sia rappresentato esclusivamente dalle eccedenze?
Il viticoltore continua a essere il primo anello della filiera ma, nei fatti, anche il più debole. È sempre lui a dover rinunciare a qualcosa. È sempre lui il soggetto chiamato a sopportare i sacrifici necessari per mantenere in equilibrio il sistema.
La vera valorizzazione del vino siciliano non passa dalla distillazione. Passa da una programmazione seria e, soprattutto, dal riconoscimento di un prezzo equo a chi quel vino lo produce con il proprio lavoro.
Per questo, più che rassicurazioni, servono risultati. E i risultati, dopo tanti decenni di distillazioni chiamate con nomi diversi, i viticoltori continuano ad attenderli.
Un affezionato lettore