Un’organizzazione capace di importare centinaia di chili di cocaina dal Sudamerica, utilizzare telefoni criptati, servirsi di portuali compiacenti e far viaggiare la droga lungo tutta l’Italia. La rete del narcotraffico arriva anche in Sicilia e nella provincia di Trapani.
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Dalle prime ore di oggi, mercoledì 22 luglio, oltre 200 carabinieri sono impegnati in una vasta operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
Sono 35 le misure cautelari in carcere disposte dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria ed eseguite in Calabria e in diverse province italiane, tra le quali Trapani, Palermo, Catania e Caltanissetta. Al momento non è stato reso noto il numero delle persone raggiunte dai provvedimenti nel territorio trapanese.
Le accuse: narcotraffico con l’aggravante mafiosa
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare la cosca Alvaro di Sinopoli, una delle articolazioni storiche della ’ndrangheta reggina.
Vengono inoltre contestati reati relativi al traffico e alla detenzione di droga, alla disponibilità di armi, alla ricettazione di automobili e a un tentato sequestro di persona a scopo di estorsione.
I capi d’imputazione complessivi sono 47.
Le contestazioni si trovano ancora nella fase delle indagini preliminari e dovranno essere verificate nel corso del procedimento, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.
Oltre 300 chili di droga movimentati
L’inchiesta è stata condotta dalla Sezione operativa della Compagnia dei Carabinieri di Palmi e dal Nucleo investigativo del Gruppo di Gioia Tauro.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe avuto la propria base operativa tra Sinopoli e Sant’Eufemia d’Aspromonte, controllando tutte le fasi del narcotraffico: dall’importazione della cocaina all’arrivo nel porto di Gioia Tauro, fino allo stoccaggio, al trasporto e alla vendita.
Le operazioni ricostruite avrebbero riguardato complessivamente più di 300 chili di sostanze stupefacenti, in prevalenza cocaina.
Alcuni carichi sarebbero effettivamente arrivati a destinazione, mentre altri sarebbero stati intercettati e sequestrati dalle forze dell’ordine.
I portuali compiacenti e la droga dal Sudamerica
Una parte dell’indagine nasce dall’analisi delle conversazioni scambiate attraverso Sky ECC, una piattaforma di messaggistica criptata utilizzata tra il 2020 e il 2021.
Dalle chat sarebbe emerso un sistema organizzato per fare arrivare ingenti quantitativi di cocaina dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro.
Il gruppo avrebbe potuto contare anche sulla collaborazione di alcuni lavoratori portuali, incaricati di individuare ed estrarre i carichi di droga nascosti all’interno dei container.
Al vertice dell’organizzazione, secondo l’accusa, vi sarebbero stati inizialmente due uomini detenuti e compagni di cella, aiutati dai rispettivi familiari, che avrebbero continuato a gestire gli affari criminali all’esterno del carcere.
Corrieri insospettabili e auto a noleggio
Una seconda fase investigativa, sviluppata tra aprile 2023 e luglio 2024, avrebbe confermato la piena operatività dell’organizzazione.
Figura centrale sarebbe diventato il figlio di uno dei due detenuti, attorno al quale si sarebbe creata una fitta rete di collaboratori, corrieri e staffette.
La droga veniva acquistata direttamente in Calabria oppure consegnata dal gruppo nelle città di destinazione. In quest’ultimo caso il prezzo aumentava, perché l’organizzazione si assumeva anche il rischio del trasporto.
Per le consegne sarebbero state utilizzate automobili messe a disposizione, anche durante la notte, da autonoleggiatori compiacenti. Alla guida venivano impiegati corrieri apparentemente insospettabili.
Tra le principali destinazioni dello stupefacente figuravano le province di Palermo e Catania.
Tra settembre 2023 e marzo 2024 quattro corrieri erano già stati arrestati in flagranza. Complessivamente erano stati sequestrati oltre 25 chili di cocaina pura.
Il tentato sequestro di un acquirente palermitano
L’organizzazione avrebbe avuto anche armi e una forte propensione all’uso della violenza.
Gli investigatori hanno ricostruito il progetto di sequestrare un acquirente palermitano che non avrebbe pagato una precedente fornitura di droga.
L’uomo sarebbe stato attirato in una consegna simulata di stupefacente. Il sequestro venne però impedito grazie all’attività dei carabinieri.
In altre occasioni, per ottenere il pagamento dei debiti, gli indagati avrebbero minacciato gravi ritorsioni, facendo riferimento alla propria appartenenza familiare e alla reputazione criminale dei congiunti detenuti.
Gli spari contro un’attività commerciale
Tra gli episodi contestati compare anche l’esplosione di colpi di arma da fuoco contro la saracinesca di un esercizio commerciale.
L’intimidazione sarebbe servita a costringere il titolare a interrompere la vendita di un prodotto considerato concorrente rispetto all’attività economica riconducibile a uno degli associati.
Un modo, secondo l’accusa, per imporre le proprie regole anche nel mercato legale e ribadire il controllo criminale sul territorio.
Il legame con la cosca Alvaro
Per gli inquirenti, l’appartenenza alla famiglia Alvaro avrebbe consentito ai vertici del gruppo di presentarsi come interlocutori affidabili e temuti anche nei rapporti con altre organizzazioni criminali.
Una reputazione mafiosa utile per accedere ai grandi circuiti internazionali del traffico di cocaina, ottenere credito e imporre il pagamento dei debiti.
I profitti del narcotraffico, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero serviti anche a finanziare e rafforzare la cosca Alvaro e il suo controllo sul territorio di Sinopoli.
All’operazione hanno partecipato i Carabinieri dei Comandi provinciali di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila, insieme allo Squadrone eliportato “Cacciatori di Calabria”.