×
 
 
27/07/2026 09:15:00

La vertigine dell’evoluzione: Marco Paolini celebra il “Grave Party” degli Antenati a Gibellina

Dalla tomba di un nonno senza una genealogia completa fino alle origini africane dell’Homo sapiens. Sabato 25 luglio Marco Paolini ha portato al Baglio Di Stefano di Gibellina “Antenati – The Grave Party”, uno degli appuntamenti della 45ª edizione delle Orestiadi.

Un monologo sull’evoluzione, sulla memoria e sul futuro della specie umana. Paolini ha attraversato duecentomila anni di storia convocando idealmente quattromila generazioni di nonni e nonne.

Una riunione di famiglia decisamente affollata. E con parecchie questioni ancora da chiarire.

Dal nonno Adelino alle origini dell’uomo

Il racconto comincia dalla storia più intima: quella di nonno Adelino, indicato negli atti come figlio di N.N., senza un padre riconosciuto e dunque senza una parte delle proprie radici scritte.

Da quel vuoto anagrafico Paolini comincia a scavare. Prima nella memoria familiare, poi sempre più indietro, fino a raggiungere il piccolo nucleo africano dal quale discendono gli esseri umani contemporanei.

La vicenda personale diventa così la porta d’ingresso per un viaggio nell’evoluzione. Il narratore passa dalla genealogia alla genetica, dalle migrazioni alle trasformazioni fisiche e culturali che hanno permesso alla nostra specie di abitare quasi ogni angolo del pianeta.

Il “Grave Party” di quattromila generazioni

Il titolo gioca con le parole: non un “rave party”, ma un “grave party”, una festa organizzata accanto alle tombe degli antenati.

Paolini immagina una gigantesca grigliata alla quale partecipano tutti i nonni dei nonni. Quattromila generazioni disposte lungo una catena che attraversa circa duecentomila anni.

Sul palco non compare nessun esercito di comparse. A costruire quella folla provvede la parola, sostenuta dai gesti, dalle pause e dai cambi di ritmo del narratore.

Gli antenati diventano presenze vicine. Uomini e donne alle prese con il clima, la fame, i pericoli, le migrazioni e la necessità di adattarsi. Persone lontanissime nel tempo, ma non così estranee nelle paure e nei bisogni.

Quando la genetica diventa racconto

“Antenati” affronta temi scientifici complessi senza trasformarsi in una lezione universitaria. Paolini porta in scena geni, batteri, mutazioni, catastrofi ambientali e passaggi decisivi dell’evoluzione.

Tra i momenti più sorprendenti c’è quello dedicato alla placenta. Il racconto ricorda come alcune sequenze provenienti da antichi retrovirus siano entrate nel patrimonio genetico dei mammiferi e siano state riutilizzate dall’evoluzione per funzioni fondamentali nella formazione placentare.

Un’infezione remota diventata, milioni di anni dopo, parte del meccanismo che permette alla vita di continuare. Anche l’evoluzione, a quanto pare, sa riciclare.

La scienza entra così nel teatro senza perdere precisione, ma acquistando immagini, ritmo e capacità narrativa. Il Dna smette per qualche minuto di essere una sigla da laboratorio e diventa un archivio pieno di storie.

Una specie di funamboli

Il filo che attraversa lo spettacolo è quello della fragilità. L’essere umano viene raccontato come una creatura capace di adattarsi, inventare strumenti e superare condizioni estreme, ma anche di mettere in pericolo l’ambiente dal quale dipende.

Paolini definisce la nostra una specie di funamboli. Per abitare un pianeta in continuo disequilibrio servono infatti capacità da equilibrista, oltre a una discreta dose di fortuna.

Il risultato è un’epica ironica dell’evoluzione. Il pubblico viene portato dalle origini comuni ai problemi del presente, mentre il passato smette di essere una sequenza ordinata di date e diventa un serbatoio di tentativi, errori e sopravvivenze.

Le musiche e lo spazio del Baglio

A sostenere il racconto sono le musiche di Fabio Barovero, che accompagnano la voce di Paolini e segnano i cambi di atmosfera tra memoria familiare, preistoria e presente.

Il disegno delle luci e delle scene è firmato da Michele Mescalchin. La direzione tecnica e fonica è di Piero Chinello, mentre la produzione è di Michela Signori per Jolefilm.

La scena essenziale concentra l’attenzione sul narratore. Il Baglio Di Stefano diventa così uno spazio sospeso, abitato da una famiglia invisibile e sterminata.

“Antenati” nelle Orestiadi della resistenza

Lo spettacolo è stato inserito nella 45ª edizione delle Orestiadi, diretta da Alfio Scuderi e intitolata “Atti di resistenza contemporanea”.

La cornice di Gibellina aggiunge un significato particolare al racconto. La città rinata dopo il terremoto del Belìce ha costruito la propria identità sul rapporto tra memoria, arte e trasformazione. Nel 2026 è la prima Capitale italiana dell’Arte contemporanea.

Qui il viaggio tra gli antenati non assume il tono di una celebrazione nostalgica. Paolini guarda indietro per interrogare il presente e chiedere a chi ci ha preceduto qualche consiglio sul futuro.

La domanda lasciata allo spettatore è semplice soltanto in apparenza: dopo essere sopravvissuta a migrazioni, glaciazioni, virus e catastrofi, la nostra specie saprà affrontare i pericoli che essa stessa ha prodotto?

I prossimi appuntamenti delle Orestiadi

Il programma delle Orestiadi prosegue venerdì 31 luglio con Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura al Cretto di Burri, già sold out.

Sabato 1° agosto sarà la volta di “Kohlhaas”, mentre domenica 2 agosto la manifestazione si chiuderà con “L’improbabile piena dell’Oreto”.

 

 

Ines D'Orazio